martedì, 31 agosto 2004
Signora Cocaina
gli ero a naso all'insù ad ammirare la cappella de' pazzi che c'è in Borgo Pinti, quando all'improvviso sento una voce alle mi spalle:
«ha visto che bellezza? La sembra proprio ì paradiso!»
Lei gli è una vecchietta secca e smunta come un dito mignolo, ma c'ha un occhio brillante che promette spettacolo.
«E che paradisi!!! Io la ci son stata sa? Io ci vo e ci torno quando mi pare sa? La me ne intendo io di paradisi!»
«Oh signora, ma ì paradiso gli è uno...» m'azzardo a dìlle, ma lei tosto m'interrompe.
«O icché la capisce lei? Dicché la parla? Io 'ntendevo i paradisi artificiali... di quelli ce n'è diversi»
«Eh sì, signora, ce n'è diversi sì. O icché l'ha letto Baudelaire anco lei?»
«La un mi parli inglese, via. Io conosco i paradisi perché piglio la cocaina!»
«La cocainaaa?»
«Certo la cocaina. Icché la crede lei? Che siccome sono anziana... la crede forse che la possan prendere artro che i capitani d'industria? Artro che i nobili? Artro che i maschi? ... Ovvia giù, mi dica icché la crede, lei!»
«Signora, io credo che la cocaina... un le faccia tanto bene»
«Eccolo, ì moralista! Fa bene eccome! Ne piglio sino a tre cucchiai ì giorno io... e lo vede come sto?»
«Eh lo vedo»
«Ma icché la vede lei? Unn'ho timore d'offendilla perché la mi sembra uno che capisce... ma lei un vede nulla! Lei guarda ì paradiso lassù, ma un lo vede. Io di paradisi ce ne ho tre: uno in salotto, uno sulla terrazza e uno dentro la lavapànni. Senza contare quelli che ci son nei cassétti.»
«Oh bèlla, e come fa?»
«Gli è semplice: un cucchiaio cormo di cocaina la mattina nì caffellàtte! ... ci vòle un po' a giràlla sa? Ma pòi...»
«Ma poi?»
«E poi mi sento leggèra... la mi dovrebbe vedere come corro... ieri a salire e scendere da Fiesole c'ho messo ghieci minuti. Che la vede questa gamba?»
«Sì la vedo, icché la c'ha?»
«Niente la c'ha. Ma io con questa gamba vedo ì paradiso. E pensare che prima vedeo le stelle! Ogni pomeriggio. Quando sciòrgo una bella cucchiaiata di cocaina nì bicchierino d'aleatico.... che lo vede questo braccio?»
«Sì lo vedo, icché la c'ha?»
«Niente la c'ha. La mi vedesse a stirare o a stendere i panni... ma no come un'indemoniata, la badi bene... queste braccia mi dànzano!»
«Un lo metto in dubbio... e ì terzo cucchiaio?»
«Quello la sera a cena, in verso le cinque e mezza, lo metto a ì posto dì formaggio nella minestrina... a vòrte nì semolino... m'aiuta a andare a ì gabinetto sa?»
«Ma indove la trova tutta questa cocaina, signora? E a quanto gliela mettono?»
«La trovo 'mparadiso, e a me la dànno gratisse, la un creda che succeda a tutti sa?»
giovedì, 26 agosto 2004
Pensiero Immobiliare
Credo d'aver vissuto fino ad oggi in almeno una cinquantina di case. Case belle, anche bellissime a volte, e altre volte anche brutte: case tecniche o semplicemente provvisorie. Per un anno, infine, ho abitato anche nella piccola suite di un albergo. In ognuna di queste case ho vissuto cose belle e brutte, divertenti e noiosette, come succede in tutte le case. Eppure, a volte, mi sorprende la nostalgia di qualche casa dove ho abitato. E mi succede nei modi più strani: adesso, per esempio, sta arrivando il temporale. Il primo temporale consistente di fine agosto, quello che segna la fine dell'estate. Nella mia casa precedente, in coincidenza del primo temporale consistente di fine agosto, la caldaia si rifiutava di dare acqua calda. E' stata una costante per cinque lunghi e meravigliosi anni. Ora sta arrivando il temporale ed io son preso dalla curiosità e dalla nostalgia per una caldaia così sensibile e che non vedrò mai più. Chissà cosa significa?
mercoledì, 25 agosto 2004
[*-*]
;o)
§:o]
... e tu, di che faccina sei?
