mercoledì, 28 luglio 2004
son gli urtimi di luglio e gli è giusta una vacanza, ma quest'anno un mi sposto di molto, mi trovate in
una casa estiva (con poco arredamento) che ho preso in affitto, in attesa di trasferirmi a villa Drusilla pe' passacci la vecchiaia!
Ho 'nstallato a casa ì videotelefono della telecomme. L'abitudine ce l'ho fatta subito, ì probrema gli è stato rispondere a una telefonata appena uscito dalla doccia mentre gli ero io in piedi e ì telefano su un tavolinetto basso!
venerdì, 23 luglio 2004
- Nato dan cane, lo vedi che Sifossifoco ci piglia péiccùlo... indove sono le cinture
- Devano esse cascate durante ì trasporto Azzelio... un t'arrabbiare, anzi sai che fo? Visto che ci sono ti faccio anche...
Bischeraccio, quanti punti bisognerebbe levàtti pe unn'indossare le cinture, e quanto ti servirà andare a ducentotrentall'ora?
Notiziona Ansa
venerdì, 16 luglio 2004
Con sprinder che cancella gli archivi e tutte le rotture di pallarum, direi che con ì brogghe si puole anco andare in ferie.. Mad...nna vagone di riso tre vorte ma..ala per chicco!
giovedì, 15 luglio 2004
me lo diceva sempre una filosofa sicula
rattatio pallarum alluntanare pericula
domenica, 11 luglio 2004
Sì ragazzi, in montagna la si respira una gran pace. Tutto è relax: colori, profumi, stormire di fronde, augellàre di augèlli. E tutto questo ti dura exactly ghieci minuti, ortre i quali l'homo cittadinus ansiosus come ì sottoscritto, incomincia ad avé sete. Siccome l'ozio gli è ì padre dì vizio e la temperatura fresca t'allarga a dismisura la coronaria bistrattàta ma ancor giovine, ti vien voglia di bere un be' superarcolico e tu entri nì bàrre. I' bàrre gli è uno di que' posti indove a bèlla posa sulla vetrinetta un pochino imporverata campeggia, ortre a vari liquori che oggi unn'esistan più, anco una bottiglia di Finocchietto delle Du' Sicilie. Una bòccia aperta nì lontano '42, quando Badoglio in persona, sceso all'alpe, ne gradì un bicchierino, e mai più terminata. Fatta la bevuta, in un bicchiere dì tutto inadàtto e con l'ausilio di due soli cubetti di ghiaccio (che di più ti si ghiaccerebbe troppo lo stomaco), tu siedi su una seggiolina di prastica a un tavolinetto, guardandoti attorno alla disperata ricerca di quarcosa da vedere che abbia sì più di diciott'anni, ma meno d'ottantasèi!
Gli è a questo punto che l'homo cittadinus attacca a martellassi ì cervello con frasi dì tipo «che me ne importa... son qui pe' riposammi, io» oppure «che pace... libero dalla borgia infernale dì Forte de' Marmi, con tutto quì chiacchiericcio che un sa' di nulla: le griffe, le moto, ì sesso sempre 'nbocca». E lo ripete così tanto che quasi attaccherebbe a credecci se, nì frattempo, la coppia di dugent'anni dì tavolino accanto, unn'intraprendésse a fare ad arta voce un'analisi puntigliosa di tutti i valori dell'analisi dì sangue. Lei gli è una signora bionda, vistosamente cotonata (l'assomiglia un po' alla Marlènditrish 'mbianco e nero) e indossa nonostante i 24 gradi, un maglioncino di lana d'angora nero colle paillettes, e lui gli è direttamente adagiato sulla seggiola a rotèlle, con motore ecosystem capace di raggiungere in discesa la fòlle velocità di 100 centimetri a ì minuto!
«Ettoruccio, che l'hai presa la pasticca?»
«Gigliola mia adorata, parrèbbe di sì... parrèbbe di no... da quando m'operònno d'ernia mi fa difetto un po' la memoria»
Gli è un posto da intenditori la montagna, continua a ripètessi l'homo cittadinus ansiosus: «vòi mettere tutti que' culi e quelle puppe ignude delle spiagge, con le sfilate d'haute couture di quassù». E per l'appunto gli sembra di notare, poco più in là, nì quadrilatero giardinetto-madonnadellatosse-fontanina-bombolaossigenoportatile, un vestitino di Pucci: una fantasia di rose fucsia in campo verderamàrro datato millennòvecèntosessantatré.
