lunedì, 31 gennaio 2005
Un m'intendo per niente di chakra, poco di spiritualità, pochissimo di modi di pensare all'orientale: eppure io ì terzo occhio ce l'ho. Ci son nato io co' ì terzo occhio. Certo all'inizio mi si nascondeva alla vista degli altri due, e fin verso l'adolescenza unn'ho mai avuto una piena consapevolezza che potesse anche guardare. Soprattutto che gli garbasse così tanto guardare gli interni della persona. Le religioni orientali, pé indurre ì neofita maschio a diventare consapevole dì proprio terzo occhio, gli dànno da risorvere ì problema d'iscoprire che suono fa una mano sola. Questa intelligente forma di meditazione, invece, unn'è condivisa dalla nostra religione. Pévvìa dì rischio della sordità, mi disse un sacerdote quando ero ragazzo, come se poi uno da ì terzo occhio ci dovesse ascortare chissàcché! Seguendo la meditazione orientale invece, a un certo punto ci ho avuto l'illuminazione, e ho visto per la prima volta questo benedetto terzo occhio all'opera. Ne ho avuta la certezza quando, dopo diversi tentativi, l'ho visto piangere, probabilmente a causa della troppa luce della mia illuminazione. Penserai te: chissà di che colore era ì terzo occhio di Sifossifoco? Come se ì terzo occhio potesse avere pupille e diottrìe come gli artri due. No, ì terzo occhio un ce l'ha queste cose qui. Magari ci ha la palpebra, questo sì. Un palpebra mobile, fatta a ciambella, che in prima battuta potrebbe ricordare le cupoline apribili degli osservatori astronomici, e che a seconda di come ti si move, lascia scoperto quest'occhio eccezionale. La percezione di quest'occhio, dì resto, gli è tutta diversa dalla percezione d'un occhio normale. Esso sta parecchio a ì buio quando si riposa, e sta anche parecchio a ì buio quando fa la cosa che gli garba di più: guardare da più vicino che può gli interni della persona. Naturalmente non è che questo terzo occhio stia sempre a ì buio, questo è chiaro. A volte garba anche a lui l'aria aperta. Anzi, se fosse sempre all'aria aperta, sono convinto che gli garberebbe assai e ne sarebbe felice, ma non così felice come quando osserva nì buio della persona, gli interni della persona. Quando ì mì terzo occhio è all'aria aperta, se non fa troppo freddo, sta sempre affacciato dalla palpebra: come se la palpebra fosse un balconcino. Dico un balconcino, perché ì terzo occhio che c'ho io, unn'è che sia enorme come una terrazza o un balcone. Gli è un occhiolino affacciato a un balconcino. Però è sempre aperto e curioso nì sondare la persona più dentro che può. Essendo lui un po' pigro, inortre, la natura l'ha dotato di un arrèggiòcchio gonfiabile ed estensibile a piacimento. Naturarmente l'arrèggiòcchio s'allunga e si gonfia solo fino a un certo punto. La natura gli ha infatti misure sempre adeguate alla bisogna e ponderate. Se s'allungasse e gonfiasse troppo, esso diventerebbe una vera anomalìa della natura e ì terzo occhio potrebbe anche spaventare la persona della quale ha deciso di guardare gli interni. Esso, quando non è rinchiuso da qualche parte piacevole o necessaria, se ne sta diverse ore al giorno a fissare ì pavimento. I' su' raggio di visuale, infatti, unn'è in orizzontale e verticale come gli occhi normali, ma solo in verticale: esso da' ì pavimento, riesce (grazie all'arrèggiòcchio) a guardare con poco sforzo fino a altezza finestra, e da qui riesce a elevarsi fino a mirare l'attaccatura tra la parete e il soffitto. Se co' ì terzo occhio io volessi putacaso mettermi a fissare ì soffitto, bisognerebbe che quando gli è bello aperto e disponibile, assumessi una posizione dì corpo sdraiata. Ma questa gli è una cosa che mi capita raramente, visto che pe' ì terzo occhio guardare ì soffitto, unn'è di nessunissimo divertimento, né utilità. E poi, quando ì terzo occhio gli è particolarmente aperto e disponibile, gli ha bisogno di guardare gli interni della persona, no ì soffitto. L'unica cosa che un'omo può fare quando ì terzo occhio gli è particolarmente abbisognoso di guardare gli interni della persona e la persona un c'è, gli è distràllo un po' aprendogli e chiudendogli la palpebra con la mano. Oppure dàgli una bella risciacquata con l'acqua ghiaccia. Ma tutto questo, intendiamoci, unn'è che gli garbi tanto. Gli è per questo che gli occhi normali ogni tanto lo guardano questo terzo occhio. Lo guardano con comprensione, ma senza capìllo fino in fondo. Del resto, pur essendo occhi, essi sono agli opposti: la gioia dei primi non corrisponde mai in numero, alle gioie dell'altro. Per non parlare poi delle lacrime: quando gli occhi piangano, c'è sempre dolore o emozione, quando piange ì terzo occhio, vuol dire che c'è stato un lungo lavoro all'interno della persona, e gli è solitamente un'indimenticabile esplosione di gioia.