sabato, 21 agosto 2004
Quando ho lanciato l’idea di sostenere conversazioni per eméille durante l’agosto, unn’immaginavo che tante persone mi chiedessero consigli su quello che gli anglosassoni chiamano ì laifstàille: ovvero ì bel vivere che fa scìcche. Diciamo subito che a me la parola tendenza tende a stammi parecchio sugli zibidèi, e che margrado a quarcuno possa essere pàrso, un sono uno che s’intende di costume. Io credo che nello stile dell’omo e della donna manchi un ingrediente fondamentale: l’originalità, ì diverso biotòpo… (anco se io son più per la biotòpa). Saper dosare l’originalità con la propria personalità, fa raggiungere quell’equilibrio che per convenzione si chiama raffinatezza. Originalità e conseguente raffinatezza un sono altro che la capacità di percepire nuove utilità partendo da ingredienti antichi, a cui nessuno ha mai pensato prima. Uno di questi ingredienti gli è l’ortica. Nìnnòstro paese l’ortica cresce in abbondanza ed è res nullis, ovvero la si puole raccogliere tutti gràtisse. L’ortica gli è un’ottimo ingrediente per una quantità di ricette culinarie, di olii di bellezza, di tisane, di abbigliamento e d’artro. Unn’è una novità che quarcuno di voi, in volontaria o involontaria fitoalimurgìa, abbia mangiata l’ortica come ripieno di tortelli e ravioloni, oppure assieme a un delicato risotto, oppure tra i più fortunati in prelibatissime torte. Unn’è una novità che quarcun’artro abbia usato uno shampoo o lozioni all’ortica per rendere più brillante la capigliatura. Pochissimi sanno che, a partire da Nabucodonosor, l’ortica gli era l’ingrediente d’una tisana che la leggenda vòle egli stesso usasse pe’ sviluppare intelligenza strategica e capacità critica. Pochi sanno che dalla fibra dell’ortica si ottengano tessuti dalle caratteristiche straordinarie, tessuti fin dai tempi dell’antica Roma, per la loro capacità di tenere ì cardo d’inverno e ì fresco d’estate secondo lo sfruttamento d’un cuscinetto d’aria della fibra tessile nella lavorazione. Quasi nessuno, per fortuna sa, che l’ortica essiccata e fumata gli è estremamente meglio di tante cose che si fumano, la cannabisse o l’ascìsce per esempio. Essa sviluppa ì pensiero logico, rinverdisce certe capacità sensoriali (ci siamo capiti no?) e procura intense vibrazioni nella parte più vibratile della vostra anima. Fàssi ogni tanto una canna con l’ortica secca, dunque, gli è ìmmì consiglio di stile per tutti quelli che me l’hanno richiesto.
un gesto in via d'estinzione
Ci sono cose che co ì progresso spariscano, un c'è nulla da fare. E oggi ì progresso, la modernità, vòle che le donne indossino intimo a perizoma. Pe' carità, un mi fraintendete, ì perizoma secondo chi l'indossa unn'è un indumento che mi dispiace. Peccato però che con l'avvento di questo triangolino, la si vada a perdere quì bel gesto squisitamente femminile (e incommensurabilmente sensuale) che gli era rimettere a posto le mutandine che inevitabilmente s'infilavano tràllemele, lasciandone, immagino fastidiosamente scoperta ora una ora l'altra, segno evidente d'un didietro immaginosamente morbido, allegro, vivace e ben in salute. Vi mancherà anco a voi quì gesto? Mah...
venerdì, 20 agosto 2004
I' trisnonno Vardemaro, che qui tutti voi avete conosciuto come filosofo, gli era anche un fine traduttore da ì cinese. Tra le su' traduzioni più fini vi è anco quella dì libretto rosso di maozzetunghe, da dove si ricava un'ottima ricetta pe' cucinare gli ziti a ì pomodoro: Gli ziti sono la vera pastasciutta dì popolo libero. Essi un sono banali, essi un sono borghesi. Prima di buttalli nell'acqua a bollore vanno presi due a due e spezzati con le dita alla lunghezza che si desidera, e la lunghezza è sempre diversa, come si addice alle esigenze di ogni vero rivoluzionario. Essi vanno conditi di rosso. Si prepari all'uopo una sarsa fine di pomodoro ben passato, co' un lieve sentore d'aglio e un po' di cipolla, ortre a un peperoncino rosso. Si condiscano a cottura urtimata un facendogli mancare una sporverata di pecorino romano ben stagionato (possibirmente di quello unto con olio e aceto e seccato a ì caminetto per un lungo inverno) e buon appetito ai rivoluzionari e non.
