mercoledì, 31 agosto 2005
Esiste, tra i tanti mestieri, quello dì selezionatore di pecore. Ora te tu immaginerai quasi subito che le pecore le sian selezionate pe’ come fanno la lana e pe’ quanta gliene ricresce, icché – moralmente parlando – sarebbe un orgoglio da pecorai. Invece no, le pecore gli ènno selezionate pe’ l’intelligenza.
Mi chiederai te: e come si misura l’intelligenza della pecora? Ci vorrèbbero dei superuomini!
Gli è assai semprice, invece: si piglia un gregge di pecore e lo si mette da una parte, e pe’ arrivàcci, ci si mette un be’ labirinto. Arcune pecore sparse vengan mandate una a una attraverso ì labirinto con l’obiettivo (naturale peraltro pe’ chi gli è pecora) di raggiungere le compagne. Questa semprice cosa strèssa pecore e selezionatori pe’ diversi minuti, ma se fatta tutti i giorni (un po’ pe’ ì riequilibrio psichico tra selezionatore e selezionàte, e un po’ pe’ istinto) le pecore più accondiscendenti a un certo punto smettano di sbagliare sempre strada e coprono ì percorso pe’ la via più breve… furbe, eh?
A controllare l’apprendimento delle pecore ci mettano dei ragazzi laureati bene e anche arcùni selezionatori di risorse umane stanno abbandonando le società milanesi e frequentano costosissimi corsi di formazione pe’ doventare selezionatori di pecore ‘ntelligenti… anche se in ambi i mestieri si lavora spesso a pecorina e pe’ uno spicchio di pecorino... ma un divaghiamo...
Esclamerai te: acciderpolìna, e a icché serve una pecora ‘ntelligente?
Serve a un rompere gli zibidèi, ecco a icché serve! In effetti le pecore che unn’imparano ì percorso prestabilito, che bèlano e protestano, che non gliene ‘mporta una sega di dare soddisfazione a questi nuovi pecorai, o che sempricemente si rifiutano d'entrare nì labirinto, magari arrovesciàndosi in terra da' ì ridere pe' ì test, saranno progressivamente eliminate (sotto forma di stufato, di sugo da sagre, oppure senza fàlle mai più trombare nella vita nemmen pe’ isbàglio e con l'anticoncezionale) co’ un grande abbattimento dei costi di manutenzione dì pecorifìcio che – a medio e lungo termine – un dovrà più investire nella ricerca delle pecorèlle smarrite.
Ah, cambiando argomento o forse no, un dimenticate la nuova promozione: questa settimana in edicola ì vostro cervello.
martedì, 30 agosto 2005
Son stato a cena, iersera, a villa ì trilione: uno schiaffo in faccia ai mutui trentennali costruito tutto con la pèlle. Intendiamoci bene, niente – a parte i divani e le portrone – in quella villa gli è fatto di pelle, ma è con la pelle che gli è stato fatto ì trilione che fantasiosamente battesima la magione. Tanto proprio per essere sicuri che si capisca bene, sarà necessario aggiungere che tanta ricchezza non è stata accumulata sulla pelle di nessuno (certi modi di dire sono ingannevoli, alle vòrte, e lungi da me l’idea di far della socioeconomia politica) ma acquistando pelle, trasformandola in tutte quelle cose che gli è considerato normale sian fatte di pelle, e rivendendole nelle butìque. Un si sa quante butìque ci sono vorsùte pe’ fare ì trilione che dà ì nome alla villa.
