venerdì, 31 dicembre 2004
Sì, ho passato un po’ di tempo in un paradiso terrestre. Ogni mattina andavo a procurarmi pesce fresco direttamente nel mare. L’acqua potabile non era molta, ma era sempre fresca e proveniva dal pozzo del mio cortile. La cucina era su un treppiede, aveva un unico fuoco, si accendeva con una manciata di carbon fossile e una tazzina di kerosene. La ricchezza era una padella di ferro. La natura non era così generosa come sembrava. La natura dipende da come e cosa guardi. Alcuni vedono solo il sole. E quando il sole va via, ciechi, ascoltano il telegiornale.
mercoledì, 29 dicembre 2004
A me ì blogghe di Mantellini mi garba e ci vado spesso. Mi garba l'esposizione delle cose che ha da dire, che dimostra una certa pulizia morale, secondo mene sempre più rara a trovarsi. Però quando scrive cose come questa (e lui lo fa spesso) mi prude ì nervo dì contraddittorio. La caratteristica costante di Mantellini sull'argomento weblog, gli è un'osanna che mi riporta alla mente tanto i gruppi di boyscout, tanto le cellule dì Partito con la P maiuscola. Partito che non è mai arrivato, sia detto per inciso, e con la comune caratteristica boyscoutesca di avere cellule frequentate da pochi, ma parecchio convinti. Pochi ma bòni, gli è stato sempre detto, così come si diceva anche: poveri ma belli.
Scrive Mantellini: Altra cosa vorrei sottolineare a margine della mia lunga frequentazione della scrittura su Internet: palleggiare tutti col mondo è il futuro della comunicazione. Le tecnologie sono mature per unire chi parla a chi ascolta. Perfino i mercati, per citare una frase assai nota che io trovo personalmente perfino poetica, "sono conversazioni". E se ancora non lo sono (certo, forse ancora non lo sono) lo diventeranno. Figuriamoci le persone, separate e scremate in passato dai vecchi media ed oggi invece avvicinate dalla rete.
I mercati son sempre stati conversazioni, caro Mantellini, fin da' ì paleolitico. E le idee, da ben prima di Internet circolavano da Oriente a Occidente, e da Norde a Sudde, presso chi ci aveva le antenne ritte forse meno velocemente, ma esattamente come ora e in qualche migliaio di casi in cui queste hanno smòsso le fòlle, anco meglio di ora.
Abbiamo scritto per anni nell'indifferenza generale dei grandi mezzi di comunicazione (oggi non è più così, qualche mese fa mia madre ha letto su L’Espresso che suo figlio sarebbe uno dei guru di Internet e si e’ parecchio impressionata). Una indifferenza del resto ben giustificata: nessun pericolo correvano allora questi soggetti. Forte e chiara arrivava nelle nostre case la voce della TV, quella delle radio, le parole inchiostrate dei giornali. Nessuna aggregazione di piccole voci era in grado di bucare il rumore di fondo della “grande notizia”. Che controllava tutto, condizionava tutto, orientava le opinioni di tutti. Nella piccola dittatura sudamericana così come nella grande democrazia occidentale (con tutti i distinguo del caso).
Ciò unn'è affatto vero. Una recente indagine ha stimato solo per l'Italia una crescita esponenziale dell'informazione meinstrìmme: un miliardo e mezzo di copie cartacee diffuse (esclusi i libri) e più o meno venti milioni di persone perennemente sedute davanti alla televisione, ortre a quindici milioni di persone che in questo stesso momento che noi si scrive stanno ascortando la radio. La dimensione italiana dì fenomeno weblog si misura in decine di migliaia e tra questi non superano le dita di dieci mani quelli che (escrudendo la vecchia polemica su ì perché) contano qualcosa in termini d'un pubblico di poche centinaia di persone, sempre le stesse, ogni giorno. Io che abito nei pressi dì David di Michelangiolo, mi son chiesto spesso se un valga più la pena di scrivere un post e affìggello in una bacheca sotto casa, che si puole ottenere a prezzi modici di tassa d'affissione, e che potrebbe contare su almeno una mezza milionata di persone al giorno.