giovedì, 19 agosto 2004
Ricorre oggi l'annoversario della sputinicche 5, che fu lanciata nello spazio dall'unione sovietica nì 1960, con equipaggio di due cani e tre topi. Nessuno gli ha mai saputo che fine abbian fatto poi quelle poere bestiole, ma gli è certo che all'epoca le associazioni animaliste un dissero pio...
mercoledì, 18 agosto 2004
E va così, che in certe serate t'avresti voglia d'avere tutti intorno a tene. Tutti, tutti... quelli a cui tu vòi o hai vorsùto bene, quelli che ti son stati su' coglioni e financo quelli che un ci son più anche se meritavano d'èssicci ancora. E allora, nell'impossibilità di radunalli tutti come quella vorta d'inverno che si riempì due arberghi a Palinuro e si fece un rave di quattro giorni tutt'insieme, tu esci a fare due passi e cartadicreditomunìto tu ritorni alla quiete domestica con sei calici da vino, una candela profumata, un libro di scerbanenco comprato alla bancarella, un paio di scarpe da barca, un paio di scarpe eleganti, una bottiglia di vodka absolutte, due bottiglie di grechetto e due d'albizia, un tappeto grande completamente bianco tessuto a mano, una scacchiera di legno anch'essa fatta a mano, una muta di corde da chitarra, due piccoli tartufi di pegna, una saponetta alle mandorle dolci di santa maria novella, e una bottiglia di mister muscolo gel!
martedì, 17 agosto 2004
Ebbi una vorta, con un amico, un curioso colloquio. Parlammo per ore dello spettacolo, e di come entrasse nelle menti. Io, parlando, dicevo che sono i contenuti che entrano nelle menti delle genti. Lui diceva che no, sono certi simboli dell'inaspettato che entrano nelle menti delle genti. E che il simbolo, in quanto tale, risveglia i tempi in cui i nostri avi adoravano vecchie croci o vecchi alberi di noce indove si diceva che una vacca si fosse improvvisamente inginocchiata a pregare. I' simbolo funziona sempre con quei sempriciotti, schiavi delle loro stesse limitate vedute e credenze, che amano sentirsi ganzi a riderne, o sentirsi furbi a osservare co' un po' di ribrezzo, senza capire che in ogni caso, ì simbolo gli è entrato nella loro mente, e che, per sentito dire, un'artra vacca si è già inchinata a ì crocicchio della strada, indove c'era un noce troppo vecchio per fare ancora noci e che presto forse farà i miracoli!
domenica, 15 agosto 2004
Uno de' godimenti più belli della vita pastorale gli è accendere un bel foco e cucinarci sopra della buona carne. Unn'importano i tovagliati di lino o le posate d'argento, unn'importano certi salamelecchi della tavola imbandita. L'essenziale è avere in tasca un coltellino (la felicità di quando s'era bambini che ritorna) e saper accendere un fuoco, questo sì. Certi òmini di oggi invece ì foco un lo sanno accendere, unn'hanno pazienza, vogliono fare troppo, e finiscano con affogare tutto e 'mpestare l'aria di fumo. Accendere un foco invece gli è una questione mistica, si deve saper scegliere i legni, disporli con l'arte di un'ikebana, partire da una fiammella primitiva e poi aggiungere e spostare i legni con la precisione di un mandala. Certi òmini, attorno a un fuoco si sentono perduti perché un sanno ritrovare quei pensieri che, fuoco dopo fuoco, coltellino dopo coltellino, li hanno fatti uomini.
