SiFossiFoco
paréa mota... unn'era   (anonimo toscano)
Gente che gli è passata di qui:
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venerdì, 29 ottobre 2004
Image Hosted by ImageShack.usSi nasce, si vive, si mòre. E dopo che siam morti, si va a finire magari in uno di que' cimiterini fòri mano che un gli frega una bella sega a nessuno. C'è chi va nì fornino (se c'è posto) e chi va sottoterra. Comunque vada, un c'è gusto a morire a ì giorno d'oggi. Mentre gli antichi etruschi o gli egiziani, ci avevano tombe con dentro ogni ben di dio, oggi ì massimo che ti dànno gli è un vestitito con la scarpina lucida e un rosarino tra le mani e questo è tutto. Anco da morti, icché conta è ì fòri: marmi luccicanti, statue bronzee, tombe e cappelle di famiglia che sembran villette a schiera o condomini, giardinetti fioriti... e intanto ì morto lì dentro, se solo potesse respirare, soffocherebbe nì buio, nell'umidità, nì freddo. Ecco, penso io, uno ha fatto una vita di merda per tutta la vita, magari s'è sacrificato un monte per gli artri, ed eccolo ripagato da morto con un fazzolettino bianco di cotone scadente, tanto ecologico che si decomporrà prima di te. I' tutto mentre a un metro da' ì cadavere, impazzano mausolei dì lusso financo con la lucina elettrica tremolante ti vedo e non ti vedo a testimonianza dell'affetto dei vivi. E pe' ì du novembre poi, che sfilate di tailleurini lungo i viottolini co' sassini bianchi tirati a lucido, e che spreco di colori, dai fiori alla bigiotteria, dai giubbottini di ogni sorta alle scarpine, agli stivali, alle borsette, ai telefonini (magari per una volta spenti, irraggiungibili). E loro lì, negli spazi angusti, nelle casse a tenuta stagna sempre per accontentare il di fuori, dimentichi del di dentro. E loro lì, a aspettare che tutto i turbinìo dell'ipocrita ricorrenza, che tutto quì casino di parcheggiare d'automobili, di vigili urbani che fischiano, di gente tarmente distratta che dopo l'occhiata fugace alla foto dì caro estinto, si sofferma a criticare le brutte foto dei vicini come nì peggio reality show. A aspettare ì giorno dopo, e i trecentosessantaquattro a venire... quando i vivi si vestano da morti pe' festeggiare hallowen, quando i vivi si piazzano su ì divano a piangere di quelle disgrazie da vivi che tanto vanno di moda alla tolevisione, quando i vivi si vestano di nero pe' sembrare più eleganti. Quando, soprattutto, a ì cimitero c'è solo quelle du' vecchie nostalgiche, che ormai dimentiche dì loro morto personale, magari mòsse a compassione, ricambian l'acqua ai fiori anco di quegli altri, o avvertano ì guardiano della lampadina furminata su quella tomba dove un va mai nessuno. Quando dentro agli spazi asfittici, dove i vivi, che si son presi tutto, unn'hanno lasciato nemmeno un libro, un fumetto, un gioiellino, un'oggettino colorato che nell'eterna noia potrebbe anco ritornare utile, ai morti un rimane che l'unico diversivo che un frusciar di cipressi stènti, piantati troppo a ridosso dì muro. Tanto che vòi son morti. Tanto che vòi siam vivi.
