SiFossiFoco
paréa mota... unn'era   (anonimo toscano)
Gente che gli è passata di qui:
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martedì, 31 gennaio 2006
C'è un Leonardo da Vinci dentro te?A chi m'ha chiesto, negli anni, un consiglio ho sempre detto: impara una delicatezza, cerca dentro di téne un pochino d'invenzione e regalane sempre un po' anche agli altri.
Gli è ì mio personale punto di vista, una sorta di piccola religione in cui la preghiera altro non è che un po' d'esercizio quotidiano dello gnégnero in qualcosa che sia del tutto inutile per la sopravvivenza o per la continuità della spècie. Un piccolo e umilissimo sistema  quotidiano pe' sopravvivere a un mondo di grossolanità quasi tutte già morte nel momento stesso di nascere.
Una religione, sì, e che non suscita meno odio delle altre, malgrado non nasconda nessun desiderio di egemonia, di controllo del pensiero altrui o, ancora peggio, qualche fondamentalismo.
Già, perché far funzionare lo gnégnero per il solo gusto di avéccelo e non per perseguire guadagni, ambizione e potere, è una cosa che fa incazzare dimolti... quasi tutti. Quelli a esempio che ti manderèbbero in miniera, quelli che vorrèbbero proprio vedere come faresti con cinquecento euro al mese, quelli che ce l'hanno con chiunque non sia della stessa tribù e non parli la loro stessa identica lingua, errori di grammatica compresi, che son contro il "meticciato" nella loro stessa orribile razzàccia. I quali, per difèndere a spada tratta ì loro status, non s'accorgono che s'ammazzan loro stessi dalla noia. Vagli a spiegare che, tornando a casa la sera, potrèbbero usare una semplice molletta da bucato come bottone e così salverèbbero la civiltà più che co' un esercito intero.
lunedì, 30 gennaio 2006
piccione viaggiatore, ma anche piccione bombardiere di innocui passantiAltro che società dell'immagine... si vive piuttosto nella società dì guardare.
A cominciare da te.
Già prima di uscire ti guardi allo specchio. Tu esci di casa e ti guardano. Attravèrsi la strada e ti guardano. Cammini e quelli che ti passano a fianco ti guardano.
Guidi la macchina e ti guardano, pigli l'autobus e ti metti a sedere e ti guardano, rimani in piedi e ti guardano lo stesso. Pigli un taxi e ti guardano uguale. Pigli un caffè a ì bar e ti guardano.
Parli e ti guardano, stai zitto e ti guardano, lavori e ti guardano, non lavori e allora sì che ti guardano. Se poi cerchi di nasconderti ti guardano anche di più. Li guardi e ti guardano, non li guardi e ti guardano. Tu li guardi di più e ti guardano di più. Guardi una vetrina e da dentro la vetrina ti guardano.
Tocchi qualcosa di un altro e ti guardano, ti tocchi le cose tue e ti guardano anche pèggio.
E un son solo le persone, ramméntatene!
Incontri un cane e ti guarda. Incroci un gatto e pure questo ti guarda. Passa un piccione, lassù in alto, libero e veloce che piroétta nì vènto, e ti accorgi in un attimo che ha preso proprio la mira.
venerdì, 27 gennaio 2006
la cucaracha ya non puede caminar, porque non tiene marijuana que fumarUn mi fraintèndere: delle canne e di chi se le fa un me ne frega assolutamente nulla. Però questa leggiùccia che fa un miscuglióne di tutte le droghe, la mi sembra fatta a arte per chi della droga ha fatto ì proprio business, vive e si arricchisce di quello.
Piglia la cosa da ì punto di vista dello spacciatore: se uno rischia uguale a smerciare cocaina o chiodi di garofano, perché guadagnare di meno vendendo questi ultimi? Così si assisterà, progressivamente, alla cocainizzazione delle masse di questi poéri drogatèlli. Operazione peraltro incominciata a suon di spot pubblicitari occulti: quanto è figa la Kate Moss, quanto è ganzo Lapo Elkan, che simpatico l'attore della tale soap opera, senza risparmiare nemméno ì parlamènto indove politici della vecchia guardia (ovvero almeno gènte cólta, rispètto alla cepuzzazione forzitalista e unionista d'oggidì).