In ogni caso la villa unn’è diselegante come certe cose che si vedano di pelle, anzi, tutt’artro: ci sono collezioni d’arte pe’ niente brutte fatte con tele e colori, ceramiche fatte di ceramica, cristalli di cristallo, porcellane di porcellana, legni di legno, olive di oliva, bistecche di bistecca, vini di vino... e via di seguito senza nessuna apparènte contraddizione. Ogni cosa gli è fatta dì materiale specifico di cui dev’esser fatta e io ho trovato straordinario cosa un si riesca a fare con la pelle. In pratica con la pelle si può fare tutto: possedere o meno anche ì più umile tra i bicchieri o una cipolla fatta di cipolla, gli è in questa casa una questione di pelle. Icchè gli è ortremodo in contrasto con quella visione facilona della vita in cui dall’università a ì bàrre (e financo alla politica moderna) s’insegna agli ambiziosi che guadagnassi certi status sia una questione di palle. Ed io che me lo sentivo a pelle che quarcosa unn'èra troppo chiaro in questo assiòma delle palle.
sabato, 27 agosto 2005
È venuta a trovarmi, stamattina, una mosca. Una bella mosca, ben proporzionata: non troppo grande e nemmen troppo piccola. Non una di quelle affamate di merda come ce n’è tante. È entrata in camera tutta contenta. Eccitatissima andava ronzando e posandosi dappertutto a una velocità folle, come fanno i cagnolini quando son contenti di vederti. A osservàlle bene, le mosche un son per niente brutte: ci hanno una loro armonia, ecco. La forma ricorda parecchio quegli aeroplanini che si facevano da bambini con le pagine usate de’ quaderni… io almeno li facevo così, un po’ cicciottèlli. L’ho sentita più volte posarsi sui capelli. È stupefacente che la nostra sensibilità arrivi a percepire qualcosa di tanto leggero con i capelli. Unn’è una sensazione di quelle che rimangano a mente pe’ più d’un quarto d’ora, ma gli è pur sempre una sensazione naturale. Un credo, a esempio, che ì presidente dì consiglio, e con lui artri che si son fatti i trapianti, possan mai sentire una piccola mosca allegra che gli si posa tra’ capelli. Sentirànno sicuramente artro. In fondo nell’òmo c’è dì bilanciamento: icché tu senti te può esser proibito all’artro e viceversa. Dopo pochi minuti la mosca ha già rotto i coglioni però. Da come s’è messa, ci ho l’impressione che voglia alloggiare a casa mia tutto ì giorno. Un òmo meno sensibile alla meraviglia dì creato, oppure più svelto dì sottoscritto nell’arte dello spiaccicamento, avrebbe di già eliminato ì problema senza tutta questa distrazione. Eppure, mi vengano alla mente, certi vecchi di campagna d’una volta, che le mosche un le sentivano affatto e rimanevano passivi e indifferenti financo quando gli si posavano su ì viso a tre per volta. Certo gli era un altro mondo: parecchio giocava l’abitudine, visto che le mosche gli eran dappertutto e abbondanti ovunque. Eppure c’era un che di saggezza in quella gente. Son convinto che anche a loro, in qualche modo, l’arrivo della mosca un fosse del tutto indifferente. Magari ì semplice ausilio d’una mosca, gli era una distrazione alle loro umane faccende, né più e né meno di come mi son distratto io all’ingresso in casa di questa. Eppure, nonostante l’ampiezza della stanza, sento che qui un c’è posto abbastanza per noi due. Bisogna che mi sforzi, pe’ sopportazione, di considerare le cose su un altro piano. Se ci fosse la reincarnazione, a esempio? Allora questa mosca potrebbe essere, che so, un ex vigile urbano? Chissà per quale oscuro gioco dì destino questa mosca, e proprio questa, gli è entrata oggi qui a casa mia, che unn’ho nemmen l’auto, e non magari a casa di quelli che ce n’hanno anco due o tre. Rimarrà un mistero, lo so. A meno che la mosca un sia affatto un ex vigile urbano, ma uno dei tanti indistinguibili indistinti: vai a sapere chi e perché! Di certo mi viene a mente, cara mosca, che di quelli che conosco che credano nella reincarnazione, quasi tutti son stati marinai, condottieri, briganti, pirati, principi, poeti… come damine, cortigiane, streghe, monache, tzigane, pittrici e quant’altro. Un conosco nessuna ex mosca o futura mosca: vai a sapere perché. Eppure, oh mia mosca solitaria e rompicoglioni, quante ne rinasce di mosche a questo mondo?
