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giovedì, 08 maggio 2008
fiera libro
sifossifoco l'ha detto alle 08/05/2008 17:00 e te icché tu ne pensi? commenti
venerdì, 02 maggio 2008
C'era una volta l'anarchismo combaciante. Certo eran tempi dimolto giovanili, acritici quasi, forse confusionari, eppure gli era difficile allora tracciar la differenza netta tra l'individuo anarchico e il rosso proletario. Poi, credo per sopravvivenza dell'anarchismo, si presero strade diverse e ci si perse spontaneamente di vista. Iniziarono, dapprima, a cambiare certe piccole cose (ma nel piccolo ci è sempre stato il seme del grande) quegli atteggiamenti "morali" sempre di gran voga nel comunismo di classe e del tutto ignorati dall'anarchismo. Il primo maggio, a esempio, vi sembra intelligentemente una data in cui far festa? A me ha sempre messo la tristezza deprimente di quei modesti compleanni festeggiati in pizzeria col vestito nuovo, il conto alla romana e il regalino che basta il pensiero. Ma non è il primo maggio il punto, lo si sa, né la pizzeria. Il punto è un altro. Il punto è che a un anarchico può cambiare la vita, ma non l'ideale. Invece al cambiare della vita di un comunista corrisponde un cambiamento di prospettiva equivalente. Non si fa che parlare di tutti quei comunisti che recentemente son passati alla lega o a alemanno: essi non hanno tradito né si sono persi, hanno fatto outing, sono sbocciati. E non mi si venga a dire che quelli comunisti non lo erano, o non lo sono più (stiano tranquilli i marxistileninisti di vecchia o fresca data), essi sono rimasti comunisti. L'Italia è una nazione (e smettete di chiamarlo paese una buona volta) comunista, che pensa da comunista. Persino berlusconi è comunista. E' comunista perché, da sempre, c'è questo attaccamento al bisogno e al suo senso pratico, alle cose. Da sempre privilegia l'ottenere, dal pensare. C'è differenza tra il voler ottenere la villetta a schiera in periferia col mutuo ventennale e la villona in costa smeralda? No, per l'anarchismo no. Tra un destrorso che desidera cose oggettive per sé e per i suoi amichetti e un comunista che desidera (pur nell'illusione di un linguaggio differente nella metodologia) le stesse cose, c'è forse differenza? Quelli che manifestano in piazza perché desiderano un lavoro, non sono forse in nuce quelli che domani (se non è già successo) desidereranno anche uno yacht?
I puri di cuore (imberbi) che hanno letto sin qui saranno un po' arrabbiati, o forse se la ridono, eppure basterebbe non aver mai festeggiato un primo maggio e aver saltato l'appuntamento con diversi compleanni in pizzeria, per accorgersi comunque di quanto proprio un proletario (finanche un comunista) può diventare stronzo: fatevi un giro tra gli ex operai oggi imprenditori (o dirigenti, o kapo'), tra ex sindacalisti oggi banchieri, tra gli ex compagnucci oggi imboscatissimi dell'accredito funzionariale al ventisette del mese con parziale accredito sul mercato borsistico. Fatevi un giro nella politica di rappresentanza, la rossa, che al pari della bianca, della grigia e della nera, manovra l'incolore economia delle banche, delle assicurazioni, dei supermercati, dei posti di lavoro, dei favori, degli immobili, delle fiduciarie che nascondono i nomi e tralasciano i comportamenti. Compagni, nella nazione dei tutti compagni. Comunisti, nella nazione dei tutti comunisti che non ci sono più comunisti. Credetemi, i comunisti non ci sono mai stati. Qualcuno li chiamava così, perché non li conosceva per nome. Quel che è rimasto non è che una comunanza: il telefonino già alle elementari, la scheda premium per la televisione, la macchina, l'outlet, il cinema multiplex, le vacanze esotiche di massa, l'acquisto di manodopera sfruttata terzomondista attraverso la moltiplicazione e l'esagerazione di ogni tipo di squallido consumo, la testa piena solo di chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere, la memoria corta, il desiderio di sicurezza, la cultura di massa, le telecamere ovunque, la protesta a pagamento perché spettacolo, i cortei e gli slogan col camioncino davanti e la musica delle mayor che parla per te, le ronde di nascosto, la proprietà privata. La proprietà privata, che se non è più un furto, occorrerà imparare a rubarla, ma più spesso a chiederla, come un diritto. Come hanno fatto tutti, già come no. Buon due maggio dunque. A tutti quelli che non combaciano più.