Insomma, lo sballo farà guadagnare di più alle mafiétte (a parità di rischio) e conseguentemente costerà di più ai gentili consumatori.
E pensare che basterèbbe véndella in tabaccheria, qualche innocua cannuccia di marijuana, per ottenere gli effètti di tutte le azioni antimafia da ì dopoguèrra a oggi.
Mi dirài te: ma lo Stato un puòle mica vendere delle cose che t'imbriacano, o che ti fànno la bua!
Infatti si vive in un paesìno indove alcolici, colesteroli aggiunti, grani all'ocratossina, carne di maiale e porcherie di ogni altro genere sono particolarmente scoraggiate dalla légge. E nelle farmacie, così come in questa nuova moda dì negozio d'alimentazione pe' palestrati, si vendono senza ricètta medica solo cose che fanno benissimo a ì fisico e a ì moràle.
Ma via, ragazzi, se iddìo ha creato tante erbe perché continuare a lasciarne una sotto il controllo di qualche delinquènte?
giovedì, 26 gennaio 2006
Monica Bellucci: sexy nun or desperate housewife?Scàndalo, scàndalo, scàndalo. Dopo gli scherzi da prete e le barzellette da prete, eccoci scodellàto: ì sesso al telefono da prete!
- Sei con o senza ì gigiamino?
- Diavoletto!
- Te lo faccio il solleticùccio?
- Mi sono arrovesciata la cioccolata addòsso
- Aspetta che piglio una spugnétta (e un si pensi male con l'assonànza)
- Mmmmmm, mi fai morire...
Di noia. Ecco dicché uno si sentirèbbe morire. Ma icché ci hanno presi pe' bambini dell'asilo? Dice anche che questo prete fosse amico d'una pornostar. Lei si confessava, ma secondo me un gli raccontava mica tutto tutto eh?
Ma via... anco lo spam che ci arriva di continuo gli è più piccantino. Io nì paio di telefonate erotiche di tutta una vita ho ripercorso tre rimari, un paio di sinonimi e contrari, un sapientino e  le tremila e passa pagine dì Devoto Oli!
Vocabolario, oh monellàcci, vocabolario! Vabbe' che l'infèrno sta in basso, ma alziamo un po' ì livèllo no?
mercoledì, 25 gennaio 2006
vocali, vocalizzi, voci e voldemortCi hii mii pinsiti? In mindi divi l'inici vicili ì li i. Chi cisini, in ci s'intindiribbi pripri niinti!
Ci pinsi spissi, ii, i cimi (i vilti) ci siini nilli viti dilli cisi irrininciibili: li vicili sini ini di qiisti.
Hii vigli i diri, ti, bisigni simplifichiri: scriviri i pirliri piì chiiri!
Mi scippi di ridiri: cimi piii vidiri, spissi simplificindi si piggiiri piricchii!
I nilli viti si divi simpri circiri di migliriri, mii di piggiiriri.
martedì, 24 gennaio 2006
legge da far west? Farsi giustizia da soli? E il poliziotto di quartiere?Eh sì: poco a poco (ma inesorabilmente) sta nascendo una nuova Itaglia! Più moderna, più competitiva e - come no? - anche più giusta!
Mi riferisco a una legge che serviva davvero e che da sola giustifica ì prolungamento delle camere di un pugno di giorni. Da oggi se tu c'hai la quarantaquattro magnum solo pe' guardàlla ti dànno ì permésso anche d'usàlla, addosso alle persone, obviously. Cèrto non su tutte le persone come ti aspettavi (per quello ti toccherà aspettare la prossima legislatura, magari, o ì nuovo contràtto nazionale per i gringos) ma addòsso a ì ladro e per legittima difesa, questo sì.