venerdì, 26 agosto 2005
Annusare la scorreggia artrùi gli è uno dei momenti più vivi e toccanti e per certi versi inevitabile della vita di coppia. D'estate, quando essi si volatilizzano per l'aere sospinti da ì lieve riscontro delle finestre, o con l'ausilio di ventilatori e impianti di refrigeramento a sbùffo; e d'inverno, quando ristagnano e fuoriescano improvvisi dall'indugio fermentato notturno sotto ì piumone o nella casa riscaldata artificialmente. L'atto di scorreggiare in proprio, o d'annusare la scorreggia amàta (ma qui più corrètto sarebbe usare ì condizionale), gli è più che un semprice atto spirituale di intimità con l'artra metà della coppia, gli è quasi una filosofia... relativista, per giunta, come ha avuto modo di spiegare anche Pera che di cèrte cose s'intende per casato.
Gli è una filosofia che dà per assunti arcuni punti chiave della vita di coppia che si rifanno agli articoli dì codice civile che si leggano ad arta voce in occasione dei matrimoni. In effetti gli è difficile che un matrimonio si rompa pevvìa dell'annusamento delle flautulenze di coppia, icché dimostra in quarche maniera che almeno su ì piano animale mariti e mogli potrebbero stare insieme a vita con grandi benefici péll'aria respirabile dai loro figliuoli.
Nell'afflàto di culo familiaris, inortre, vi è anche dell'esoterico e dì misterioso: vi sono coppie, a esempio, che si chiedano spesso per tutta una vita, come si possano produrre amorosi aromi tanto dovèrsi pur nutrendosi allo stesso dèsco! E da quando i cronisti della storia iniziarono a prendere appunti sulle piètre per i posteri, si narra di più d'un caso rimasto fondamentalmente irrisolto e che qui sarebbe banale registrare.
Vi è poi, per concrudere, in questa fitta rete di misteri puzzolenti, anco un aspetto filologico e linguistico, forse derivante da antiche saggezze greche o addiritura sànscrite: la tendenza a addolcire certi progètti della vita di coppia con termini quali "nido d'amore" o "du' cuori e una capànna" fino all'accezioni più moderne di "coppia aperta"... figurativi significanti e evocanti - già nì loro archetipico - grande circolazione dell'aria o importante presenza di spifferi. Come dire che l'amore anco quando gli è sincèro, e qui si ritornerebbe alla filosofia e ci si potrebbe scrivere un tòmo, gli ha bisogno d'un costante rinnovamento dell'aria.
giovedì, 25 agosto 2005
 Si vive nella società dell'informazione, ci dicon da tutte le parti. Vedi? Oggi senza movetti da casa tu puoi essere 'n perù a contare i morti dell'aereo che gli è appena cascato! Oppure tu puoi sentire i discorsi di pera e d'andreotti in tempo reale! Se la ferrilli un tromba lo si dice a tutto ì mondo!
E poi, come se un fosse già abbastanza, ci è anco ì nanopublishing: l'informazione dell'informazione! Ovvero i blog che dànno le informazioni pigliandole direttamente dalle informazioni: ci sono blog che linkan repubbrica, artri ì corriere della sera e artri che spikkano inglish che ti linkano direttamente wired e direttamente in inglish... minchia che mondo ideale!
Da mane a sera la testa ti si riempie di informazioni utilissime: quanti morti e come, ì dimagrimento della tale star televisiva, le sceneggiate della politica... in uno strambuglione che un lascia uno straccio di tempo a un'idea che sia una.
La società dell'informazione ci farà scomparire da ì pianeta, bacchettando quì minimo di rifressione e crescita dì sé, con la giostrina di cose tanto sempre uguali quanto inutili. Destinati a soccombere mi sembrano i popoli che a ì posto di far circolare le idee, fanno circolare le informazioni: spesso scambiando (e si vede) le une con le altre.