venerdì, 28 gennaio 2005
Appartengo a una generazione di transito, da una metà a una mèta. Da piccolo la mi' mamma usava un imperativo in cui si celava tutto ìssù affetto: mangia! E poi, facendosi co' ì transito delle generazioni l'affetto attenzione, l'imperativo s'è trasformato in domanda: hai mangiato? Cresciuto a questa scuola, la mì generazione di transito s'è fatta sociale: si mangia quarcosa assieme? Vieni a cena? Ci troviamo a colazione? In intima dorcezza o in fraterna amicizia, davanti alla leccornìa si chiede: facciamo a metà? L'imperativo un s'usa più, la mèta è l'interrogativo o ì mezzo interrogativo, ma la sostanza resta. I' mangiare imperativo di me bambino e della mi' generazione, inortre, non era una semprice manifestazione d'un affetto semprice: di chi magari da mangiare non aveva avuto abbastanza pévvìa di guerre e antecedenti, duranti e conseguenti miserie. Gli era anco una mezza tortura. M'aricordo perfettamente, in verso i sei o sett'anni, le ditina genitoriali serrate a tappar le narici, pe' infilàtti in bocca la sublimazione dell'affetto di cui sopra per eccellenza: la carne. Carne che un c'era mai verso d'ingollarla, e che dopo lunghissima e svogliatissima masticazione, si trasformava in un bolo alimentare ininghiottibile che aveva come mèta il finire per metà sepolto in quarche vaso di fiori e per metà sotto ì tappeto della sala da pranzo alle due mezze distrazioni di maman. Io della carne, mangiavo volentieri solo i timbri. Il timbro d'inchiostro violaceo o blu cobalto, che copriva metà della braciola, era boccone ambitissimo. La mi' mamma comprava da ì macellaro più timbri che poteva e mi nutriva sulla base dell'affettuoso mezzo inganno. Roba ghiotta per gli psicologi, insomma, anco se dovrebbe esistere uno psicologo collettivo, perché que' bocconi sono i bocconi di almeno metà della mi' generazione. E a metà della mi' generazione di transito garbavano i timbri almeno quanto garbavano a me. Si dice che vi fossero macellari parecchio generosi di timbro a que' tempi della transizione di' timbro. Che poi transitò definitivamente e sparì con gli anni Ottanta, quando la scienza sentenziò su come l'affetto di que' timbri avesse effetto cancerogeno mortale... ma finché lo si racconta. Gli è strano infatti come ì poco mangiare e ì troppo mangiare e ì cattivo mangiare siano rischi identici, e che si viva in un mondo indove metà delle persone che ci abitano mangian troppo e l'artra metà troppo poco. E di queste metà, la metà della metà mangia meglio e l'altra metà della metà mangia peggio, in un susseguirsi di metà in transito. Dalla parte indove si mangia troppo, forse a causa dell'affetto di cui sopra, non solo si mangia troppo noi, ma mangia troppo chiunque viva con noi: metà dei bambini è grassa, metà dei cani e dei gatti è grassa... perinsino metà delle zanzare che transitano ormai 365 giorni all'anno nelle nostre case di transito sono mezze grasse. Gonfi i ventri di chi mangia e gonfi i ventri di chi non ha da mangiare. Un pensatore attento, nì vedere la regolarità di queste tante metà, dalle più grandi alle più piccole, eppure sempre metà e in continuo transito, potrebbe immaginàssi lo yin e lo yang, oppure impaurirsi sul serio. Mèta e metà rischiano di confondersi, per la metà di quelli in transito nelle generazioni, e, ciò che mi dà una mezz'ansia, gli è che non è detto che l'altra metà di transito corrisponda esattamente alla mèta.