Poni ì caso che tu sei a casa tua: puoi far finta di dormire con la rivoltèlla a cane alzato sotto ì cuscino e lasciare la porta socchiusa. La vecchietta dì pianerottolo s'introduce (si sa le vecchiette son curiose per natura) pe' vedere se tutto va bene e te: bum bum bum bum bum... la sfracèlli a pallettoni. Dirài poi, mentre riscòti dall'assicurazione le spese d'imbiancatura, tra veglia e sonno pensavo fosse Eva Kant che voleva rubàmmi la borsa dell'acqua calda.
Poni pòi che sei fermo al semaforo, a finestrino aperto, e che ì lavavétri marocchino la sia un po' troppo arrogante: una coltellata alla gola e via nella fossa comune. Tu dirài all'inquirènte: mi son spaventato troppo, temevo pe' ì Rolex e ì TelefaninoTré appena acquistato e con tutti i numeri vips in rubrica! Ed ecco che un tu sei più punibile... ì giorno dopo avé fatto fòri questi cattivoni che rubano (invece che darsi alla politica) tu poi andàre a prendere ì caffè a ì bàrre e mettici anco tre o quattro cucchiaini di zucchero.
A carnevale, pòi, tutti quelli in maschera potrebbero farti tanta di quella paura che sarèbbe giustificata perinsìno la mitragliétta.
Resta da capire se poi qualcuno, imbracciando un be' fucile a canne mozze, ammazza quarcuno di que' tanti che hanno rubato davvero i miliardini: finanzierini, parmalattini, banchierini, assicuratorini, televenditorini, maghettini, amministratorini repubblichini e chi più ne ha più ne métta, se sarà ammesso l'omicidio anche plurimo pe' legittima difesa d'una vita di risparmi e privazioni, chissà, forse su questo ancora si legifererà. Nì frattèmpo, io, che son troppo allergico alla polvere da sparo, mi son comprato una fionda. Magari, se mi metto gli occhiali, qualche ladruncolo mi rièsce di riempìllo di lividi anco a me. Django e Sartana, santi subito!
lunedì, 23 gennaio 2006
Ah, il tempo! Pensa che strana invenzione della nostra vita. Tutti gli esseri senziènti dì pianeta ci hanno ì loro tempo pe'  fare le cose che fanno... un tempo senza ticchete e tacchete di sottofondo. Noi no. Noi ci si ha l'orologio! Gli è lì che ti guarda e ti controlla come ì peggiore de' mostri: con quelle lancettine a presa peìccùlo, una corta e una lunga e una filiforme che un la smette un attimo di girare come una stupida e che mostruosamente ti ricorda... sbrigati! E te lo ricorda in un milione di modi, tutti antipatici: ti fanno driin, bipbìp, cucù, dindondàn... come se tu fossi un imbecille.
Tra tutte le cose che l'òmo poteva inventàssi pe' perdere tempo, l'orologio gli è di gran lunga la pèggio. L'orologio mi sta troppo sui coglioni a me. Anzitutto gli è simpatico come uno svizzero, bèllo (tanto pe' rimanere nella geografia) come i grigioni quando c'è la nebbia, utile altro a que' pochi fortunati rimasti che timbrano ì cartellino e, dopo che son stati un bel po'  a stressàssi con la schiavitù a ore, ci hanno anco voglia di tornare a casa in tèmpo.
Te tu mi dirai (te lo suggerisco io perché so che un ci hai pensato): ma l'orologio calcola ì tempo cosmico, ì movimento degli astri e lo traduce in linguaggio quotidiano!
Fandònie, fròttole per gli istùpidi. L'orologio un calcola una bèlla sega. Le star se ne fottono di lui. Gli ingranaggi che ci ha dentro e i rubìni servano solo alla cosa più stronza dì mondo: controllare le azioni umane e far sì che accadano quando tutti se l'aspettano... oppure, nì migliore dei casi, serve alla cosa più inutile della vita: far passare ì tempo. Mentre il tempo è solo illusione, idiozia: si nasce, si mòre e nì mezzo c'è tanto di quel casino che spesso un c'è nemmeno ì tempo - diocrìsto - di guardar l'orologio!
giovedì, 19 gennaio 2006
Mozart, che gran genio!Eh eh eh, il buon Mozart! Pensa te che aveva escogitato un sistema pe' un fàssi rubare le idee. Quando scriveva una partitura lasciava in bianco la voce del pianoforte. Un sistema infallibile ancora oggi, a distanza di dugento e passa anni.