Palleggiare col mondo è il futuro della comunicazione. Nel senso che ne è ne più e ne meno l’essenza stessa. Il “we media” di tante avanguardie giornalistiche segmentato e reso abitabile per chiunque. Dove “we” significa finalmente “noi tutti” e non piu’ “solo noi”. E dove media ha perso il suffisso “mass”. Senza averlo perso a caso.
Va bene ì we media, ma in quanti siamo e di che tipologia in questo we? Un dimentichiamoci che la mass a quest'ora sta percorrendo autostrade, fabbricando merci, vendendo servizi, maneggiando danaro, guardando vetrine, preparando pasti, rifornendo benzina, producendo acciaio. We siamo in pochi (ì 70% delle persone, non usa Internet perché unn'ha tempo oppure un sa), Mass sono in parecchi, anche se dentro i nostri monitor un si vedano, un bisogna dimenticare che ci sono.
Possiamo restituire la comunicazione al suo creatore/fruitore originario: la singola persona e non la massa delle persone. Le ragioni che consigliavano altri metodi di distribuzione delle notizie sono oggi in buona parte decadute. E’ obbligatorio (ehi, dico a voi!) mascherare il disappunto. C’e’ un pallone per ciascuno. Chiunque oggi se lo vuole puo’ iniziare a palleggiare. Magari non sarà Michael Jordan fin da subito ma chi può dirlo. La seconda buona notizia è che dentro il pallone non c’è piu’ nessuno. E ognuno palleggia per se’. E il puzzle del mondo che conosciamo e che ci interessa diventa come per magia sempre meno sfuocato. Il mondo cambia.
Anco questo unn'è vero. C'è un pallone immenso che si chiama mondo e che gli è nelle mani di pochi, e ci sono sempre più persone co' una pallina in mano. Persone che con i vecchi orribili difetti degli avanposti patriottardi e dei club escrusivi e escrudenti, biglieggiano solo con chi gli garba.
Naturarmente questo un vuol dire che un si debba giocare a palline, basta essere coscienti della dimensione della pallina e di indove la si possa fare arrivare. I' fatto è che la pallina un si trasformerà mai in una valanga, perloprimo perché unn'è una pallina di neve, per lo secondo perché anco se lo fosse, fisicamente le valanghe un si formano da ì basso verso l'alto. Icché mi fa venire in mente un episodio dì tutto personale (che nì blogghe ci sta bene): quando dico d'essere anarchico, parecchi mi dicono che l'anarchia gli è un'utopia. Io rispondo sempre che anco ì Vangelo gli è un'utopia, icché unn'impedisce certo d'essere bòni cristiani.
lunedì, 27 dicembre 2004
 Quando anche la merda ci avrà un valore, i poveri nasceranno senza culo. Gli è così che nei giornali e telegiornali italiani ì numero delle vittime dì terribile terremoto che c’è stato gli è solo espresso in numero (come si contano le greggi) e servizi e articoli sono ampiamente dedicati a Sposini che s’è sarvato, a Fede che continuerà a fare ì bagnetto, alla Parodi, a una mezza dozzina di calciatori, e a qui centinaio di vacanzieri che saranno costretti a non partire o a rientrare in anticipo… poverini. Ora ci manca ì sollevamento delle associazioni de’ consumatori pe’ farsi rimborsare dai tour operator e, dopo che le interviste televisive e i dossier e le videocassette e i dvd avranno raggiunto ì punto di breakeven (che gli è ì terremoto quotidiano dì lavoro), uscirà qualche bel librone… m’immagino di già ì titolo: Dio un c’era, io sì!
martedì, 21 dicembre 2004
Chissà, forse non tutti sanno che sette o ottocento anni fa, s’era nì Medioevo, un poverello predicatore di quelli ignoti negli annali perinsino della chiesa “mainstream” come si dice ora, fece un patto con l’Artissimo. Si lamentava, ì poverello, della tanta gente che gli toccava anco per quell’anno, di passare un Natale di merda, perchéne nì mondo, quello d’allora, c’erano le guerre, le fami nì mondo, le ignoranze, c’erano le ricchezze sperequate, le ‘ngiustizie sociali, gli a chi troppo e a chi troppo poco, gli stessi che ci sono oggi, cosa che ì poverello un poteva sapere e l’Artissimo sì.