giovedì, 27 gennaio 2005
C'era una vorta ì giornalismo. E poi c'era un particolare tipo di giornalismo che oggi solo chi gli è di memoria inossidabile s'aricorda. Gli era ì giornalismo delle terze pagine, quelle indove s'avvertiva sempre quì certo nonsocché che andava ortre la cronaca e ì quotidiano stesso, facendosi aquilone d'apertura mentale, di curtura. La gente sfogliava ì giornale, magari a ì barre, con in bocca la brioscia e in mano ì cappuccino, e a un certo punto si trovava davanti a un'isola felice (stampata con gli stessi caratteri delle artre pagine) indove a firma di Montanelli o Pasolini, Montale, Buzzati o Prezzolini, ma anco - perché no? - D'Annunzio o Malaparte, s'invitava ì gentile lettore a fare un po' di spazio nella materia grigia, pe' piantacci quarche fiorellino. Ma anco le artre pagine unn'erano da meno. Quarsiasi la fosse la notizia, c'era un modo di raccontalla che oggi unn'esiste più. Quando ci avevo i carzoncini corti, nei giornali (credo tutti, e non solo quelli che la mi mamma mi c'incartava la merenda) si affidava la qualifica di cronista a chi gli aveva più o meno i carzoni corti come mene (o era passato da poco a quelli lunghi), poi c'erano i mostri sacri degli editorialisti (che erano mostri sacri su ì serio, visto che quarcuno gli andava anco in galera o a ì confino peicché scriveva) e nì mezzo c'erano i giornalisti. E poi c'erano, come di consueto, tutti i giorni le notizie. Il cronista riportava (di corsa) la notizia, poi ì giornalista la scriveva in un modo che forse oggi nelle iscuole di giornalismo un s'insegna più: gli era un modo rispettoso de' fatti, ma anche intimo e tarvorta (spesso) emozionante... come se ì giornalista stesso fosse l'io parlante (di cui tanto si parla oggi in chi frequenta quei corsi d'arrotondamento stipendio pe' scrittori poco fortunati che si chiamano scuole di scrittura e che insegnano a raggiungere l'orgasmo mettendo la minuscola dopo ì punto), e poi c'era ì mostro sacro: un filosofo, un letterato, o uno che ci assomigliava parecchio, che si occupava d'aprìtti la materia grigia e piantarci un fiore, germogliasse o no. Un giornale, fatto o lètto, assomigliava così a una bottega ì cui criterio unn'era troppo lontano da chi cercava di fare ì pane bòno o delle ceramiche ammòdo o un cappottino elegante. Oggi questa bottega unn'esiste più. Oggi c'è la televisione, indove anche ì più sconosciuto e mediocre degli autori gli è visto come uno che vale più che un filosofo, e poi ci sono le industrie curturali, che le terze pagine dei giornali se le piglian tutte loro: pe' parlare dì divvùddì americano in supplemento, dì besteseller nostrano uscito proprio oggi, o la monografia pittorica in allegato a modicoprèzzo. Così di giornalisti con l'io narrante un ce n'è più: l'epoca li ha divisi in cronisti (anco quando son già vecchi) e in editorialisti (anco quando son troppo giovani)... ognuno co' ìssù compitino da scrivere per far comprare, o per convincere, su quarsiasi cosa, anco la più sciocca, comunque in vendita o da votare. E di quelli che piantavano fiori in sulle terze pagine unn'è rimasto più uno: tutti zitti o tutti morti, che gli è l'istessa cosa. Ma poi, quando ormai per abitudine un tu ci pensi nemmen più, tu scopri per caso che quarche giornalista dell'io narrante all'antica (in senso bòno, è ovvio) da quarche parte ancora c'è: si chiama I provinciali, e scrive péll'appunto su un quotidiano di provincia. Se sei già giornalista, o aspiri a diventallo, secondo me ti merita di dàcci un'occhiata, se invece sei cronista, opinionista o letterato o filosofo, in ogni caso militante, è meglio di no.