Anch'io lo fo. Quando propongo a ì cliente uno scenario gli scrivo tutto per benino trànne che quelle due o tre cosine che tengo a mente solo io. Come ai tempi di Mozart, ì furto delle idee gli è pràssi comune anche oggi, e come ai tempi di Mozart ci è una strana soddisfazione a vedere quelli che te le rubano con ì risultato che un si sènte ì pianoforte o con un pianoforte che va talmente per conto suo da un miscelàssi per niente a ì resto della musica. Son soddisfazioni magre, lo so, però t'assicuro che a volte vale la pena di farsi rubare un'idea proprio per vederla poi realizzata talmente male da diventare controproducènte, addirittura dannosa.
Saper suonare e avere delle idee, peraltro, non è difficile. Gli è piuttosto una questione d'allenamento, una capacità di visione che ti deriva dall'esperiènzia, mica da altro. Non c'è nulla di diverso da ì sollevamento pesi: un atleta alza il bilanciere, un forzutone qualsiasi se lo tira sui piedi. Esilarànte è poi quando il forzutone fa finta di un sentire nemmen troppo male.
Pensare a questa cosa oggi mi fa bene. Gli è segno che certi valori son rimasti eguali a dugènt'anni fa e che certi forzutoni anche. Gli è un piacere sottile, soprattutto perché pone un confine del tutto invisibile se un ci fai proprio caso, restituèndoti ì senso del mondo in tutte le sue proporzioni di spazio, di tempo e di forze.
mercoledì, 18 gennaio 2006
Stamani mi son svegliato parecchio presto, in verso le nove. Pensavo d'essere solo a casa e invece mi sbagliavo: dalle parti della cucina sentivo uno strano bisbiglìo. Quàtto quàtto m'avvicino e sento provenire dallo sportellino dì contatore dì gas un monte di discorsi... confrìtto d'interèssi, par condicio, dieci miglióni di ciabàtte ai bisognósi... e via di questo passo. La voce, un po' rimbombànte pevvìa della cassa armonica della nicchia nì muro, la mi sembrava d'averla già sentita e i discorsi anche, ma tant'è apro lo sportellino e chi ti vedo? Ì presidente dì consiglio, tutto rannicchiato nì doppiopètto bluètte, che stava intervenèndo in un confronto co'  i numerini rossi di metano accusandoli a gran voce di unn'arrivare a ì metro cubo...  e loro rispondevano: tanto te!
Ora una cosa c'è da dire, anzi due: la prima gli è che a quest'òmo a ì posto che de' procèssi gli dovrèbbero fare l'antidoping, perché secondo me da come sragiona e dalla velocità con cui si sposta da un video all'altro anco a centinaia di chilometri di distanza gli è segno che qualche sostànza la pìglia; la seconda gli è che quest'òmo, sempre lui, dev'èssere stato progettato in vettoriale, poiché entra tutto alla stessa risoluzione anche in schèrmi di dimensioni diverse, il che mi lascia basìto. Come puòle uno essere antipatico ugualissimo in formato sèipertré, su un 24 pollici, su ì plasma dell'homecinema e perinsìno ne' pochi centimetri dello schèrmo dì contatore dì metano? Ma soprattutto come si fa a sparàlle tanto gròsse in uno spazio tanto miserìno?
Rimarrà un mistèro anche per te, lo so, nì frattèmpo ho timore a guardare ì numerino della data nì quadrànte dell'orologio. Un vorrèi che da qui a aprile m'apparìsse anco lì... io fossi in te, cara amica, quì maglioncino con le paillettes lo regalerèi a' poveri.
martedì, 17 gennaio 2006
Quando si dice la comunicazione non verbale: quanti dànni hanno fatto nì mondo le bambole?