venerdì, 13 agosto 2004
Gli era ì lontano 776 avanti Cristo, quando Luciano, Anacarsi e Solone Sifossifoco, gli andarono a fare una vacanza in Grecia. Siccome a que' tempi quelli gli eran posti dove un c'era nulla: non una spiaggia nudisti, non una discoteca, nì raggio di chilometri e chilometri, essi, pe' un rompessi i coglioni 'nventarono de' giochi che poi furono definiti dagli storici giochi olimpici. Essi consistevano ai tempi in una giornata di corse. Luciano a Olimpia chiese a un tizio che aveva conosciuto lì suippostom che si chiamava Ercole e faceva sollevamento pesi, di misurassi un piede e tracciò una pista lunga esattamente 600 dei su piedi. Ne' secoli poi questi tre si misero a litigare di brutto tanto che a Olimpia 600 piedi di Ercole misuravano 192,7 metri, a Delfi 178 metri e a Atene 181,3. I tre Sifossifoco un riescirono mai a trovassi d'accordo, tanto che dopo quella prima edizione dell'Olimpiade (da ì piade di Ercole), questi giochi d'invenzione sifossifochesca ricominciarono nì 1896 e furono subito sponsorizzati dalla Naicche e dalla CoaOla. Di quei bei tempi antichi di quasi tremila anni fa, rimangono arcune argute frasi scritte da quei primi Sifossifoco e che funsero da filosofia pelle prime olimpiadi... una gli è «Cacciare, fare il bagno, giocare, ridere, questo è vivere»; e l'artra fu dedicata a definire quell'omo che un vale nulla: «E' uno che non sa né correre, né scrivere». Tale filosofia gli è stata recentemente presa anco da uno spotte pubbricitario: la potenza gli è nulla senza cervello!
I' giorno che la zi' Gregorina volò
C'ènno delle cronache che un rendano giustizia, ma icché gli è peggio è che c'ènno delle cronache che un rendano giustizia alle donne. Una di queste riguarda la zi' Gregorina, avventurosa nobirdonna della casata Sifossifoco, che in verso ì natale dì 1903 la venne fortemente corteggiata da un certo Orville Wright. A differenza di noi Sifossifoco la zi' Gregorina gli era di ramo minore, brutta allampanata, co' una forta peluria sopra e sotto i labbri e, a icché dicano arcuni antichi documenti di famiglia, parecchio ispida anco artrove. Ma soprattutto la zi' Gregorina gli era ispida nell'animo e unn'aveva piacere che questo Wright le stesse attaccato alle gonnelle tutto ì santo giorno. Così avendolo mandato a cahare varie vorte, un giorno costruì con dell'assi di legno e di tessuto una specie di macchina a elica. Sapeva che questo Wright che gli era un ciaccione, avrebbe iniziato a curiosare e provando l'istrumento si sarebbe definitivamente torto da tre passi... fu così che la mattina dì 17 dicembre, co' un diaccio che lèvati, Orville prese ì volo. La zi' Gregorina un stava più nella pilliccia dalla felicità, invece quella fava d'Orville, preso dall'ansia di trombassi la Gregorina, tornò tarmente presto che alla zì Gregorina gli toccò a inventare i missili per levasselo da' coglioni. A causa di una certa censura, sia sui Sifossifoco, sia sulle donne di quì periodo, le cronache riportarono solo ì breve volo d'Orville ì quale venne in seguito erroneamente accramato come un novello Icaro.
giovedì, 12 agosto 2004
Perché l'omo felice gli è imprudente. Un sa che issù stato d'eccezione gli è una perenne offesa a ì malessere artrui. E se la felicità gli è ostentabile l'ostenta, e se un si vede lo dice... ne parla di continuo, ne parla troppo e più lo fa sapere a tutti, più vorrebbe che tutti lo sapessero, così che quarcuno, alla lunga si piglia la briga di rompegli i coglioni. Un'omo felice gli è un nemico, ma un sa vivere da nemico in mezzo ai nemici: si rilassa, si confida, s'abbandona alla buffa credenza che la su felicità faccia piacere a tutti... e tutti invece un c'hanno piacere che nì male e l'aspettano finché un casca in quarche agguato...