mercoledì, 26 gennaio 2005
Gli ecologisti dovrebbero ringraziare i grandi personaggi della moda. Gli è pévvìa dei loro ambìti sacchetti che un esercito di persone si impegna ogni giorno nella più grande opera di riciclaggio spontaneo mai vista. Mentre nelle città a stènto si riesce a raggiungere un 25% medio di rifiuti avviati a ì riciclo, i sacchetti e le borsine delle grandi firme e delle grandi boutique, sono riciclati a ì 100%, anzi a ì 300%... tante vorte finché un si sfondano, doventando alla fine (una prece) spazzatura, scovazza, rumenta, monnezza. Eserciti di signore e signorine, per lavoro o per diporto, infilano dentro a questi contenitori très chic firmati Armani, Tiffany, MiuMiu, Boss e tarvorta (allargandosi) perinsino Rinascente, ogni genere di conforto da viaggio o da passeggiata: dalla bottiglietta d'acqua oligominerale, a ì lavoro a maglia, dalla mise per la palestra a ì tupperware ripieno d'insalata scondita, fino alla curtura, magari sottoforma dell'urtimo bestseller d'ottocento pagine firmato Tolstoj o Faletti (tanto che vòi di differenza faccia). Ogni scusa gli è bòna, pe' sfoggiare uno shopper, spesso sempre lo stesso, inventandosi tutti i giorni un'esigenza e un utilizzo nòvo e arternativo. Perinsino quelli che più son contrari, ostici allo sfoggio della griffe, alla fine te li vedi svicolare da ì portone di casa arpionando leggera tra le dita una di queste griffatissime e usatissime borsine di seconda e spesso di millesima mano. E pensare che ci avevano provato, quelli dì firm Amici miei, a indurre ì conte a definire "le mie valigie" du' schifosissimi sacchetti plasticosi dì pizzicagnolo... e invece niente: che ce la vedi te la parrucchiera dell'angolo portassi l'etto e mezzo di mais bollito che le fa da pranzo (e pe' merenda un frutto) nella borsina, che so, della LavanderiaGianna-PrezziModici-Riconsegna in giornata-Anco-a-Domicilio? No, lei adopererà religiosissimamente una borsina della stessa carta, solo un po' più lucida magari, indove ai due lati si legga bene la scritta Pianegonda o Krizia o Prada. E con quale cura, poi, ci metterà dentro le su' cosine, mentre co' ì fratello minore dello shopper con la griffe: ì dozzinale sacchetto della Cooppe, nessuna pietà: forse proprio perché c'è scritto "La Cooppe sei te", che tradotto in lingua vorrébbe dire "Chi si piglia s'assomiglia", ci pigia dentro uno scaffale intero di jocca e poi lo yogurth ricco di fibre che aiuta la sua regolarità, con l'ignoranza nelle braccia d'una che potrebbe combattere su un rìnghe, se un fosse in incognito. L'ambiente ovviamente ringrazia, mentre certi stilisti della borsetta, un giorno (che si spera arrivi presto) capiranno che gli è dì tutto inutile trasformare coccodrilli, serpenti e sacre vacche e manodopera terzomondiale e minorile, in contenitori, quando potrebbero utilizzare carta riciclata, inchiostro e stampa in rotativa.