«Un ti preoccupare» Gli disse l’Artissimo «Vedrai che tutte queste cose si risorveranno con l’aiuto della Provvidenza… abbi fede!»
«Ahimé, Artissimo, un ve ne abbiate a male, io la fede ce la posso anche mettere tutta, ma un ci credo» Gli disse ì poverello. E l’Artissimo, quasi un po’ offeso, fece un patto con lui.
«Se a Natale dì 2004 tutto questo casino che tu dici continuerà a esistere, ci penserò io» e così chetò ì poverello che, arrivata la su’ ora, si nascose lieto ammodosuo nella porvere dei secoli.
La mattina di Natale dì 2004, L’Artissimo si svegliò di bon’ora, guardò le nuvole che si rincorrevano in un cielo azzurro azzurro di libeccio, poi s’affacciò a ì balcone e vedendo tutto quello che succedeva lì sotto, s’aricordò della promessa.
«Pietrooo, Pietroooo!!! Convocami subito ì consiglio d’amministrazione»
L’artissimo si mise a capitavola, e dopo lungo discutere, decisero di partire co’ una delegazione: destinazione terra!
Naturarmente tutti i membri dell’Artissimo consiglio, proposero pe’ ì viaggio le meglio destinazioni: chi diceva Montenapo chi via Tornabuoni, chi propose ì Vaticano e chi la suite a sciarmelsceik, ci fu chi propose Arcore e perinsino la regione Puglia! Ma l’Artissimo li fregò tutti, perché all’urtimo momento disse secco: si va a Bagdadde!
Figuratevi ì casino! Arcuni consiglieri s’erano bell’e ricambiati con delle scarpine Hugo Boss che gli erano un amore, quarcuno aveva ‘ndossato una giacchetta d’Armani. I revisori dei conti s’eran messi tutti in cashmere, Loro Piana pure. I santi di fresca nomina gli eran tutti fasciati di Naike e Champion e Adidasse e Reebocche, e i probiviri avevano tirato a lucido Rolex e Vacheron Constantèn, co’ ì chiodo fisso d’arrivare in ritardo. Invece arrivarono a un’ora quarsiasi, nella piazza dì Domo di Bagdadde, e l’ora gli era di grande traffico.
Scansarono un carrarmato, un elicottero che volava basso gli scompigliò i capelli, e si guardarono intorno: un monte di gente che passeggiava frettolosa, chi sopra le gìppe, chi a piedi, arcuni (i più) indossavano completini “military” come va di moda ora tra i ragazzi. Un venticello leggero che s’era levato proprio quella mattina, aveva spazzato via tutto l’odore di porvere da sparo, l’uranio ‘mpoverito aveva comunque conservato una certa ricchezza, e un bel sole risplendeva ovunque nell’ariettina tiepida.
«Ahhh, che pace!» s’azzardò a dire un proboviro, così giusto pe’ rompere ì ghiaccio.
«Gli è bello festeggiare ì Natale all’estero» gli fece eco subito una parte consistente della delegazione, più per piaggeria che per convinzione.
L’Artissimo si guardò intorno, silenzioso. Ovunque gente storpiata, malnutrita, con gli occhi lucidi, bambini infelici, povertà, paura.
«Bene! Ora che ci siamo stati si puole anco tornare a casa» Disse Pietro all’Artissimo.
«E quando si sarà su, ci si penserà» Gli fecero eco quelli della delegazione.