sifossifoco l'ha detto alle 02/05/2008 19:22 e te icché tu ne pensi? commenti (8)
mercoledì, 30 aprile 2008
Mettete una spina di rosa sul tasto print dei vostri computer. Il pianeta vi ringrazierà. L'ignoranza digitale (la quarta I) rischia davvero di diventare un danno ecologico. Come riconoscerla? Anzitutto dall'abitudine di stampare qualsiasi cosa passi attraverso il computer: email, pagine internet, inutilità di ogni sorta. Un comportamento che sconfina verso la psicopatia: si stampa per insicurezza (l'oggetto carta stampata come feticcio di una presunta stabilità dei dati) e la scarsa fiducia nella propria capacità di riuscire a leggere sullo schermo quel che può star scritto anche sulla carta. E passi la scusante della cosa davvero importante, ma a guardar bene, quel che si stampa è la seconda forma di ignoranza digitale, ancora più odiosa. Mi riferisco alla barbara abitudine di allungare il brodo: poche righe di un'email importante sono letteralmente soffocate da inutili spazi bianchi, disclaimer automatici (lunghi mezza pagina) sulle "informazioni riservate ai sensi di legge e bla bla bla" e una lista di indirizzi e telefoni aziendali che non finisce mai. La paginetta internet, che potrebbe essere concentrata in un paragrafetto, si allunga di cornicine e immaginette multicolore, a beneficio dello spreco di toner cancerogeni, di energia, di alberi strappati al pianeta per produrre carta. Per non parlare poi dell'inqualificabile forma di "simpatia" che spinge ancora i neofiti a diffondere al mondo il powerpoint catena di sant'antonio che no... non fa proprio ridere.
sifossifoco l'ha detto alle 30/04/2008 09:40 e te icché tu ne pensi? commenti (1)
mercoledì, 16 aprile 2008
Il nuovo fenomeno del dopo elezioni si chiama "pissed-off purchase", ovvero: acquisto da arrabbiatura. Stiano tranquilli dunque quelli che, ad ogni elezione, hanno sempre il timore che non si voterà mai più. Le società capitalistiche come la nostra hanno bisogno di elezioni. Più se ne fanno e meglio è. E non importa chi vince, perché chi perde avrà la tendenza a consolarsi con lo shopping. I negozi italiani, già da lunedì notte, sono stati presi d'assalto e c'è da giurare che le prossime statistiche già parleranno di una decisa ripresa economica. Prima di scrivere queste righe ho telefonato a tutti quelli di sinistra che conosco. Hanno comprato di tutto: champagne, gioielli, abiti firmati, automobili, arredamento per la casa. Alcuni proprio una nuova casa. Non c'è settore dell'economia che non abbia girato al massimo dei giri, grazie alla delusione elettorale. Nessuno tra i delusi che abbia detto: basta, mi chiudo in casa a riflettere e smetto di spendere e spandere. Il capo della nuova opposizione in primis. Al posto di spengere il cellulare e rimanersene zitto, ha subito speso soldi per congratularsi amabilmente al telefono col nuovo premier, facendo balzare in avanti il titolo telecom in borsa. Quelli che nelle facoltà d'economia ancora studiano su quei vecchi libri che affermano che solo una società felice fa molti acquisti, dovranno strappare le pagine. Il vero motore dell'economia è l'infelicità. Ricordatevene la prossima volta che vedrete stappare lo champagne.