martedì, 25 gennaio 2005
C'è una nuova forma d'inquinamento nelle città dì mondo che volatilizza ogni anno milioni di euro che potrebbero essere meglio spesi. Inquinamento pissicologico e spirituale, innanzitutto: perché le mandiboline sempre in movimento un fanno tanto bene alle sinapsi dì cervello. E poi inquinamento reale, concreto: la ciringomma sputata in terra come nuova piaga sociale. I sistemi viari e urbanistici delle nostre città si stanno trasformando in tappeti sintetici: pietra, asfarto e ciringomme colorate stirate con i piedi e con gli pneumatici di chi ci passa. Le poche città che ogni tanto ripuliscano (piglia a esempio Milano o ì più recente intervento sotto ì balcone di Giulietta e Romeo) co' ì vecchio metodo dell'acqua, bicarbonato e parecchissimo olio di gomiti, spendano quarcosa come un milione di euro all'anno. Si carcola che solo in Italia i ruminanti ciringomma professionisti (part e full time, precari, sartuari e còcòcò) sian ventotto milioni, e di questi aìmmeno diciotto milioni son donne. In effetti un c'è piacere più bello e romantico (oserei dire scìcche) che intrattenersi a dialogo co' una ragazza che a un certo momento apre la borsetta, tira fòri la scatolina, si caccia in bocca la ciringomma e comincia a biascicattela su' ì viso. Varie sono anche le abitudini di sputo della detta ciringomma, sulle quali si potrebbe scrivere un trattatello narrativo delle psicopatologie dì quotidiano, che potrebbe anco arrivare ad aspirare una ilare recensione su Repubbrica a firma femminile. Ci son quelli che le sputano e poi si guardano in giro pe' scusarsi subito se quarcuno li ha notati; ci son quelli che la sputan per aria e la rilanciano co ì piede a mo' di ringhio gattuso quando fa ì gòlle; ci sono i perbenisti che, guai a toccàlla con le dita, se ne liberano in un minuscolo pezzetto di carta che poi dibandonano dove càpita; ci son quelli che s'esercitano a ì lancio da ì finestrino della macchina in corsa o, in moto, aprendosi a ì volo la visiera dì casco rischiando perinsino di rispiaccicàssela su ì viso a effetto controvento; ci sono i maniacali, fedeli alla linea, che la spiaccicano sempre sotto lo stesso sedile, dello stesso autobusse (o artro mezzo pubbrico di locomozione), della stessa linea, alla stessa ora e nello stesso luogo; E di questi, in infinite variazioni, quelli che la ciringomma la ciucciano poco e poi la buttano e quelli che ci si finiscano le mandibole, e che la sputano solo quando incominciano a prendegli ì crampi alla bocca. Pe' un risorvere ì probrema, quarche sindaco lungimirante co' ì desiderio di finire facirmente sui giornali e alla tv a fa' du' chiacchiere con quarche giornalista, si potrebbe inventare un'ordinanza che vieta ì masticaggio della ciringomma nei giorni pari o dispari, oppure alla domenica, ma solo se un tira vento.
lunedì, 24 gennaio 2005
Gli è strana e curiosa la storia dì pesce. Da sempre simbolo della fertilità, narrato in mille forme che qui sarebbe troppo lungo ispiegare: dagli Esseni di Gesù fino a ì pesce d'aprile. Un tempo ì pesce gli era roba che interessava solo alle donne, che lo catturavano a mani nude. L'acqua e ì mare, infatti, gli erano considerati elementi femminili. Ma poi, nella civirtà così perfetta, gli arrivònno i greci e avvenne la rivoluzione curturale, gastronomica ed economica. I greci, invidiosi (o forse gelosi) che le donne acchiappassero a mani nude tutti quei pesci, si inventarono che la ninfa Anfitrite andòe in isposa a Poseidone, re degli oceani; ì quale stabilì che ì pesce doventasse oggetto di commercio. E fu così che prima i greci e poi i romani impararono a usare reti e arpioni, lampare, trappole e palamite. Alle donne, che fino a allora avevano avuto ì controllo completo dì pesce che più desideravano, un rimase che imparare a conservassi quel poco che gli toccava: sotto sale, sott'olio, essiccato, oppure (se troppo fresco) di nascosto. Una segnalazione: gli è nato ì blog della mamma di Matilde, gli è un blog d'esordio tenero e bellino... io mi son sentito subito un po' zio
Update: eh eh eh, aiutando una giovane amica, ho preso 29 ad un esame di Marketing dello spettacolo!