Ma l’Artissimo un l’ascoltava nemmeno, gli sembrava che tutta quella gente c’avesse la stessa faccia, quella della miseria e della paura, ma soprattutto quella dì poverello anonimo che urlava a gran voce: il patto, il patto!
Co’ uno schiocco di dita dell’Artissimo ecco allora scendere da’ ì cielo un centinaio d’angeli e un enorme lenzuolone. Gli angeli, in un batter d’ali, sistemarono il lenzuolo sulla piazza dì Domo di Bagdadde e quando tutti i poveracci ci furono saliti sopra, lo presero ai quattro lati e l’innarzarono a ì cielo.
Figuratevi ì viaggio! Che casino! Chi piangeva, chi rideva, chi un capiva, chi si lamentava, chi si chiedeva che razza di nuova arma fosse mai quì lenzuolone. Quando gli angeli riaprirono ì lenzuolo, s’era ormai nì paradiso, indove c’era ad aspettalli un’enorme tavolata straboccante di ogni prelibatezza: frutta, carni, ed ogni (è proprio ì caso di dire) ogni bendiddìo!
E tutti que’ poeracci mangiarono felici, e bevvero nettari, e fecero discorsi felici come se nì mondo, nì loro mondo, mai fosse accaduta una guerra, una dittatura, financo la semprice ingiustizia. E con le pance piene i pensieri si fecero dolci dolci, dolci fino allo stordimento, dolci fino a ì sonno.
«Tanto vale un svegliassi più» Pietro disse, guardando l’enorme distesa di corpi addormentati per una volta tranquilli, per una volta felici, per una volta sazi.
«Eh già, un si possano mica rimandare a Bagdadde, ora che son stati qui» rispose ì coretto dei consiglieri e dei probiviri.
Eppure a un tratto, nell’amalgama dei corpi tutti dormienti, qualcosa si mòsse. Gli era un donna, che immediatamente si mise a correre.
Allo sguardo interrogativo di Pietro e della delegazione, l’Artissimo fece solo un cenno, come a dire: lasciamo che faccia Iddio!
E la donna corse, inciampando, cadendo e rialzandosi, fino ai confini dei giardini dì paradiso. Corse finché la terra un le mancò da sotto i piedi. E poi scivolò giù nella coltre di nuvole, sentendosi mancare ì fiato, eppure continuò a correre. Correre e scivolare giù per chilometri e chilometri, sempre con l’ansia in petto, impaurita, finché le luci di Bagdadde un si profilarono sotto di lei, sempre più vicine, nella notte di Bagdadde. E quando fu a terra, s’orizzontò un po’ e riprese a correre. Corse lungo i vicoli della città crollata, corse fino a una porticina mezza scardinata, che aprì co’ una spallata. In un angolo della stanza un bambino di nemmeno un mese, piangeva e agitava le manine all'aria nì cercalla. Lei lo prese in braccio, lo cullò un po’, poi su una seggiolaccia si snudò ì seno e gliel’offrì. E nì mentre che i bambino succhiava, la donna dopo tanta avventura, pian piano quieta s'assopiva, proprio lì, a du’ passi dalla piazza di Domo di Bagdadde, quella indove ci passano gli elicotteri, i carrarmati e un monte di gente che veste “military” e non per essere più scicche.
Un me ne voglia Salvatore di Giacomo,per aver indegnamente adattato così la sua bellissima Lassammo fa' Dio, e buone feste a tutti... arrivedecci a Gennaio
venerdì, 17 dicembre 2004
Quando son stanco dì buonismo natalizio, dì regalino che t’arriva su biglietti dall’indirizzo dei quali deduci che pe’ arcuni tu sei signore, per artri dottore, per artri ancora professore e pe’ una sparutissima minoranza addirittura duca.