Eppure basterebbe dedicare cinque minuti alla mattina, mentre tu sei a cacare magari, e immaginatti cento morti sulle strade, quarche migliaio di morti in guerra, quarche migliaio di morti pe' infortuni su ì lavoro, quarche scaramuccia politica (tali e quali queste dall'unità d'italia a oggi), quarche furto, quarche infanticidio, quarche uxoricidio... ed ecco fatto un telegiornale senza vedello e un giornale senza leggillo, con tanto di contorno di brogger aspiranti giornalisti che fanno da artoparlante anco loro (chissà perché) con la profondità tipica di quell'esperienza assoluta che tu puoi trovare solo in certi bar ottimamente frequentati.
Rimarrebbe così ì tempo d'andare a dare un'occhiata nì nostro intimo (brrr... che paura) e a quella parte d'idee che, attraverso quarche milione di volumi polverosi, hanno trasportato questa nostra civirtà dimenticata attraverso i secoli, notte e giorno, senza far rumore. Ci avanzerebbe ì tempo di dedicare un po' d'attenzione anche a chi sta zitto e magari gli è proprio lì davanti o accanto a noi.
domenica, 21 agosto 2005
 La regina di Ghana c’invia gentirmente tanti cari saluti. Da tempo gli ha deciso di mettessi a vendere i carzìni in una sorta di porta a porta senza giornalisti e campanelli. Proprio qui da noi, paese di giornalisti e aspiranti tali, ma soprattutto di campanelli.
La regina di Ghana compie oggi (e chi lo sa?) ventidu’ anni, e gli è regina da quando n’aveva appena otto. La su’ aspirazione, quando ne avrà quaranta, gli è d’aprire un enorme negozio di carzìni, avere magari ì su’ piccolo monopolio dei carzìni. Ogni vorta che ti serve un paio di carzini potrebbe essere che doventi obbrigatorio fare una visita alla regina di Ghana e a ì su’ enorme negozio monopolio.
Gli occhi della regina di Ghana hanno visto centinaia di carzìni, carzìni per i piedi e forse anche quarcuno, spaiato, per i non piedi. In effetti un ci sarebbe niente di male secondo un modo fin troppo banale di pensare.
Alla regina di Ghana gli garba giocare da mane a sera, poiché gli è dall’età di otto anni e forse anco da prima che un gioca. Gli garba quarche vòrta di giocare a una specie di nascondino delle convenzioni. Che quarcuno non la riconosca come la regina di Ghana la fa parecchio ridere, e di gusto.
La regina di Ghana ti fa cenno con la manina di sedétti accanto a lei. Gli è ì su’ modo di metterti alla prova. Anco chi compra magari carzìni spaiati per i non piedi gli è assai difficile che con tanto posto gli venga proprio la voglia di sedersi tanto appiccicato alla regina come un vecchio amico.
Solo se tu lo fai ti apre ì su’ mondo di regina. Ridendo fa finta di ruggire e t’avvicina la bocca a ì viso come se volesse mangiàtti ì naso in un gran boccone. Lo fa pe’ metterti alla prova. Aspetta da te la prova arcaica che le dimostri che diènneà hai… ‘mpossibile superàlla se fai finta d’esse’ differènte da come tu sei in que’ profondo che nemmeno te t’immagineresti d’avere.
La su’ confidenza, però, unn’è per nulla corporale, ma evanescente, come prevede la morale misteriosa e profonda di regina dì Ghana. Solo allora si fa liève: apre la borsetta e ti fa vedere i suoi tesori da tutti i giorni, tra i quali un libro dell’Adelphi, co’ diari di Landolfi.
giovedì, 18 agosto 2005
 Certo si ragiona un monte della similitudine tra bestia e padrone che ci si scorda che l'infruenza sull'òmo ce l'hanno anche le strade e le piazze indove l'òmo abita. Artrimenti unn'avrebbero avuto un senso i Leonardo da Vinci o i Guittone d'Arezzo o i Cino da Pistoia.