sabato, 22 gennaio 2005
Nessun messaggio di cordoglio per loro oggi, vero?
giovedì, 20 gennaio 2005
 Si sa che ogni omo di potere, sia esso un capo di stato o di governo o artro titolo equipollente, alla stregua delle grandi star dì cinema, della tolevisione e financo dì blog, ci ha esasperate certe piccole manie o scaramanzie: ì cosiddetto topolino in grado di spaventare l'elefante, ì Davide verso ì Golia e via dicendo, intingendo la penna nell'inchiostro scuro dì mito si puole trovare artro, basta cercare. Ebbene, ecco allora un'artra idea vincente pélla sinistra, segno indistinguibile più della kefia, più di sigaro toscano tra i denti, più dì Manifesto sotto ì braccio, più dì mezzocasco alla Moretti pe' un farsi male a ì capo durante ì girotondi pe' trovare parcheggio alla vespa: l'allium scalonicum: lo scalogno. Sirvio Berlusconi lo detesta. Un c'è verso di faglielo mangiare, gli giran gli zibidèi solo a pensare che esista, tanto da rifiutallo, strafottendosene dell'etichetta, anco quando glielo infilano nelle pietanze de' ricevimenti ufficiali. Eppure lo scalogno gli è roba pe' palati raffinati. E siccome nutrendo ì corpo si nutre anco lo spirito, sappiate che l'allium scalonicum gli ha effettuato ne' secoli non pochi spostamenti: cibo preferito da' monaci asiatici in primis, poi cibo prediletto dagli eroi greci (Plinio nel suo blog sulla Greciantìca ne elencava sei specie), infine de' Francesi e poi degli italiani. In un blog miniato bolognese dì 1400 si fornivano digià le ricette pélla torta di scalogno e gli esoterici e gli ostici agnostici, subito ne' fecero trattati quali ì Corpus Christi Animarum cibus dei sapientia, indove si assiste ne' secoli a riscritture mutanti e patafisiche e latoguardiche dell'Urtima Cena. In effetti lo scalogno gli è ricchissimo di silicio e di selenio (ingredienti per cui si spendono fortune nelle italiche farmacie) ì più potente antiossidante conosciuto pe' rallentare l’invecchiamento. E poi ci sono le vitamine B e C, ì ferro, ì fosforo e parecchissimi sali di acidi organici essenziali a ì benessere dì corpo. Inortre, a ì pari dell'effetto dell'aglio su ì vampiro, tiene alla larga ì presidente dì consiglio, annichilendone l'ispirito e ì morale. Per tal ragione ogni sinistrorso dì bel paese dovrebbe esporlo a mo' di bandierina. Essendo poi lo scalogno poco puzzolente, economico e anche bellino, ogni omo o donna di sinistra, pre e dopo primarie, ne puole portare ì frutto nella tasche, a mo' di collana, attaccato alla borsetta (anche elegante) e fànne largo uso ed esposizione in cucina, nì blog e anche fòri.