Allora l'homo cittadinus chiude gli occhi e inizia a sognare. I' venerdì sera, grande ritrovo 'mpiazza de' caduti di tutte le guerre, péll'elezione di miss bypasse (vince chi glien'anno messi di più nell'urtimo lùstro), e poi gare di corsa delle carrozzelle e lancio dì bastone, che nemmeno Atene dumilaquattro! E già te le immagini, le fòlle, agitàssi e divertissi come non accàdde mài nì granitico silenzio di quassù. T'immagini nascere nòvi e duraturi amori tra un'operanda di varici e un giovanotto d'ottantànni un po' scavezzacòllo che gli è andato 'ncùlo anco alla chemio. E i due si sposerebbero, co' una cerimonia sobria, appena dopo ì gemellaggio dì comune con Lùrdes...
«Vòi te, Apollònio, prendere come tua legittima isposa, la qui presente Olivàna finché morte un vi separi?»
«Eh?... Icché?... Ah... sì... sì».
E nì mentre pensi a queste cose, tu apri gli occhi e ti pare, poco distante di vedere una signora più giovane delle altre che se la ride, un po' sguaiata. Viso bruciato, va'!
sabato, 10 luglio 2004
Da ì vangelo secondo sifossifoco:
In principio era ì verbo. Dàmmela!!!
giovedì, 08 luglio 2004
Appunti per una poetica della gruccia in fil di ferro.
Esiste, forse, un’intima relazione tra lo sborsacchire e lo sveluscitarsi del fiore del pesco e la gruccia in fil di ferro. Entrambi sono il frutto di un passaggio di macchina. Da una parte la macchina natura che, nel suo eterno rinnovarsi, produce. Dall’altro la macchina umana che, in moto continuo, piega-attorciglia-taglia lo sborsacchire e lo sveluscitarsi della gruccia in fil di ferro. Ambi i prodotti (ma si è poi così sicuri che si parli di prodotti?) hanno debolezze e resistenze variabili, sulle quali l’uomo e solo l’uomo, può esercitare l’influenza delle dita e del pensiero. Immaginiamo l’uomo moderno, l’uomo del tremila dopo Cristo, che con una lieve pressione delle dita rompe l’incanto dell’intreccio e ne piega e modifica le resistenze. Immaginiamone un’azione che, proprio perché posta in un futuro ben lungi dall’essere fantascientifico, può finalmente fare a meno di ogni utilitarismo. Né la trasformazione o, se si preferisce, la transostanzazione che ne deriva, può essere facilmente ricondotta alla poetica così come la si intende oggi: una poetica che prènde nelle nàsse le màsse. La domanda, dunque, anche ammesso che si debba porla, per quanto ci si sforzi, non può che limitarsi ad una visione parziale e pistillocentrica dell’interrelazione del bottoncino della camicia.
lunedì, 05 luglio 2004
E poi capita così. Che per ritagliarti un po’ di tempo con le persone care, ti scegli un cielo senza luna per ufficio, e un sottofondo di boschi dagli umidi segreti e di rospi e versi e richiami che non conosci. E condividi il monitor con insetti spaesati e curiosi dell’intruso, e che ti assaggiano, increduli forse, perché il sapore è nuovo, e pur restando animale (creatura, ad esser gentili) non è di capra e non è di vacca.
Ti capita così, che diventi un punto luminoso, estraneo alla notte e a te stesso. Esposto al matto di cui nemmeno hai percepito l’esistenza e che potrebbe aver l’urgenza di trapassarti il cranio con una semplice cartuccia da cinghiale, da abbastanza vicino e così, tanto per fare…
E capita di essere assorto, a cercare di penetrare con lo sguardo parole che una volta scritte nemmeno sembran più quelle parole, nel fitness delle banalità, e della sempre più didascalica urgenza.
Capita così. Che mentre avverti che quel che stai facendo ha nient’altro che l’utilità della scadenza, e di cuor di mela e d’altre golosità e di traminer, falanghina e sauvignon prigionieri nel frigo, nemmeno senti i passi, nudi sul pavimento, il respiro scanzonato di tuo figlio, e il click, elettrico, il gesto che fa volare il cuore, mentre tu non riesci a staccare quasi più i piedi da terra.