martedì, 30 settembre 2003
Tra gli ntellettuali che mi capita di frequentare, se ne vede di tutti i colori. C'è ì masturbatore mentale, ì diarreoso verbale, ì testa di cazzo e anco lo scoppiato. Dopo ì brek-aut elettrico dell'artro giorno, ho ricevuto questa e-mail: Se manca l’elettricità non possiamo più entrare in rete. Ma la rete – itinerario, interfaccia, tavola delle conversioni – esiste lo stesso, resiste: per via di persone che ne sono nodi – non immaginari. Allora i segnali riavviano saggi e viaggi tra punti; li riscrivono. Pensando e anzi direttamente fabbricando, da/per città né minori né laterali, tantomeno invisibili, il noto spazio di non-inferno, necessario: la intrigante intricata babele orizzontale (non piatta). Le sue vie pervie.
Così ho deciso, dopo la missiva, di vivere un paio di giorni senza corrente elettrica, senza computer, senza ntelletto e senza intellettuali. L'esperienza gli è stata meravigliosa. Sono persino stato a una di quelle feste da vippe in cui conta moltissimo come tu sei vestito, su che macchina tu viaggi e che marca di videotelefanino tu c'hai per le tasche. Ecco la mi vita gli è fatta un po' così, senza equilibrio, teste di minchia intellettuali ma povere da una parte e teste di minchia mbecilli ma ricche dall'artra. Arcuni mi ritengono fortunato, ma a me mi fa parecchio ncazzare la difficortà a trovare quelle vie di mezzo che ti farebbero apprezzare di più la giornata. Per questo ho deciso di staccare tutto, di prolungare quello che ì gestore della rete elettrica aveva incominciato. Mi son perso diversi telegiornali, quarche centinaio di spamme che tentano di vendemmi pe' forza ì viagra e i vicodin, condito con lo xanax e da donnine gnude da ì pelo folto. Mi son perso quarche confezione di surgelati che giaceva nì frizzer da chissà quanto, mi son perso biutiful, la mariadefilippi, ì costanzosciò, le coscine delle veline e persino du raccomandate da ì postino perché un faceva ì campanello. Mi son perso quarche chiamata su ì telefanino che gli era piuttosto giù di pile e mi son fatto delle belle docce fredde perché le cardaie ntelligenti che fanno ora un capiscan nulla senza i ducentovento volts. Mi sono ncredibilmente divertito a infilare i diti nelle prese della corrente senza rimanecci attaccato e ho infilato la lingua nell'avvitatura della lampadina dell'abagiur solo pe' la curiosità di sentire che sapore aveva. E ho pensato che ogni omo ntelligente ogni tanto dovrebbe staccare la luce e riscoprirsi primitivo. E che tutto questo andrebbe fatto anche con la rota, con ì foco e con tutte le artre nvenzioni dì vivere moderno che via via hanno atrofizzato ì cervello degli omini.
sabato, 27 settembre 2003
Sembra una pittura, gli è l'Algeria di stamane. Quarcuno co ì fucile e quarcuno senza. Quarcuno che c'ha ragione e quarcuno evidentemente no. Quarcuno che può parlare e tanti artri no. Quarcuno che magari festeggia e tanti che piangono. Gli è fatto così ì mondo... anzi immondo.
venerdì, 26 settembre 2003
 A un omo come me puole capitare un appuntamento a ì buio. Prendere un aereo all'improvviso la mattina all'arba e ritrovammi nsicilia ancora mezzo assonnato. Può accademmi di vedere un cartello all'uscita con su scritto "ulisse sifossifoco" e di ritrovammi con l'autista. Può accademmi un lungo giro in macchina co ì sole che picchia già forte negli occhi, in un delirio di barocco indove gli stucchi, i gessi, i marmi, le giravorte, si mescolano ai profumi e ai puzzi in egual misura, e uscirne ubriaco stordito dalle mille bellezze e dai mille difetti. Può capitarmi che nella stanza dove vengo introdotto ci sia una donna d'una bellezza rara. Una bellezza che fa perdere ì fiato. Ma non quella bellezza tra omo e femmina, una bellezza tra omo e opera d'arte. Può succedere che tanta bellezza abbia gli occhi color dell'acqua co' una nota di lapislazzulo, e la pelle e i capelli e le labbra carnosissime scure come ì sottobosco d'autunno. Può succedere che una donna così non indossi un filo di trucco e che quando tu la senti parlare la voce la ti sembri una musica di qhelle dorci dorci con un timbro a metà tra ì pianoforte a coda e lo zufolo tibetano e che, a quì punto, uno come me gli è tarmente teso in tutti e sei i sensi, che mi pareva persino d'annusare quell'odore di muschio e di servatico che la ti potrebbe far perdere ì capo. Può succedere che alla fine d'una conversazione in cui un tunn'hai capito nulla, la bella donna la s'arzi dalla scrivania e uno come me, ma anche uno che unn'è come me, la veda zoppicare. Può accadere un difetto all'anca, come uno scherzo dì destino, come un monito, o che cazzo ne so.