martedì, 26 ottobre 2004

Eh sì, bisogna stacci attenti alla sindrome dì canarino. Parecchio attenti. Perché una vorta che vu ne siete contagiati un sarete più, signore e signori, quelli e quelle di prima. La sindrome dì canarino tu sei portato a sottovalutarla, tu dici ad esempio "smetto quando voglio", ma poi... zacchete, ecco che s'impossessa di voi e un c'è più verso veninne fòri. Essa si manifesta, a partire da un pochinino prima dell'adolescenza, co' un pensierino lieve lieve... appena, appena, come un'uggia. E basta indugiare un po' che vu siete già bell'e contagiati. Gli omini cominceranno ad avere certe visioni: si sforzeranno orgogliosamente di fallo ingrassare o dimagrire quando vogliono, si convinceranno d'avello più canterino e arzillo di quarsiasi artro canarino che appartenga a un artro,e intanto, soprattutto all'inizio, giù attenzioni e massaggi a non finire. Le donne, eccezioni eccezionali a parte, unn'avendoci pe' via naturale artra possibilità, vorranno occuparsi dì canarino degli artri... tanto si sa, no? che la donna gli è artruista pe' definizione. Anco loro comunque cominceranno fin dall'adolescenza o giù di lì a litigare persino con le migliori amiche, pevvìa dì canarino di quarcuno. Hai voglia te a cercare di proporre quarcosa di diverso. Che so, un artro uccello... una passera, ad esempio. Gli omini rabbrividirebbero a ì solo pensiero d'avecci la passera a ì posto di canarino. Le donne poi, figurati se perderebbero tutto questo tempo a occuparsi della passera, e degli altri poi. Insomma ì miglior sistema che s'è scoperto fino a oggi pe' curare da questa sindrome dilagante dì canarino, gli è la gabbia. Anche se un bisogna certo essere delle aquile pe' capire che la gabbia i più delle volte gli è un palliativo. Spesso infatti tu vai pe' ricambiare l'ossino di seppia ed ecco che ì canarino, irriconoscente di tutto quello che s'è fatto per lui, vola via libero proprio come gli uccelli delle favole. Così come ci son certe donne, aicché mi si racconta, che tengano una gabbia sempre pronta, e che all'occorrenza schiudan l'usciolino pe' fare entrare ì canarino.
lunedì, 25 ottobre 2004
L'artra notte, in preda a una febbre debilitante che sfiorava i 37°, girandomi e rigirandomi nì letto irrequieto come non mai, ci ho avuto l'incubo di essere incinto. Da ì momento che un mi ricordo l'urtima vorta che l'ho fatto, ciò dovea essere avvenuto mediante la fecondazione artificiale. Artificiale e no assistita, perché ad assistemmi un c'era nessuno. Nella pancia sentivo dunque la vita, ma una vita diversa da quella che c'è di solito quando tu mangi troppi fagioli o tu hai appena partecipato alla sagra della castagna e del néccio con la ricotta. Gli era una vita assai più ingombrante e in un certo senso più frenetica, tanto che mi s'attorcigliava tutto ì cordone di DNA, che mi impediva quarsiasi visuale e quarsiasi solita dimestichezza co ì pisello, nascosto dalla panciona enorme e dunque incapace di centrare con il consueto charme da tiratore scerto, l'interno dì vuccì. Così, nì momento dell'estro dovuto solo alla necessità, mi sono armato di specchietto strizzabrufoli, volendomi vedere il coso, senz'accorgermi d'aver scerto la parte di questo più ingrandente, e cacciando quindi l'urlo soffocato che ti porta fuori dall'incubo. La faccia che ho visto, pur co' un occhio solo, l'assomigliava così tanto alla mia che unn'era proprio ì caso di continuare la fase rèmme. Ormai sveglio dì tutto, nì silenzio dì cuore della notte, una vocina sorda dentro me rassicurava: gemelli sì, perdìo, ma armeno eterozigòti.
domenica, 24 ottobre 2004
Son dappertutto, nelle città e nelle campagne, nei luoghi più esclusivi e in quelli più popolari. Son loro: i cultori dell'altrove. Quelli che, inadeguati a ì presente, se n'escano sempre co ì laconico commento: ah, mentre qui ics, là ipsilon. Patetici quando là ci sono appena stati, irresistibili quando là l'hanno solo sentito dire. E tra gli uni e gli altri ci hanno la loro bella ricettina per tutto lo scibile delle conversazioni: in Italia si legge poco perché un si fa come gli americanio gli inglesi; ci s'ha una scuola che fa schifo perché un s'è seguito l'esempio della Svizzera; ci s'ha delle città di merda perché un s'è avuta la lungimiranza della Spagna; ci s'ha lo strapotere della televisione perché un s'è 'mparato nulla dall'Australia, ci girano spesso i coglioni perché un s'è fatto come i tibetani. Incontrare queste persone gli è la perdita di tempo pe' definizione e, se un fosse totalmente incoerente con questo poste, mi verrebbe quasi da dire che bisognerebbe fare come i cinési.