Quando son stanco di buonismo natalizio fatto di cocchetail, cene ‘mpiedi, feste escrusive sotto le palle dì David, di sushi-baccalà, di storcinasini e birignào, d’occhielli vistosamente sbottonati alle giacchette, di scarpine lustrelustre, di calendari dell’avvento tutti pieni di luccibrillìccole, di biglietti manufatti d’una particolare pergamena fatta con gli avanzi dì liftinghe delle signore bene.
Quando son stanco di maschi che non han più nomi da maschi e di femmine che non han più nomi da femmine, pe’ un parlare dei cognomi…
Quando son stanco di tutto questo, e mi girano le signorili o dottorali o professorali, in ogni caso duchesche biglie, io inizio a parlare difficile.
«Oh caro… cosa farai per le vacanze d’inverno?» mi ha chiesto una cara amica, che di fresco ha conseguito il terzo master in European Refreshment.
«Oh cara, credo che farò qualcosa di anacronistico, anche se è opinabile la cronologia, certo escludo lo scrittoio personale del mondo epicolirico, quanto piuttosto il profluvio di studi sull’oralità che si fa scrittura e di redivivi aedi e menestrelli di passate età orali, inclusa una colta epigrafia arcaica».
nb: per la colta dissertazione sulle pergamene ottenute dagli avanzi del lifting, è doveroso citare una simpatica recente dissertazione telefonica con PlacidaSignora
giovedì, 16 dicembre 2004
Gli è l’ora di fare un po’ di giustizia interiore e che io segnali un brogghe che da qualche mese ogni tanto vo a vedere e che unn’avevo mai linkato: Paolo di Lautreamont!
Perché un l’avevo linkato? Semplice, perché Paolo gli è uno che i comunisti gli stanno parecchio sugli zibidei, perché Paolo gli è un’omo di fede, perché Paolo, nonostante queste sue caratteristiche antipatiche per definizione, gli è uno intelligente: tre cose che son l’ideale per essere impopolari nì migliore dei casi, emarginati nì peggiore.
Del resto io per lo primo son tutto ì contrario di lui, perché fin da bambino su ì pane a ì posto della Nutella ci spalmavo Bakunin, perché nonostante sia un collezionista di rosari un sono particolarmente in odore di santità e, infine, anco perchéne io, checché ne pensino gli artri, intelligente un sono mai stato quanto avrei voluto, dovuto e vorrèi.
Io l'ammiro parecchio il buon Paolo di Lautreamont, perché deve aver letto Isidoro Ducasse, cosa che io unn’ho fatto, e perchéne gli è uno che ci ha un monte d’entusiasmo e d'energia. Instancabilmente dimostra quanto tutti noi, schiavi del re mìdia, ci s’abbia bisogno d’una appassionata controinformazione.
Naturarmente, ciò facendo, Paolo gli è sempre su ì punto di dirti che essere di destra gli è secondo lui meglio che essere di sinistra. Ma non lo dice. Non lo dice mai, forse pevvìa della terza caratteristica che più di tutte le altre me lo fa riuscire simpatico. Così ì mì pane e Bakunin e la su Repubblica-Pravda (ovviamente riferito alla testa di chi ci scrive e di chi la legge come ì vangelo, più che alla testata in sé), spesso s’incontrano. S’incontrano in un posto indove c’è un monte di confusione, parecchie cartacce in terra e dove, nella foga di mantenere illibato uno status symbol non proprio vergine, ci si può dire solo "ciao".
martedì, 14 dicembre 2004
 Ci penso spesso a Plotino, e a ì poero Porfirio che standogli sempre dietro a sentillo ragionare, tra l’Egitto e la Persia e poi Roma e la Campania, mise insieme cinquantaquattro librettini (in fila per sei e a gruppi di nove).
S’era un par di secoli dopo ì Cristo, e Plotino andava predicando che tutte le cose derivano dall’Uno, l’unità assoluta che basta a se stessa. L’uno, semplicissimo uno, che tutto emana. L’uno, semplicissimo uno, a cui tutti si dovrà ritornare, dibandonando le prigioni dì corpo fisico e di artri metafisici giramenti di coglioni.