[Luciano Zuccoli, La divina Fanciulla, Traduzione di Ulisse Sifossifoco]
martedì, 10 agosto 2004
Siccome sono un'omo d'antica fattura, stamani ho festeggiato la Giornata Nazionale del Sacrificio e del Lavoro italiano nel mondo. Un'istituzione che inventai io stesso, quarche lustro fa, e che vede la partecipazione delle più arte personalità, inclusi Romeo, la su moglie, issù babbo, Beppe ì barista della Misericordia, l'Ivonne la barista dì bar Italia, Averardo ì farmacista e artri che ora un mi vengano in mente. La cerimonia gli è stata bella e intensa e in qualità di Ulisse Sifossifoco presidente, ho vorsuto ricordare arcuni onorevoli membri che adesso un ci sono piue, assieme alla deposizione di una corona tutta d'alloro e palline più piccole di quelle dell'arbero di Natale, ma comunque anch'esse color oro. Poi ho conferito arcune medaglie, di cui una alla memoria dì nonno d'Averardo, bon'anima, che nì lontano 1905 partì dai poggi di sotto, sorcò gli oceani e andò a insegnare agli americani come si fa ì ketchup. Questa giornata di commemorazione, che segue immediatamente ì ricordo religioso di Settimio Sifossifoco brigante e avventuriere, mi è particolarmente cara perché sono morteprici i campi dì sociale, della politica, dell'arte, delle lettere e dell'invenzione, indove ì sacrificio e ì lavoro italiano sono doventati eccellenti. Così come sono innumerevoli i campi dello scibile umano più faticoso, sieno la vuotatura delle fosse biologiche o la mietitura dì grano o la raccolta della gomma dagli arberi della gomma, indove gli italiani si sono distinti per alto sacrifizio, qualità e sagacia. Alla fine della cerimonia, quando si è arzato in verso ì cielo uno dei pargoli presenti, prelevandolo non senza difficortà dalla carrozzina sfidando le ire e le contrarietà della su mamma, tutti insieme si è intonato un inno di rallegramenti ai giovani italiani che crescendo si spera che unn'anderanno pe' ìmmòndo solo a farsi prendere péiccùlo e a spendere sordi ne' viaggi organizzati. E con l'inno particolarmente toccante (d'uopo una sistematina ai coglioni pe' maschi e una sistemata alle ciòcce pélle gentili signore), siamo infine andati a un desinare che si è appena concruso.
lunedì, 09 agosto 2004
Ebbene sì, in famiglia ci ho avuto un brigante!
Gli era ì lontano ghieci d'agosto dì 1816, in verso l'ora terza, quando Settimio Sifossifoco veniva giustiziato sulla pubbrica piazza di Fiorenza, appiccato con l'accusa di brigantaggio. E gli è un fatto che ancora oggi quarche vecchia megèra si rivolge a quarche nipotino scavezzacollo dicendogli tu n'ha fatte quante Settimio Sifossifoco... tant'è, se proprio uno ci avrebbe voglia di andare in bibrioteca a recuperare quarche vecchie e sdrucita copia dell'Eco dell'Arno annata 1816, leggerebbe che Settimio non disdegnava ai piaceri dì palazzo anco quelli dì fienile d'una casa di beneficio parrocchiale ove s'intratteneva in oscenità varie con tale Margherita Zanetti di Sitizzano, rapita al Conte omonimo assieme a sei borse di gioielli e a un forziere contenente legati e valori per tremila e seicento lire fiorentine. Di Settimio le cronache raccontano altresì di almeno sei feroci assassinii, tra cui quello del barone Filadelfo di Villagra, mediante minaccia di coltello e gran spavento. Chiara la sentenza dì tribunale d'allora: «alla ignominiosa pena di morte alla forca con successiva amputazione della testa, da appendersi entro una gabbia di ferro a pubblico terrore e ad esempio nelle vicinanze dei luoghi ove ha commesso il maggior numero dei suoi misfatti». Noi tutti della mia famiglia, domattina su ì presto, ci si vestirà come pirulini e si assisterà a una messa alla memoria dì povero Settimio, che lasciò orfani omini di grande spessore filosofico e curturale come ì bisnonno Vardemaro, ì nonno Dante e via di seguito fino a ì sottoscritto.
Chatta gratis con un imbuto, un rotolo di spago e due centimetri di carta velina!
Ecco un metodo pratico e semprice pe’ mandare a cahare le nuove tecnologie, le compagnie telefoniche e perinsino l’umts. Procuratevi un imbuto, apponeteci nìbbùco la carta velina e lo spago bene in tirare, procurando che dall’artra parte dello spago, che puole essere lungo quanto vi pare, ci sia ì corrispondente imbuto e la corrispondente carta velina. Ora siete pronti per chattare: ponendo l’imbuto davanti alla bocca o accostato a un orecchio secondo se vu vogliate essere chiamanti o riceventi. La nuova tecnologia gli ha già la benedizione della presidenza dì consiglio de’ ministri e Lucio Stanca sta già predisponendo ì disegno di legge affinché si predisponga in tutte le scuole un adeguato numero d’imbuti.