giovedì, 21 ottobre 2004
Stamattina Ulisse Sifossifoco, fu Acciaiolo, fu Dante, fu Valdemaro, ha aperto gli occhi dopo disidicevole nottata in verso le ore otto. Rigiratosi dall'artra parte gli ha continuato dormire fin verso le nove e trenta. Alle dieci e trenta, dopo frettolosa prima colazione e doccia, gli è entrato nella sua personale stanza dei bottoni e ne ha pigiati alcuni. Stamattina Ulisse Sifossifoco, pigiando i bottoni, meditava su un suo abbastanza palese disinteresse verso ì genere umano, sia quelli in pantaloni, sia quelli in gonnella, sia quelli che dell'uno e l'altro lato esso ha sempre trovato divertenti. Nella stanza dei bottoni Ulisse Sifossifoco si è trattenuto fino all'ora di colazione. Dopo tale ora, si è recato in camera e si è mollemente adagiato sul letto accompagnato da una vecchia edizione di Maigret e gli Aristocratici, della collana mondadoriana il girasole. A pagina 25 di suddetta lettura, Ulisse Sifossifoco, ha iniziato a russare profondamente per una mezz'oretta, tempo nel quale il telefono ha squillato ben tre volte per futili motivi. Dopo tali squilli, Ulisse Sifossifoco ha staccato con lancio di scarpa modello inglese hugo boss la presa del telefono e ha terminato la lettura del suddetto volume fino alle diciotto. A tale ora si è alzato per svolgere una urgente funzione pisellifera, e si è misurata la febbre. Che c'è. Da quell'ora Ulisse Sifossifoco si trova in uno stato depressivo abbastanza profondo e, scritto questo breve comunicato, ritorna sotto le coltri fino a completa guarigione.
martedì, 19 ottobre 2004

«Prontooo, con chi parlo?»
«Farinata degli Uberti!»
«Sono di una società che fa sondaggi d’opinione, le posso chiedere due minuti? Il suo parere ci interesserebbe moltissimo…»
«Interessa… la prego, signora, si prenda pure tutto il tempo necessario»
«Si tratterebbe di rispondere ad alcune semplici domande»
«Si tratta… be’ se posso…»
«Anzitutto la sua fascia d’età… 18-25, 25-56 anni, 56-70 o più di 70?»
«Più di 70»
«Beeene! pensionato dunque?»
«Ancora in attesa di pensione, purtroppo»
«Beeene! Quanti componenti ha la sua famiglia?»
«Uno»
«Dunque lei è singol?»
«Direi singolare, più che singol»
«Mi dispiace, ma posso barrare solo la casella singol»
«La barri, la barri pure…»
«Beeene! Le chiederò adesso un voto da uno a dieci a quelle che, secondo lei, sono le emergenze della nostra città… dieci sta per massima emergenza, uno per minima emergenza. Ha compreso?
«Sì»
«Cerco di spiegarmi meglio. Le elencherò alcune emergenze, e lei dovrà esprimere un voto, alto o basso secondo il livello di emergenza. E’ più chiaro adesso?»
«Chiarissimo!»
«Beeene!»
«Dieci»
«Non può ancora esprimere il suo voto se non le ho detto l’emergenza. Ad esempio: il traffico»
«Dieci»
«Beene! L’inquinamento?»
«Dieci»
«Beeene! La sanità?»
«Dieci»
«La prego di interrompermi in qualsiasi momento se qualche concetto non le è chiaro»
«Lo farò, se necessario»
«Cercherò di essere più semplice possibile. Se c’è qualche cosa che dico e lei non capisce lei può interrompermi, e lei ha tutto il diritto di chiedere spiegazioni. Ha compreso?»
«Lei, lei, lei… Sì, ho compreso»
«Beeene! Il verde pubblico?»
«Dieci»
«Beeene! Ancora un attimino e abbiamo finito… l’immigrazione clandestina?»
«Un attimo, un istante… Dieci»
«Beeene! Signor Farinata degli Uberti, la ringrazio molto per la sua preziosa collaborazione, a nome della nostra società e dell’amministrazione comunale che ci ha commissionato la ricerca»
«Prego, si figuri»
«Beeene! Le auguro buonasera»
«Sì, buonasera!»
lunedì, 18 ottobre 2004

Arcuni ti pongono la domanda nì modo più semplice: che lavoro tuffài? Artri invece, spinti spesso da una confidenza che non hanno, gli dànno di slènghe, secondo l’estrazione sociale: come ti guadagni il pane? cosa fai di bello nella vita? Dicché tu ti occupi attuarménte? Coicché tu la guadagni la bistecca?