Ci penso spesso perché m’è capitato più vorte nella vita d’essere allievo, come ì povero Porfirio, e m’è capitato attraverso un’attenta stagionatura, anco d’essere maestro di quarche povero Porfirio. Così ho conosciuto Porfirii pazienti e leali, e Porfirii pazienti e sleali. Questi ultimi sono i più interessanti, perché la loro pazienza, unn’è vera pazienza, ma un logorìo psichico continuo nell’attesa di prendersi la rivincita a una sfida che nella realtà un c’è mai stata. Che nella realtà un puole esserci stata, perché un maestro un sente mai ì bisogno di sfidare un proprio allievo. Sente piuttosto ì bisogno d’insegnagli che quando l’allievo pensa d’aver vinto ì concorso di maestro, e con grande slealtà agisce in modo da vendicarsi d’un sopruso che non ha mai subìto e ambisce a diventare primo, egli primo non diventerà mai, per due motivi semplicissimi da capire: primo perché ì maestro un gli ha certo insegnato tutti i segreti della professione di maestro; secondo perché, essendo ì maestro già maestro prima di lui, egli sarà sempre secondo.
Così spesso, di fronte all’allievo sleale, quello che per lenire il dolore del malessere che l’ha sempre accompagnato e che niente, nemmeno l’amore d’una moglie, che immagino sincero, è riuscito a lenire, ti trama dietro, va in giro a dire “il maestro è malato… il maestro è infetto… e del peggiore dei mali”, che infastidisce le donne del maestro in gran segreto e nella segreta speranza che il maestro si circondi di donne ingenue e inconsapevoli come un qualsiasi Porfirio, che in tutti i modi fa arrivare grossolani messaggi solo per essere riconosciuto, che sulla strada dove passi di solito oggi ti fa trovare un segno e domani un segnale, solo per dire “guardami, non puoi non accorgerti di me, adesso… ”, ì maestro un puole che dire: Sì, ti guardo e ti riconosco, sei ì povero Porfirio!
lunedì, 13 dicembre 2004
Ogni tanto chiudo gli occhi e lascio fuori la danza frenetica delle distrazioni d’ogni sorta. Chiudo ì browser, abbasso ì coperchio dì portatile, e lascio sprofondare tutta la giostrina de’ pensieri nì pozzo senza fondo dì cuore. Mi concentro su tutto qui ribollire di sangue che gli dà vita, lì nel mezzo del mì petto, finché unn’inizio a percepire chiaramente il suo pulsare ritmicamente.
Ad ogni suo battito mi sembra di percepire sempre più distintamente l’idea della vita che lo anima e che, assieme al mio, anima milioni e milioni di corpi umani e miliardi e miliardi di altre creature. I’ battito d’un cuore, in sintonia (mentale) o no, gli è ì respiro della vita universale. Tu avverti, in quì respiro, che di questo grande concerto muto fatto sulle scale armoniche dei secoli, con le note delle generazioni passate e future, e i còri improvvisati dell’oggidì, uno strumento tu sei anche te. Allora riapro ì coperchio dì portatile e ricomincio con foga a sbattere sui tasti tutto icché c’è da sbattere.
domenica, 12 dicembre 2004
Sarà capitato anco a voi. Di sfogliare un po’ le pagine curturali de’ giornali e di trovàcci solo robaccia da mercato, di fare un giro tra i broggher più accurturati e di trovacci solo discorsi triti e ritriti che servano a vendere le medesime porcherie, di appicciare la televisione e vedere intellettualucoli alla moda fare le “ochette” in mezzo alle aspiranti soubrettine e cocottine.
E’ allora che, io personarmente, vado a fàmmi un giro su BabsiJones. La ragazza gli è incazzata a ì punto giusto, forse un po’ troppo convinta e autocelebrativa (ma chi non lo è, nel mondo dei blog?), un po’ poco mediata (come si usa dire oggidì), un po’ troppo entusiasta, persino.