Normalmente si nasce e si va a abitare in un posto e si finisce co' assomigliare a quì posto lì, così, pe' simpatia. Ingrandendosi le città e le genti, e un potendo, a esempio, tutti quelli di Vinci somigliare a Leonardo, si finisce che ci s'accontenta d'ispirassi a ì nome della strada.
Conosco una signora che abita in via de' maccheroni e che fa la cuoca, ma gli esempi sarèbban tanti: piazza della passera a Firenze gli è assai ambita dalle tòppe model qui locali; in via dell'inferno c'ènno delle abitazioni che rimangano sfitte da un anno all'artro; in vicolo dì panico quarche rivoluzionario gli ha occupato degli stabili e un se ne va più via... e così a continuare, che ce ne sarebbe da dànne e da asserbànne.
Mi sembra strano che arcune dotte riviste come riza psicosomatica, unn'abbiano ancora dedicato un articolino a questo fenomeno e che l'istat o la doxa unn'abbiano mai diffuso dati socioeconomici che dimostrino come i maggiori cultori dello Stato abitino prevalentemente su strade statali, e su quali piazze e quali strade, invece, si sia più inclini a far la guerra invece che l'amore.
martedì, 16 agosto 2005
 Ma che cosa sarebbe ì mondo, che cosa la vita, se un ci fosse l’arta moda? Piglia pe’ esempio se un be’ giorno tu ha’ bisogno d’indossare quarcosa pe’ lo stomaco: ti ci vòle la stilista! Ma soprattutto ti ci vòle la stilista giusta: quella che sa’ mescolare ì sapore, l’odore e la materia mangereccia a seconda della personalità che tu esprimi, o dì capriccio che ti pòle venire su’ ì momento.
Gli è una materia assai delicata questa dì cibo. Sconosciuta ai più che ne parlan sempre. L’òmo s’avvicina alla bestia soprattutto quando indugia in certi bisogni primordiali (tra cui quello di mangiare)… la qual cosa genera tutto un sottobosco di devianze: c’è chi mangia e beve troppo, chi troppo poco, chi un pensa ad artro (nell’uno e nell’artro senso), chi di fronte a un piatto fumante un capisce più nulla e chi si ostina a farne una questione di classe... che non ha, perché un c'è.
Eppure ì mangiare gli è più o meno come indossare una camicia fresca di bucato al mattino o al pomeriggio… non solo una questione banale di stile e di fabbisogno dì bisogno, appunto, ma fatta di scérte, di musicalità, di abbigliamento interiore ecco.
Gli è per questo, che a ì contrario delle mode esteriori, l’occhio della stilista interna gli è piacione e cordialone, la faccia semprice e simpatica, in un tutto che ti riporti le armonie della psiche nell’ottava giusta musicale. Gli è solo così, che mangiare e bere perdano la loro dimensione accomunante e grobalizzata, diventando esercizio dell’animo: godimento tridimensionale che aggiunge alle coordinate panza e palato e mastercàrde, anco le ascisse dell’occhio, dell’orecchio e dì piacere ormai raro dell’esistenza dell’umano.
Osteria Angelio
venerdì, 12 agosto 2005
 Icché si deve dire allora? C'è tanta gente che fa teatro e nemmen se n'accorge. S'àrza la mattina e mette subito insieme quelle quattro carabattole di casa sua, di su' ambiente, e le trasforma in quinte, tendaggi, scenografia... scena prima, autostima - ma con un po' d'insicurezza - interno giorno, luci di sguìncio: mi scapperèbbe forte da cacare, ma un vo... un mi libero pevvìa che un ni sta bene, così, appena si carca le scene. Magari quando ì pubblico s'è, dopo parecchi bis, ritirato soddisfatto, farò un rutto dei miei... così, pe' sensibilità.
Ma fosse solo ì cacare o ì rutto, dico io: gli è tutto gli è, gli è tutto un recitare (male): tante madame bovary son le signore, tanti bel-ami son lorsignori. Tutti sogni di notti di mezz'estate vivono, anche in pieno inverno, e gli è da mille e mill'anni: passando pe' Aristofane, l'arista e, parecchio, gli Aristogatti.