sifossifoco l'ha detto alle 16/04/2008 12:48 e te icché tu ne pensi? commenti (14)
lunedì, 14 aprile 2008
avremo il nazionale avàllo
con l'analfabetica x
e poi
come di consueto
il conto delle teste di
sifossifoco l'ha detto alle 14/04/2008 09:20 e te icché tu ne pensi? commenti (4)
mercoledì, 09 aprile 2008
S'avvicina ì momento che gli amici si potranno contattare anche da ì cielo. Manca ancora l'okay dì Vaticano, ma l'Unione Europea gli ha già anticipato ì via libera. Si tratta d'un primo passo, ancora da perfezionare, poi sarà esteso dall'Europa ai cieli dì mondo e infine a purgatorio, paradiso e cimitero. Quando si dice ì progresso della scienza. Tra quarche giorno potrai finalmente prende' l'areoplano e sentìtti a casa degli altri come digià avviene dappertutto. Te magari sonnécchi, suì volo mattutino invèrso Parigi, e senti daì seggiolino didiètro la voce: Pasqua', Pasqua', indovina da dove ti sto chiamando? Oppure - in quelle frequenti turbolènze e vòti d'aria - mentre a mo' di litanìa interiore rinnovi la tu' personale professione di fede, avécci quell'accanto che urla: un c'è campo, iddìotelefanìno, che mi senti ora? E la cosa un finirà in aereo, toccherà soprattutto la pòera terra. Già m'immagino la bestialità di quelle conversazioni da bar (o nell'artesfère) indove ì ganzo di turno ti vorrà spiegare che ì segnale più migliore tu lo becchi solo tra l'Isola d'Elba e la Croazia, indove si sentirà meglio che a casa. Ci s'àpre la prospettiva d'un mondo finalmente migliore, dove parlare al telefono mangiando, camminando e guidando l'automobile senza auricolare ci sembrerà ormai dimólto antiquato. E poi pensa, poter filmare suì telefonino ì cielo visto da sopra le nuvole e potéllo inviare in diretta su youtube, oppure divertirsi a chiamare per sbaglio ì 113 o ì 118 da tremila metri senza sapergli ispiegare bene indove venire a prèndetti.
sifossifoco l'ha detto alle 09/04/2008 16:42 e te icché tu ne pensi? commenti (2)
martedì, 08 aprile 2008
C'è poi l'eterna questione dello stare a tavola e di qui' particolare equilibrio che sta tra la golosità dì cervèllo e la possibilità della mano che potrebbe usare l'argentea posata. Nelle mi' colazioni di lavoro temevo d'ave' raggiunto ì massimo con l'addetto stampa d'una compagnia aerea... invece oggi ho diviso (non equamente) la tavola co' ì direttore d'un quotidiano. A dire i' vero me lo sentivo, ì ristorante gli era di fronte a i' barroccino d'un trippaio, e nell'androne condominiale dell'ufficio la signora odiosa con badante schiavizzata diffondeva, anco in questa stagione propizia all'insalate, odor di cavolo verzotto fin da stamattina all'òtto. Brutto segno, lo sapevo. E infatti. Esco dall'urbe cosmopolita, indove al turismo multicolor si sostituisce antropologicamente i' fiorentino dalla bassa attaccatura di capelli e la fiorentina co' ì caschetto fucsia, ì tacco dodici e l'autoreggente a vista, e mi siedo a tavola, sospettoso. E già a' primi crostini, con l'accostamento lardo riscardàto-tartufo marzuòlo a fette mi sento arrivar focoso in faccia l'alito artrùi, da du' metri. E poi i rumori, ì gesto ampio delle braccia, ì surriscaldamento sudaticcio a ì viso nella foga dell'interessante discussione. I' tutto mentre io pensavo all'aglio, e ne temevo quel suo pratogonismo da zuppa, come un russo a ì billionaire. Poi per fortuna è finita, sono ancora vivo, anco se m'urge un malox che non ho. Pe' fàmmi ancora di più male, sono stato a cercarlo in internet questo luogo di ristoro e lo consigliano anco in parecchi. Che ci abbian tutti ì palato indurito dalla quarta settimana di' mese?
sifossifoco l'ha detto alle 08/04/2008 18:14 e te icché tu ne pensi? commenti (3)
mercoledì, 02 aprile 2008
Era l'ora. Firenze lotta contro l'orizzontalità. Basta con lo spreco di spazio, con l'intralcio al traffico pedonale e veicolare, basta con gli ostacoli da aggirare e con il solito sistema di privilegi che permette solo a alcuni di vederli. D'ora in avanti sarà gradita  la verticalità. La città può e deve adeguarsi. E non mi si venga a dire che il nostro assessore al buonumore se la prende sempre coi più deboli. Non è vero: i più deboli sono i morti, e quelli continueranno ad essere seppelliti in orizzontale. In spazi appositi però, mica ovunque. Là dove la città è promiscua, e più viva e pulsante, è fatto obbligo di stare in piedi. Penseremo poi a un permesso speciale di circolazione per quelli troppo lenti o troppo grassi o magari magri, ma con piede superiore al 46. Si tratta di cambiare il punto di vista, aumentare la produttività degli spazi: nello spazio occupato da un mendicante sdraiato che guadagna riposando comodamente, ce ne possono benissimo stare due in piedi. Con un po' di buona volontà la sera si divideranno le entrate da buoni fratelli e, inoltre, diciamolo con sincerità: in piedi si stancheranno prima. Il tempo farà i suoi aggiustamenti. Potranno essere concesse deroghe speciali per i mendicanti obliqui, diagonali, o senza gambe. In coppia potremmo ad esempio avere un gobbo sufficientemente magro e un amputato nello stesso metro quadro di superficie. Resta ancora da immaginare come comportarsi con i trampoli o con la mano allungabile a fisarmonica.