mercoledì, 19 gennaio 2005
Sai come gli è? Che da civile a vile, la differenza puole stare tutta in un gioco di parole. Tanti, di quelli che passano ì tempo a riempire i cruciverba, lo trovano divertente, io no. A me le parole sembran sempre troppo serie pe' giocarci, anzi in taluni momenti sfiorano ì sacro. E nello svaccamento generale in corso delle parole, ci trovo lo svaccamento dell'etica e dell'onestà, che rimangano per mene le più sacre ricchezze dell'essere umano. Quelle che sotto ì profilo spirituale affratellano l'omosapiens all'omoinsipiens, rendendoli entrambi òmini. Sono io ì primo a dire che i cànoni vanno arrovesciati, ma che senso ha arrovesciàlli se un ci si ha etica e onestà e quindi ricchezza umana? Gli è come se da artista volendo arrovesciare ì canone della scurtura michelangiolesca, a ì posto di fare un scurtura meglio, prendessi a martellate quelle che già ci sono, porverizzandole, facendole isparire, e mettendo a ì loro posto le mie merdette. Come dici? Una pazzia? Mica tanto, a dire ì vero. Perché i confini con cui si fanno le cose, in mezzo ai tanti parlanti e sempre più spesso coagulati in squadre, ci hanno ì vizio di farsi sottili e spesso di scomparire. Da parecchie parti ho sentito parlare di guerrillamarketing come dei geniacci della comunicazione, gente sveglia, da cui imparare. Oggi questi geniacci hanno partorito espropriproletari.com, una operazioncina pe' ottenere co' una manciata d'euro la stessa visibilità che, acquistata onestamente (magari con una bella idea creativa) costerebbe parecchio di più. La spiegazione dell'ideona, inortre, gli è la più rispettosa possibile: rispettosa del pubblico, delle persone che lavorano, e di tutti i valori etici e morali di cui sopra. Una forma di rispetto che ogni giorno nòto sempre di più crescere in ogni angolo dì sociale umano, 'ntellettuale e blogosferico. Un arrovesciamento dei canoni fatto da cani, basta togliere l'unica sillaba che sèrve, e ì gioco è fatto.
martedì, 18 gennaio 2005
Ragazzi, anco se in tremendo ritardo, bisogna pe' gentiluomaggine, che restituisca un linke: La Lipperini di Repubbrica, oggi, scrivendo un poste pe' fare un po' di pubbricità a ì primo e unico libro di Sergio Endrigo, m'ha omaggiato co' un simpatico linke, un po' a prendere pélle mele, pe' via dì fatto che ho avuto l'ardore di dire che, a mì modesto avviso Lando Buzzanca scrive meglio di Sergio Endrigo. Magari sòna peggio, ma scrive meglio. Dì resto Sergio Endrigo, che in quanto a cantare canta e saprà leggere forse anco la musica e financo scriverla su ì pentagramma, un mi risurta che sia un attore. Naturarmente Lando Buzzanca un libro un l'ha mai scritto o, se l'ha fatto, se l'è tenuto per sé. Egli è un tipo di autore di cui si dovrebbe sentire una gran mancanza oggidì: un autore orale. Uno di quelli la cui aspirazione unn'è pubbricare un libro di carta, ma trasmetterne orarmente le parole che potrebbero èssivici stampate. I' povero Sifossifoco qui sottoscritto, naturarmente, unn'ha nì portafoglio nessuna patente né di mediatore curturale (che corrisponde alla A della motorizzazione civile e alla licenza pe' fare l'agente immobiliare), né di cronista curturale (che corrisponde alla B), né di critico letterario (che raggruppa le patenti di guida dalla C di camion alla E di elicottero). La Lipperini, che gli ha la patente B, la c'ha dunque tutto ì diritto di prendere pélle mele un appassionato sostenitore di Lando Buzzanca come scrittore orale. Io personarmente a Lando Buzzanca gli ho sentito decramare: Se spacco in più spicchi uno specchio, lo spicchio di specchio rispecchia parecchio, rispetto allo specchio che fu. La qual frase m'è sembrata un'arta pagina di letteratura orale, che restituisco come posso a La Lipperini e alla Letteratura. Sappia dunque ì signor Lando Buzzanca, che ì giorno in cui deciderà di mettersi a fare letteratura come Sergio Endrigo, potrà rivorgersi a mene, certo d'essere perfettamente compreso.
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