E nì mezzo tutto un'affarìo di figuranti che un si sa nemmeno a icché servono, ma che però se/ce la raccontano: se fa più sensibile l'anima in pena dell'anima in pène.
Icché si deve dire allora? Coraggio, dico io. Un po' di coraggio, e che diamine: togliersi ì cerone da ì viso almen quarche ora al giorno fa respirare la pelle, e pigliar aria alle palle, e si sa che apèlle fu figlio d'apollo e che da cosa - magari - nascerebbe anche cosa... ma icché, icché... mai se li levan, certi ceroni, secondo me gli s'è 'nfilato inesorabile nell'anello debole dì diènneà.
Guardami - dicono, con le labbruccie a broncio o a cuore - io soffro! E gli è per corpa tua!
Sì bah no - ti vien di fàgli ì verso - guardami, io soffoco!!! - ma siccome nacqui gentiluomo (prima che tètro teatràle) un posso nemmén dàr la corpa a nessuno.
[la buca del suggeritore è in effetti deserta da tanto di quel tempo che i ragni ci fan la riunione di condominio e ci giocano a canasta, quando non fanno la ola]
Icché si deve dire allora? Siam qui, maremma bucaiola, e a forza di carcàre i tavolacci delle scène scéme - co' una leggiadrìa che non c'è, intendiamoci bene - nemmen ci si rende conto che la fàrsa era a un atto solo e noi (siccome evidentemente un ci si sa fermare come comare educazione suggerirèbbe) s'è recitato recidivi ì tèrzo e financo ì quarto equivalente atto, e in un frullìo rabdomantico, da idioti oltremisura, ci si chiede, non senza un po' d'arsùra, come sarà l'epilogo. Delirante magari, o trionfante di coup de foudre anche d'amor proprio!
Icché si deve dire allora? Icché c'è da dire ancora? Che riposino bambole e stoviglie mignon tra le bianche crinoline, e si passi finalmente e dappertutto la creolina. Che si veda la differenza, perdio, almeno una volta, anche se non c'è.
martedì, 09 agosto 2005
 Ce l'hai presente te ì codice a barre? Ecco, ce ne hai uno anche te addosso. Ti sembrerà invisibile, ma c'è, e a quarcuno gli dona anche. I' codice a barre, parecchi come te lo demonizzano. Più ce l'hanno evidente e più lo demonizzano.
Ogni vorta che escono di casa uno scanner invisibile emette la scorreggina tipica: Biiip! Poi ci son quelli come te che di casa escan poco e lo scanner li legge quando meno se l'aspettano: ti siedi sulla tazza dì cesso e Biiip! Tu apri ì frigorifero e Biiip! Ti scaccoli beatamente sotto la doccia con energiche soffiate di naso a mani nude e Biiiip-Biiip!
Mi dirai te: ma c'è la privacy, si riscrivono le leggi laggiù nì Regno di Sardegna! Biiip!
Ma codeste son pagliuzze nell'occhio dì fratello pe' un vedere le travi belle grosse dì nostro personale codice a barre.
Quarcuno si interessa di tene anche se un tu sei punto interessante. Biiip e memorizza la marca di yogurth che preferisci... Biiip e tu hai comprato un superarcolico... Biiip e tu hai appena mangiato una bistecca a ì ristorante.... Biiip anche pe' la frittura di paranza... Biiip e probabirmente stasera ti accoppierai.... Biiip e 'n questo momento tu sei su ì tale aereo... Biip-Biiip-Biiip e tu esali l'urtimo respiro, o' òmo dell'oggi, o' donna moderna... quarcuno o quarcosa ti conserverà 'n memoria, un ti preoccupare.
Sulla porta dell'artrove quarcuno, richiamandoti da un poco eccellente foglio d'excel ti porgerà un lungo elenco scritto fitto fitto, e ti passeranno innanzi agli occhi perinsino le scatolette di tonno, e di tutte le marche. Biiip!
|