sifossifoco l'ha detto alle 02/04/2008 16:19 e te icché tu ne pensi? commenti (2)
mercoledì, 26 marzo 2008
Altro che pullman e camper e gazebo, la campagna elettorale in corso parla il linguaggio della televisione. E siccome davanti alla tv dalla mattina alla sera ci sono rimasti secondo le statistiche soltanto i vecchi, ecco che la nuova parola d'ordine dello spettacolo preelettorale sono le pensioni. Pensioni in tutte le salse: aumentate, adeguate, slittate, allungate, stiracchiate, moltiplicate, miracolate. Paradossalmente, come accade per tutte le altre forme di pubblicità, non importa che l'anziano spettatore ci creda. Quale massaia non sorride di fronte al detersivo surreale che la proietta televisivamente tra le fibre ingigantite della tovaglia macchiata? L'importante è far girare la voce. Una volta arrivato agli occhi e alle orecchie del pensionato, il passaparola si autoalimenterà da sé, andando ad investire amici, vicini di casa e parenti, persino i nipotini. La dichiarazione fresca di televisione, si sposterà a tavola, ai giardinetti, sui pianerottoli del condominio, aumentandone le proporzioni dai pochi secondi inquadrati dalle telecamere, fino allo sfinimento dei potenziali ascoltatori del pensionato. E meno male che c'è ancora chi i vecchi non li ascolta mai. Si chiama marketing virale, e funziona proprio come un virus. Ogni anziano spettatore, soprattutto il più critico, finisce col diventarne portatore sano: quello ha detto che... l'altro ha detto che... alla fine nessuno ci capirà più niente, statene sicuri. Ed è proprio per questo che funziona.
sifossifoco l'ha detto alle 26/03/2008 16:16 e te icché tu ne pensi? commenti (2)
giovedì, 20 marzo 2008
Mentre leggete queste righe, tredici milioni di persone si stanno muovendo, su e giù per lo Stivale, per raggiungere il luogo di lavoro o tornare a casa. Il numero non me lo sono inventato io. Lo ha diffuso il Censis, nel suo ultimo rapporto sul pendolarismo. I dati sono allarmanti, perché il fenomeno cresce rapidamente di anno in anno. Ogni giorno lavorativo questo esercito di persone percorre 320 milioni di chilometri, effettuati per la quasi totalità singolarmente e con la propria automobile. I motivi di questa crescita esponenziale sono diversi. Chi acquista casa preferisce farlo fuori città, dove i prezzi sono più abbordabili. Nello stesso tempo è difficile, per chi un lavoro ce l'ha, sostituirlo facilmente con uno più vicino a casa. I mezzi pubblici, poi, sono disastrosi: ormai li usano solo gli extracomunitari, gli anziani e i borseggiatori. Risultato: le strade sono così intasate di traffico che la velocità media (che comprende chi sta fermo per gli ingorghi e chi viaggia a 250 all'ora) è di 36km/h, perdendo 72 minuti al giorno per gli spostamenti, oltre ad almeno altri quindici minuti per trovare un parcheggio. Senza parlare dello stress, poiché in queste condizioni quando uno arriva a lavorare è già stanco. Tutto questo mentre qui in città si discute sull'istituzione di un trenino (tipo quelli del luna park) per entrare e uscire in notturna dalla ztl chiusa al traffico da mezzanotte alle quattro del mattino. E dalle quattro a mezzanotte? Attaccatevi al tram!
sifossifoco l'ha detto alle 20/03/2008 12:41 e te icché tu ne pensi? commenti (5)