Eppure questa ragazza mi fa tornare alla mente le parole d’Aristofane, quando, rivorgendosi agli spettatori delle "Vespe" ebbe a dire…
Sostenete quelli che cercano di farvi sentire qualcosa di diverso e conservate i loro pensieri: riponeteli in cassapanca come le mele cotogne: così i vostri panni odoreranno d’intelligenza tutto l’anno. [e si noti finarmente un uso come si deve dei due punti]
sabato, 11 dicembre 2004
 All’alba di una domenica dell’avvento, nì 1871, dopo una notte senza luna, arcuni signori procedevano in fila indiana nei vialetti dì giardino di Boboli, in Firenze. I’ primo della fila, un fiammingo che aveva viaggiato parecchio, portava in mano, in religioso silenzio, un piccolo arbusto: gli era la prima pianta di cachi che mai fu piantata in Italia, e Dio solo sa quanto Firenze e l’Italia avessero bisogno di questo primato!
Ne nacque subito una diatriba:
chiamàllo diospero, dall’etimologia greca che starebbe a dire Pane degli Dèi?
Chiamàllo loto, da ì momento che ì fiammingo l’aveva rubato in Giappone ì quale a sua vòrta l’aveva rubato anni e anni addietro alla Cina che lo venerava come l’arbero dalle sette virtù cinesi (prima dell’embargo, ndr)?
Chiamàllo pomo, alla borbonica, che in Spagna i cachi arrivarono per primi nì ‘700 ma solo come arberi da ornamento?
I’ dilemma un fu mai risolto, e ancora oggi gli è un grand'affare.
In Bestie o Dèi, l’animale nì simbolismo religioso di Comba-Bongiovanni, si trova una curiosissima istoria, presa direttamente da ì forkrore cinese: vi si narra dì duello tra la scimmia e ì granchiolo, dove ì granchiolo che aveva cortivato dei cachi viene coglionato da una scimmia sfaccendata, e di come ì granchiolo si vendicò dì coglionamento.
I’ caco, garbò sempre parecchio agli archimisti, pevvìa delle su virtù curative, in particolar modo pe’ conservare una simpatica eterna mezz’età, ma soprattutto garbò ai settari e agli esoterici, che vi trovarono curiose relazioni. L’enigma dì quadrato magico di Sator, infatti, da dove si desume che l’omo discende da ì toro e non dalla bertuccia (sennò labirinti e minotauri un si spiegherebbero e ì libro della jungla nemmeno), trova la su spiegazione (passando pélle quadrature dì cerchio e artre amenità) in un fatto curioso che riguarda ì frutto dì caco. I’ quale frutto, aperto a metà (e prima di tuffacci dentro ì cucchiaino) mostrerà ì disegno raggiato e perfetto d’un ottagono regolare.
Tale ottagono riguarda da vicino, ortre che ì caco di per sé, anco certe questioni che vanno dalla pianta ottagonale di Castel Del Monte eretto da Federico di Svevia, fino a ì Santo Graal, che servì da piatto e calice all’urtima cena, e da contenitore dì sangue di Cristo raccorto in quell’occasione da Giuseppe d’Arimatèa.
Ora voi che avete la pazienza di leggere, capite bene che la materia dì caco gli è assai più ampia dì frutto stesso (icché da taluni gli è considerata una magia e da artri un miracolo) e che dugento e passa pagine d’un romanzo che unn’ho ì tempo di scrivere sotto forma di post, un farebbero comunque onore a ì caco fiammingo. Bisognerebbe allora essere più che blogger, più che scrittori… bisognerebbe essere pittori. Ecco io se fossi un pittore, ma soprattutto se fossi una pittrice, vorrei proprio dipingere dei cachi fiamminghi. E li farei belli grossi, anche: un metro per ottanta!
linkini: albamarina, padrepaio, ecate...
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