domenica, 08 agosto 2004
La misteriosa fiamma della gallina loana
Quella che vedete in foto gli è la gallina Loana. La gallina gli è stata comprata che era ancora una purcinetta tutta traballante da Romeo che l'ha scerta personarmente tra tante artre e l'ha messa nissù pollaio pe' falla ingrassare e poi spennalla e mangialla. La gallina Loana gli è doventata una gallina grassa e appetibile. Ciò dipende da ì fatto che ì babbo di Romeo gli dà da mangiare tre vòrte ì giorno una miscela di granaglie che sfamerebbe mezzo continente affricano. La gallina Loana di Romeo se lo puole permettere perché gli è una gallina occidentale. Parecchio occidentale.E come tutti gli occidentali che mangiano tre vòrte a iddì, s'occupa poco anche di politica. Anche Romeo e issù babbo sono occidentali e comunisti, parecchio comunisti. Da ciò si può evincere che nella qualità di animale domestico anche la gallina, come ì gatto o ì cane di Romeo sian comunisti. Anche la moglie di Romeo è occidentale e comunista. Ma mentre Romeo e issù babbo sono dei gran paciocconi e alla gallina Loana gli vogliano tanto di quì bene che ogni tanto gli tirano anche quarche buccia di pecorino da beccare direttamente affacciandosi da ì terrazzo, la moglie di Romeo gli ha messo gli occhi addosso a questa gallina. E quando la moglie di Romeo mette gli occhi addosso a una gallina, gli è peggio di arcaeida o binlàden: la gallina rischia seriamente di subire un attentato terroristico. La moglie di Romeo le si avvicinerà quatta quatta (icché si addice alla moglie di Romeo) e la strangolerà direttamente su ì posto senza nemmeno rivendicare l'attentato, nè chiedere un riscatto. Le penne le saranno torte a cardo lì per lì, e poi, durcis in fundo, la gallina sarà bronzata sulla fiamma viva pe' togliere l'urtima peluria delicatissima ma un po' indigesta. Da ì momento che stamane la gallina Loana stava benissimo e stasera un l'ho più vista, mi viene ì timore che la moglie di Romeo abbia corpito nella tarda mattinata anche se nessun telegiornale gli ha riportato la notizia e nessun ministro della repubbrica ha rilasciato dichiarazioni in merito. Credo che ciò dopenda da ì fatto che i ministri sono di centrodestra, mentre Romeo, issù babbo e perinsino la su moglie sono comunisti fin dentro lo stomaco. E di quei comunisti di una vorta, quelli che se un mangiano i bambini gli è solo perché ci fu la perestroika, ma quarche cosa nello stomaco ce lo devano mettere sei o anche sette vorte ì giorno. Così rimane ì mistero della fiamma della gallina Loana: che l'abbia solo bronzata preparandola all'ampio congelatore come scorta pell'inverno, o piuttosto chenn'àbbia valorizzate le carni assieme all'aglio, alla sarvia e ì ramerino pélla cena di una delle urtime ruspanti famiglie comuniste d'oggidì?
Un so comemmài, ma nquesti giorni d'agosto mi sento parecchio irrequieto! Tanto 'rrequieto che stasera mi son'intrattenuto a colloquio con la formica volante. Le formiche volanti son fatte esattamente come le formiche normali, ma rompono di più i coglioni, perché le formiche stanno in terra e ci son solo di giorno, invece loro stanno per aria e ci son solo di notte. Questa con cui ho parlato io sbatteva già da mezz'ora su ì lampione che c'è alla finestra della casa di montagna indove sono adesso. Poi ha smesso di sbattere nì lampione e mi si è intrufolata nì collo, facendomi non poco pizzicorino. Io gli ho preso le alette con le dita, delicatamente, e le ho parlato:
«Formica volante...» le ho detto
e lei
«Sììììì?»
«Vai a cahare!»
giovedì, 05 agosto 2004
Sono sinceramente emozionato! In una sola giornata ho ricevuto e-mail bellissime... si è parlato fitto fitto di arte, di blog, di musica, di libri e persino di divani e di politica con piacevolissima leggerezza. Scrivere e ricevere e-mail... aspettare posta è sempre piacevolissimo, gestirla è solo un po' più faticoso che scrivere un post che magari non piace o non interessa a nessuno... invece così si fa salotto! Coraggio ragazzi... Sotto con le email!
mercoledì, 04 agosto 2004
Pensandoci bene, per questi giorni d'estate, ho un desiderio e una convinzione.
Il desiderio è quello di tornare a comunicare con lettori e amici, attraverso la posta elettronica.
Quindi scrivetemi (l'indirizzo è qui accanto) e vi risponderò.
La convinzione è che scriversi direttamente e privatamente con ognuno sia umanamente più gioioso, ricco,interessante, raffinato e educato che infilarsi il vestitino da bloggher!
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