mercoledì, 24 settembre 2003
 Bella serata ragazzi, finita con un pranzo per ducento persone in una limonaia di 1600 interamente illuminata da centinaia di candele. Il tutto per la vernice d'un pittore che considero tra i bravi bravi bravi... Gianluca Gori. Dopo mezz'ora dall'inizio i quadri eran già tutti venduti... managgia. Ma io di lui c'ho un Sangiovanni e persino un ritratto! Chi gliè a Firenze o ci capita è bene che ci vada a vedello fino a ì 24 ottobre.
lunedì, 22 settembre 2003
Una cosa che mi ha sempre corpito dei bambini piccoli piccoli che viaggiano sui passeggini, gli è la capacità di levassi le scarpe e i calzini senza usare le mani. E' una di quelle cose che noi più grandicelli ci costa una gran fatica. Stamani ho approfittato di un buco tra due appuntamenti, mi sono seduto su una panchina in un bel parco, e ho provato a fare come fanno i bambini. Le scarpe son venute via subito. ì difficile gli è stato agganciare i calzini con gli alluci dopo aver tirato su i pantaloni fino a ì ginocchio. Intanto, la gente che passava di lì mi guardava stranita. Una coppia di anziani addirittura scandalizzata, neanche fosse disidicevole avere il desiderio di poggiare la pianta dei piedi nudi sull'erba fresca. Forse quello che trovavano scandaloso era ì fatto che non usassi le mani e che sgambettassi come un grullo a piedi all'aria con le braccia che ciondolavano qua e là per mantenere l'equilibrio. Anche perché le mani e le braccia, se non l'usi, è difficile sapere dove metterle per mantenere un perfetto aplomb. Alla fine ho provato anche a rimettermi carzini e scarpe senza usare le mani. Però a fare ì fiocco alle stringhe con le dita dei piedi ancora un mi riesce.
sabato, 20 settembre 2003
M'è ritornato in mente l'anno scorso, quando in una breve vacanza, seduti per l'aperitivo al bar del piccolo paesello di montagna dov'ero ospite, è planato tra i tavolini all'aperto, un bellissimo esemplare di cervo volante. Ricordo come rimasi stupefatto dalla cattiveria delle persone, e di come fecero presto a torturallo e ammazzallo. Una vorta i bambini ci giocavano coi cervi volanti, li tenevano al guinzaglio con una cordicella e li facevano volare. Dai tempi dei tempi ì simpatico animaletto, viene invece associato a ì male e a ì diavolo. Se n'occupò Ovidio nelle Metamorfosi, Plinio ì vecchio nella naturalis historia e Antonio Liberalis nelle transformationes. La chiesa, che si fonda sulle paure, fece la su parte: in un messale miniato dì 1526, conservato a Bressanone nella biblioteca dell'abbazia di Novacelle, si vede un cervo volante che assale due angioletti spaventatissimi. Antihe leggende raccontano di come ì pastorello Cerambo, uno degli innumerevoli pleiboi dì tempo per la sua capacità d'incantare le ninfe con la voce e lo zufolo (funziona così anco oggi), fu trasformato in cervo volante per uno sgarro fatto agli dei. Nell'immaginario collettivo della pittura gotica, tra i quattordicesimo e ì diciassettesimo secolo, ì cervo volante fa la parte dì diavolo in numerose nature morte e scene raffiguranti il sottobosco. La gente pensava che ì cervo volante appiccasse il fuoco trasportando con le potenti mandibole addirittura i carboni accesi. La gente aveva paura degli incendi, anco perchè ì canadeir unn'era ancora stato nventato. Così oggi, a distanza di quarche secolo, ì poero cervo volante deve stare parecchio attento a quarche testa di cazzo che l'ammazza, con la testa piena d'una comunicazione iconografica e letteraria del tutto inconsapevole, e che non ha mai né visto e né letto. Chissà se tra quattro o cinquecento anni un piccolo cervo volante avrà salva la vita peicché ho scritto io oggi nel brog?