Nessuno gli ha un vero interesse artruista nì porti la domanda. Lo voglian sapere solo pe’ rapportare icché fanno loro rispetto a icché tu fai te. E questo rapportarsi gli è normalmente fonte di enormi fraintendimenti, imbarazzi e financo di fràtture sociali (ortreché di scatole) anco perchéne quasi tutte le leggi umane e parecchie di quelle divine concordano nell’affermare che son sempre gli altri a meritare più di téne.
I’ tu sforzo pe’ tradurre in intelligibile parola la professione, inoltre, unn’è mai premiante. Se rispondi un quarcosa d’arrivabile, ecco che glielavédi subito in mano la pietra di paragone, pronti a scagliarla non appena tu gli giri ìccùlo. Così da un po’ di tempo la mì risposta gli è: da più di vent’anni trasformo gli oggètti in soggètti. Specificando ì mestiere e, ciò che mi sembra basilàre pe’ qualsiasi mestiere co’ ì quale si deve identificare anco la persona che lo fa: la dote o la condanna della perseverànza.
A questo punto, arcuni fànno gli offesi perché ritengano che tu l’abbia presi peìccùlo, artri (che di solito già lo pensavano prima della dimanda) si convincono che tu abbia bisogno di uno psicologo bravo. Tutti regrediscano in un bèèèllo! che però non chiude la partìta.
venerdì, 15 ottobre 2004
Ragioniamo per assurdo. Poniamo che uno debba partire pe’ un viaggio. Su un altro pianeta. Cambiare aria, cambiare paesaggio e cambiare abitudini. Poniamo che uno possa portare con sé una cosa sola di questo mondo. Una sola, la più importante. Ecco io porterei con me il bacio a pizzicòtto.
Il bacio a pizzicòtto gli è un genere di bacio ormai in via d’estinzione. Nessuno ne parla, nessuno sembra dàrlo più. Invéce gli è il più bel bacio che ci sia. Perchéne? Perché gli è un bacio che gli è come un bàllo d’artri tempi, deliziosamente giocoso e figurato. Si pigliano delicatamente tra le dita le due guanciotte della destinatària e si appoggiano leggerissimamente le labbra all’altre labbra. A differenza d’artri baci, il bacio a pizzicotto, gli è un bacio scherzoso, cerebrale (che unn’è una parolaccia) e che mette subito di buon umore sia chi lo dà, sia chi lo riceve. Gli è un bacio non monotono e profondamente psicologico, pévvìa che si puole dosare lo stringere delle guanciotte e lo schiocco delle labbra a seconda della personalità di a chi si dà.
Gli è un bacio in cui non ci si lascia andare, non è un bacio sensuale, non presuppone l’uso della lingua, né un successivo snudàr di pisello e frusciàr di pàssera (che di solito a livello di bacio a pizzicotto c’è già stato) eppure l’amore con cui di solito lo si dà gli è assai più forte dì desiderio… co ì quale desiderio parecchi oggi credano di giustificare tutto, solo perché vivano a istinto e gli basta così.
giovedì, 14 ottobre 2004

La prima vorta che mi capitò di parlare in pubblico gli ero tarmente emozionato e ci avevo una gran paura d’impappinarmi. M’ero fatto dare dei consigli e avevo anche acquistato e letto uno di quegli orribili manualetti che qualche scrittore sbarcalunario ancora continua a scrivere. Tra le tante cose, c’era scritto di immaginare ì pubblico come se fossero tutti ignudi, per non lasciarsi sopraffare. I’ caso volle che unn’èbbi bisogno di nessun trucco, perché entrando nella sala inciampai malamente in una fila di seggiole, che rovinarono in terra, assieme a ì sottoscritto a gambe all’aria, con gran fracasso di ferraglia e di risate. Di certo vergognassi più di così unn’era possibile, così feci il mio primo discorsino e mi battezzai oratore.
Da allora ogni volta che so di dover pigliare in mano un microfono e mettimi a ragionare a della gente che un conosco, poca o molta che sia, a ì posto di stressammi, mi capita piuttosto di pensare a quando sono in riva al lago e guardo le mi' cinque paperine sul loro palcoscenico di legno, e non me ne vogliano esperti ed esperte d’uccelli che riconoscano in quelle della foto specie più precisa.