Intendiamoci, cèrto le bambole unn'hanno fatto le guèrre, né le opa o le scalate finanziarie, men che meno la politica... però hanno influenzato la società nì profondo di più di quanto si créda.
Ci pènso a vedere Fulla, la nuova bambola Islamic correct top seller in Medio Oriente e che segue Razanne, una similbarbie che aveva a corrèdo persìno ì tappetino della preghièra. Fulla gli è l'immagine della donna che lavora (fa la dottoressa) ma che non rinuncia a ì velo e non mostra mai una caviglia o un braccio ignudo, nonostante che nì corredino ci abbia jeans, borsette colorate e un monte di scarpe.
Ecco, chissà, magari la speranza di cambiare ì mondo e di migliorare i rapporti tra Occidente e Mondo Arabo, gli è un òvo di colombo che trova la soluzione in bambole e bambolòtti.
A ì posto di fare le guerre, di bruciàssi miliardi e miliardi di dollari in fosforo bianco e uranio 'mpoverito, potrebbero lanciare da ì cièlo delle bambole che rappresentino modèlli femminili un po' più evoluti dallo stereotipo dell'allattafigliòli tutta velo e moschèa: pittrice, capitana d'azienda, giornalista, premio nobel, ricercatrice, studiosa, conferenziera...
Allo stesso modo autorizzerèi anche in Occidente, e soprattutto qui da noi, un bombardamento di Barbie che rappresentino modèlli femminili un po' più evoluti dallo stereotipo divétta di provincia tutta shopping e gossip: pittrice, capitana d'azienda, giornalista, premio nobel, ricercatrice, studiosa, conferenziera...
E così farèi con i bambolòtti da maschi, regalàndo da Oriente a Occidente dei similbigjim un po' più studiosi, gentiluomini, pensatori, onèsti, altruisti, rispettosi e pacifìsti...
lunedì, 16 gennaio 2006
Ciao, ciao, Fiordaliso. Ci ho pensato spesso a téne in questi anni, perché da bambino i campi attorno alla mi' casa gli eran pieni dei tu' avi. E d'oro erano i campi di grano, punteggiati del rosso de' papaveri e dell'azzurro tuo. Poéro Fiordaliso, man mano che io son'invecchiato te tu se' proprio sparito. Rimane di téne qualche brutta copia di sèrra, targàta di chissà quale paese. Spontanei ormai, vu sarete qualche centinaio sparsi pe' la Toscana e chissà indove. Insieme a certi tuoi colleghi, come ì ribes sardo, la viòla di Ucria, la silène vellutata delle Eolie, vu' rimarrete solo un pallido ricordo o un seccùme in uno di que' musei dove un va mai nessuno.
Io vi rimpiangerò tutti.
Assieme a voi scompàre tutto un mondo di valori e di profumi. E i profumi e i valori son quelli che mandano avanti ì mondo, finché c'è qualcuno che se ne occupa. E io son preoccupato perché assieme a voi, che vi si vedeva bene, chissà quante altre cose più invisibili sono scompàrse senza che nessuno le reclàmi.
Caro ì mì Fiodarliso, io ti ricorderò sempre: una volta cingésti i biondi capelli della Rosalba del mio primo bacio, e fosti tra le mani di Brunèlla quel giorno che camminammo mano nella mano per sèi ore senza saper bene cosa fare.
venerdì, 13 gennaio 2006
Più o meno tu sai cosa sia una geisha, ma sai anche cos'è una maiko? La maiko gli è l'aspirante geisha, quella che forse un giorno lo diventerà, ma che nì periodo che ci separa da quì giorno, la si differenzierà pe' quì filo sottile che gli è - filosoficamente e sprituralmente parlando - il prima dell'irraggiungibile, l'incomprenso dell'incomprensibile, la non arte dell'arte, ammesso che doventare un cliché (la figura propria della geisha) la possa considerarsi un'arte d'arrivo.