giovedì, 18 settembre 2003
Un so dove l'ho letto, ma oggi gli è ì compreanno di Marco Masini. Chi gli è? Come un ricordasselo da ì momento che ha rotto i coglioni a tutto ì mondo con quelle canzonacce di merda. Quello che la c'aveva una voce, che solo a sentilla ti veniva voglia di toccarti le palle anco se un eri superstizioso. Nsomma Marco Masini oggi compie, dumilatre meno sessantahuattro, trentanove anni. Che un si sente cantare tutta la su depressione saranno armeno cinqu'anni. Io son tra quelli che l'hanno dimentihato subito dopo ì su urtimo successo. Più che dimentihato, rimosso, come mi hapita spesso con le canzoni. Ad esempio ho rimosso tutte qhelle di Renato Zero e d'Umberto Tozzi e anco di pupo. Quando ripenso a quelle canzoni le parole un mi ritornano in mente, ma sono convinto che anco loro l'hanno dimentihate, pe' un vergognassi. Anzi sehondo me, gli è proprio per questo che sono spariti dalla circolazione, perché si vergognano troppo.
mercoledì, 17 settembre 2003
Con tutto ì fiorire dì sociale, ci fosse quarcuno che lotti pe' sarvaguardare le scolopendre! Neanche uno, né grinpis, né il vuvueffe, né amnesti internescional, né i verdi, nemmanco quarche ntellettuale che un va più di moda che sottoscrive un manifesto... nulla, zero, nisba! E nquesto modo le scolopendre scompariranno da ì pianeta. I nostri bambini, soprattutto quelli che vivono ai piani arti dei condomini, un vedranno mai una scolopendra come gli è fatta. ma che vi sembra giusto? Eppure la scolopendra gli è un'animale utile, ortre che piuttosto figo. Insomma gli è un animale decisamente più scicche d'un pitbul o d'un anolente della patagonia. Meglio che avecci un dodici metri su ì mare o giocare a gorfe. Occorre allora che la gente se ne occupi, a vari livelli, e per questo varo ì mì piano nazionale a favore della scolopendra:
- inserire la scolopendra tra i disegni da scegliere a chi si va a fare un tatuaggio
- fare un firme orror amerihano con george clunei e zeudi araia rincorsi dalle suddette
- sostituire ì gene dello scorpione usato per modificare genetihamente i pomodori con quello della scolopendra
- creare un format televisivo ndove un gruppo di giovani sono costretti a vivere 100 giorni insieme a una scolopendra
- inserire agevolazioni fiscali a chiunque dimostri di allevare una scolopendra
- chiedere a erri de luca, camilleri e faletti di inserire in quei post it che scrivono la parola scolopendra
- chiedere alla coa cola di cambiare ì cihuava co una scolopendra (soprattutto ora con la legge da cani di sirchia) per ora dovrebbe bastare così, considerando che quello che più conta è che ognuno di noi faccia la sua parte, magari accudendo personalmente le poche scolopendre rimaste.
martedì, 16 settembre 2003
A vorte capita a quest'ora della sera, che magari tu vorresti sparare due cazzate davanti a un aperitivo, tanto pe' allargare lo stomaco, di rimanere agghiacciahi da quarche notizia del cazzo, che ti dimostra che ormai ì mondo si sta avviando verso la velinotottizzazione. La storia gli è questa, diffusa pochi minuti fa dall'Ansa (o anche ansia, home la chiamo io). Un vecchio di settant'anni (in barba allo sciopero degli acquisti) voleva comprare una lavatrice. Ebbene ben due supermercati e una banca gli hanno rifutato il finanziamento rateale, proprio perché gli è vecchio. Io un ci posso fa' nulla, ma queste cose mi fanno incazzare come una berva e mi garberebbe essere l'incredibile urche, pigliare tutti questi visi di bischero che lavorano pe' queste finanziarie e parafinanziarie (gente che un produce nulla e che campa sui debiti artrui) e battelli in terra come fo, coi mi ranocchi.
Ma a questo punto mi si pongano tre problemi. Il primo gli è che la gente, anche quando è parecchio testa di cazzo, un si pole battere in terra perché lo vieta la legge (aimmeno fino a quando a uno che si chiama sirvio un gli serve una legge meglio); ì sehondo problema gli è che io i ranocchi in terra ce li batto con un che di spirituale che un reggerebbe ì paragone su come batterei in terra questi visi di culo; ì terzo gli è che, per quanto mi sforzo d'assomigliagli, un sono l'incredibile urche!