Io sono il loro pubblico, ma a giudicare da come mi guardano attente, storcendo ì collo e squadrandomi ad ogni suono che emetta e ad ogni movimento, potrebbe anche essere che sian piuttosto loro il pubblico e io una gigante papera starnazzante.
lunedì, 11 ottobre 2004

Ogni lavoro ci ha i suoi strumenti, lo sanno tutti. C’è ad esempio chi lavora co’ ì cervello (i più e soprattuto tra i blogger) e chi come ì sottoscritto lavora solo con il corpo, anzi, con il corpo a corpo. Come tutti i lavori indove conta poco ì cervello (unn’è che ce ne sia tanti, sa?) ì mio gli è un lavoro parecchio basato sulla velocità, tanto pe’ un smentire ì vecchio detto Chi unn’ha testa abbia gambe. Gli è per questo che mi sono dotato d’un aereo privato. Non un modello lussuoso, come ci hanno certi capitani d’industria o capi di governo, ma un aereo efficiente, questo sì!
Oggi ad esempio ci avevo la necessità di trovare una per una le lettere giuste pe’ comporre arcune parole che assolutamente mi servono pe’ venerdì a mezzodì. Son montato sull’arioplàno e schhhhhhhhh… via come un fùrmine. Oh, lo sapete? Le ho trovate tutte. Anche una in più, a dire il vero. Era una D, e siccome m’avanzava l’ho messa davanti al mio io, e ho creato, creato, creato… finché m’è durato.
domenica, 10 ottobre 2004

Una delle soddisfazioni più intense di quanti gli garberebbe essere re o regine (ma c’è chi s’accontenta anco d’un gagliardetto più amèno, magari sotto forma di berretto o d’inquadramento da quadro) gli è avere una corte. Unn’importa che sia una corte qualificata, unn’importa nemmeno che sia una corte troppo vasta (icché per certa gente che va a giro con lo scolapasta in testa e la mano nì panciotto, gli è praticamente impossibile)… basta che ci siano una trentina di sudditi, che, passando davanti a ì trono una decina di volte ì giorno, si soffermino a dire: buongiorno maestà. Ocché ad ogni tirar su di naso, benedicano, anche solo per sentirsi educati: salute!
Unn’importa nemmeno a volte che cotali sudditanze dicano le cotali frasi pe’ furbesca (ma qui si dovrebbe parecchio ragionare su ì concetto di furbesco) supposta convenienza, né che ci credano veramente, oppure che le dicano scaramanticamente, pe’ ritmare la noia dello stormir di fogli nei chiusi uffici anche quando open space, o di foglie delle sempre troppo vaste campagne. Insomma va bene tutto, purché, al pari delle pasticche del mattino e a quelle del dopocolazione, si crei quell’effetto del tutto placebo che gli è la corte.
E siccome per avere una corte, si sa, non basta avere un nome, ma gli è necessaria un’autorità popolarmente riconosciuta che lo affermi, gli è stato inventato lo shinystat. Tanti, col distacco tipico di certi nòbili, resi arrivabili alle fantasie dei più dalla pratica abilità sintetica dello sceneggiato televisivo, affermano che lo shinystat è soltanto uno strumento. Ciò che gli sfugge, con buona pace degli sceneggiatori più attenti al dettaglio, gli è la somiglianza tragica con quelle rotèlle che servono a controllare ì rendimento su ì lavoro di certi camionisti che di proprio unn’hanno nemmeno ì camion.
venerdì, 08 ottobre 2004
Ci son certe verità dì rapporto omo/donna che un si possan dire, perché a ì mondo d'oggi, conta troppo di più ì politically correct che la verità. Ciò un toglie che quasi tutti gli omini sono, come me, per la penalizzazione della donna. Anzi delle donne, ché più ce n'è e meglio è. Non di tutte le donne però, solo di quelle penalizzabili... e ogni omo ci ha issù particolare equilibrio interiore che, vista la donna, gli dice in un attimo se la ritiene penalizzabile oppure no e inché modo. Già, perché unn'esiste mia una penalizzazione sola. Ci son delle donne, per esempio, che un ti stancheresti mai di penalizzare, artre invece che tu penalizzeresti una vorta e via, artre ancora che tu penalizzeresti solo a certe condizioni e, infine, arcune che tu le penalizzeresti in un modo e non in un artro e viceversa.