Rimane ì discorso della notizia e di home la si dà. Se mettevano l'indirizzo dì vecchio, quarcuno glieli potea anche prestare sulla parola cinquecento miserabili euro, e se ancora meglio mettehano l'indirizzo degli ipermercati e delle finanziarie dalla faccia a culo, uno potrebbe anche smettere d'andarci a fare la spesa e mandalli di molto a cahare. Scusahemi la grammatiha, ma mi son proprio guastato la cena!
venerdì, 12 settembre 2003
Quando vi si spezza la punta del lapis non è più la stessa cosa. Credetemi. E' come se su quello spazio infinitesimale si reggessero le sorti di un mondo. Non il mondo, un mondo. Lo spazio tra il pensiero e il foglio di carta che vi sta di fronte, finisce che non esiste più, risucchiato da un vuoto d'aria. Se non fosse che tutto questo accade in un microcosmo, sarebbe una tromba d'aria, un uragano, insomma: una tragedia.
Quando vi si spezza la punta del lapis i pensieri rimangono in apnea, e non c'è verso di farli respirare. E' come se il pesante coperchio non troppo immaginario della vostra valigia vi imprigionasse le dita chiudendosi sul vostro corredino lindo e profumato di certezze.
Perché tutto questo succeda, occorre che la punta del lapis si spezzi da sola. Spezzarla apposta è un atto volontario fin troppo ovvio. Qualsiasi psicologo potrebbe spiegarvi con una certa esattezza i perché e i percome di quelli che spezzano apposta la punta del lapis. Allo stesso tempo non c'è professionista al mondo capace di spiegarvi come avviene che, del tutto casualmente, si rompa la punta del lapis. Il fatto ha del misterioso, ma anche se cercate una spiegazione nel campo dell'irrazionale, del misterico e dell'esoterismo, non crediate di cavarvela facilmente. Nessun sacerdote, mago o paragnosta sarà in grado di aiutarvi sondando l'occulto. Il fatto che la punta del lapis si sia spezzata è una verità inconfutabile, e le persone, soprattutto quelle che vantano una certa esperienza o specializzazione, non sapranno mai dare uno straccio di risposta a una verità inconfutabile.
Per questo molte persone ridono quando gli si spezza la punta del lapis. Ma a fronte di quelli che ci ridono sopra, c'è un sacco di gente che non ci ride affatto, anzi, si arrabbia moltissimo. Conosco personalmente qualcuno che ha persino perso il sonno per lo spezzarsi della punta di un lapis, anche se non possiamo certo considerarla come un rumore fastidioso. Anzi, tra tutti i rumori di un ipotetico dizionario dei rumori, lo spezzarsi della punta di un lapis entrerebbe di diritto nel novero dei rumori "buoni". E c'è persino qualcuno disposto a giurare che non si tratta di un rumore, ma di un suono. Durante un viaggio ho conosciuto una musicista che aveva campionato quando la punta del lapis si spezza e ne aveva realizzata una sinfonia. Piuttosto noiosetta, a dire il vero, eppure molto apprezzata dai critici di musica sperimentale. Ma se proprio vogliamo essere precisi, non sappiamo con certezza se questi esperti di musica abbiano mai ascoltato dal vero la punta che si spezza del lapis. Magari si può ipotizzare che sia accaduto, ma rimane il ragionevole dubbio che in quel momento potessero essersi distratti. Sì, perché lo spezzarsi della punta del lapis non è una cosa che dura tanto a lungo da poter chiamare qualcuno a testimone. E' uno spettacolo breve, quanto modesto e intimo. Nessuno acquisterebbe un biglietto per una cosa del genere. Un fatto così intimo, sarebbe così poco convenzionale.
Figuriamoci, nemmeno le filosofie o le grandi religioni, neanche quelle più attente alle piccole cose che accadono nell'intimo sentire, si sono mai preoccupate di una punta del lapis che si spezza. Nulla di nulla, neanche un rigo per sbaglio. Non hanno detto che deve accadere, come sostengono i fabbricanti di temperamatite; né che non deve accadere, come affermano invece i fans della penna biro, o quelli più aristocratici che preferiscono la stilografica o, peggio, quelli che sbattono tutto il giorno sulla tastiera di plastica del computer. Eppure, tutto a un tratto, il lapis smette di correre sul foglio e, è inevitabile, non avete più la punta. Questo è il fatto. Guardate il piccolo cratere grigiastro scavato nel legno ed è come se vi mancasse qualcosa di diverso della semplice punta del lapis. Eppure tutto attorno a voi sembra come prima che si spezzasse, tutto, almeno apparentemente, è ident_
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