Se la penalizzazione fosse un reato, ogni omo, e io per lo primo, sarebbe felice rèo (confèsso o non confèsso poco importa), e un sosterrebbe mai la causa della depenalizzazione della penalizzazione della donna. A me solo a sentire parlare di depenalizzazione mi piglia un'ansia indescrivibile. Nì caso della donna, poi, trovo più divertente penalizzare che depenalizzare, a meno che un gli si dia quì ritmo giocoso dì continuo bàosèttete, e, checché ne pensi la giurisprudenza, trovo la penalizzazione della donna una causa che copre tutto lo scibile dì diritto, da ì civile a ì penale. Anzi che più penale gli è e più civile mi sembra.
giovedì, 07 ottobre 2004

Si sa che negli affari assieme alla bravura conta anche ì cùlo, ma icché conta di più secondo me, gli è avere una brava segretaria. La mia gli è dimolto particolare. Obbediente, anzitutto, più obbediente di quarsiasi artra segretaria che io abbia avuto prima di lei. Educàta, anche, e anche qui supera la media nazionale (non così modesta come sarebbe lecito pensare) delle segretarie che ho avuto io: non mastica la ciringomma, non fa telefonate private, non passa tutto il tempo a chattare in Internet o a leggessi i blog[s]. Ma icché un finisce ancora di stupirmi, e badate che son passati già quattr'anni dall'assunzione, gli è ì su' fiuto eccezionale pe' quì particolare culo che abbisogna a noi omini d'affari... e fiutandolo gli è perfettamente in grado di mantenere issù perfetto aplomb di segretaria... un aplomb allegro, appassionato, mai banale.... tutto fatto di ancheggiamenti felici e non per questo maliziosi, teneri e non per questo imbarazzanti, giocosi di paperine di gomma e strusciamenti di seta e giocattoli in caucciù che hanno la santa grazia di unn'essere dei deja-vu.
mercoledì, 06 ottobre 2004
Che ci avete mai pensato voi a quanto possono essere ambigue le parole? Pigliate a esempio una frase famosa: ama ì prossimo tuo come te stesso.
Gli è una di quelle frasi come ì blu, che sta bene con tutto. Quelli che un vivano artro che péi figlioli, riconoscano nì prossimo quello che vien dopo, cioè questi benedetti figlioli, appunto. Gli ecologisti ci riconoscano le generazioni future. I masochisti ci riconoscano i meno fortunati che incontrano sulla loro strada. I sadici pure. Gli imbecilli più che mai... e le persone sulla strada son sempre quelle.
Ognuno ci ha la sua personale idea dell'amore e la su' personale idea dì prossimo, e nella mescolanza di queste du' idee precise, nell'ansia dì fare tipica dell'omo, unn'hanno mai avuto ì coraggio di fermarsi a riflettere, di indire una manifestazione, di fare una marcia e di scioperare pe' ì diritto d'avere espressi concetti più chiari.
Ama ì prossimo tuo come te stesso gli è la ricetta pe' tenere in equilibrio ì mondo, dicano arcuni signori vestiti di nero, oppure di rosso, oppure di bianco. Ma poi l'abbozzan lì, facendo finta che nelle ricette, quelle vere, un ci siano scritte anche le dosi. Allora quanto amare? E quanto prossimo? Ma, soprattutto, tuo di chi?
venerdì, 01 ottobre 2004

ì rapporto tra ricchezza, intelligenza e potere gli è sempre stato confrittuale, in ogni epoca. Anco e soprattutto in quella tardosettecentesca che vide uno dei miei molti trisavoli alle prése con l'urtimo De' Medici: Gian Gastone. Scartabellando i faldoni polverosi dell'archivio domestico, una fine pergamena l'è cascata ai mì piedi con un lieve suono di lèggimilèggimi. Vi si narra di come Taddeo Sifossifoco, detto ì giugùlaio si fosse recato a corte di primissimo mattino per ottenere la restituzione d'un prestito, e di come Gian Gastone De' Medici avesse infilato tòsto ì capo sotto le coperte rimanendovi in silenzio per alcuni minuti.
«Duca icché vù fate costì sotto le coltri?» Ebbe a chiedigli ì mì avo.
«Mi consulto coi mì coglioni!» Gli rispose ì duca.
Da allora - l'è ormai istoria fiorentina - la risposta di Taddeo in quì frangente gli è rimasta a monito per tutti quei maschietti che di fronte alla necessità di dover prendere una decisione e dare una risposta urgente si nascondano in solitario e fittizio colloquio zebediàle.
Taddeo disse: ... e speriam che trovino un accòrdo questi tre coglioni!