La geisha la ci ha un kimono semplice semplice? La maiko ce l'avrà elaboratissimo! Unn'è un gioco de' contrari, ma un tentativo di spiegare come il massimo di qualcosa lo si raggiunga sempre per sottrazione: eliminare ì superfluo, l'esagerato, così come (tanto un s'inventa nulla) Ignacio de Loyola, ne' su' splendidi esercizi spirituali eliminava certi suoi piccoli difettucci semplicemente per sottrazione, disabitudine cosciente.
Nì mondo che 'n questi giorni ci ho avuto attorno ci ho pensato spesso a come certe abbronzature UVA alla "viso bruciato, par che rida" siano solo un'addizione maiko. E come gran parte delle cose considerate il segno distintivo d'un determinato ambiente (una tribù qualsiasi che abbia il cruccio di distaccarsi dall'umanità) siano addirittura una moltiplicazione maiko elevata a potènza. L'aggiungere contraddittorio che toglie invece di arricchire, regredisce senza progredire, abbàssa invece di elevare, allontana invece di avvicinare, appesantisce invece di alleggerire, ridestàndo in continuazione la maiko che guarda alla geisha da questa parte della gabbiétta.
A te, che sèi l'intellettuale, lascio il compito di sostituire maiko e geisha con i sinonimi concettuali che più ti aggradano, a te che non lo sei consiglio invece le avventure di pène e vagina.
giovedì, 12 gennaio 2006
Ce l'hai presente la simbiosi? Sì, dài, quella che si studiava alle medie tra ì pagùro e l'attinia. Ecco, oggi c'è una nuova simbiosi: quella tra l'inaugurazione e la performance. Ovunque si inauguri qualcosa, che so, una nuova panetteria, eccoti la performance. Ora, tu immaginerai, le performance possano essere di diversi tipi: la musicale, teatrale, poetica, eccetera. Le performance in simbiosi con le inaugurazioni, invece, son d'un solo tipo: danza!
Sicché che si inauguri la collezione d'uno stilista, una mostra di tassidermia o un centro d'abbronzatura, gli è d'obbligo vedere qualcuno in tutù che a un certo punto s'agita su un certo proscènio.
La simbiosi gli è, inutile dìllo, un atto naturale. Accade in natura da quando la natura gli era una giovine signora, e la sua comprensione gli è un'alchimia riservata solo a cèrti studiosi. Ma gli è difficile che alle inaugurazioni siano invitati gli studiosi (che a quell'ora in cui si fanno le inaugurazioni o sono a studiare o son di già a dormire), sicché quando i danzànti s'agitano, nessuno di quelli che guardano ci capisce nulla. Stanno lì, immobili, con la bocca semiaperta e guardano. A osservàlli lo vedi subito che lo sguardo gli è lo stesso con cui guarderebbero un briàco che bèrcia e cammina dondolando per la strada, e ti chiedi se ì confine tra l'arte e il degrado sia una questione d'ambiente: degrado nella strada, performance di danza se al chiuso e per ristretto numero di invitati... ì briàco è sempre lo stesso.
Ier sera ho assistito a tre performance di danza. Nessuno ci capiva nulla, ma tutti hanno applaudito. Mi sa che questa nuova simbiosi gli è già una coppia allargata.
mercoledì, 11 gennaio 2006
A scorrere l'elenco degli impegni da qui a venerdì, mi viene in mente una santa parola che diceva sèmpre ì trisnonno Valdemaro Sifossifoco fu Carmine - gli è scritto nelle cronache - alla su' quarta moglie Valchiria: esuberànza!
Pe' ì sottoscritto gli è una specie di riavéssi, l'occasione di dire basta a ì buonismo natalizio degli auguri, degli abbracci e delle felicitazioni, catapultandomi direttamente nì mondo di birignào: una sòrta di mondo parallèlo. Io naturalmente, anche se trattasi di pitti òmo, òmini ne guarderò ì minimo necessario. Perché a ì pitti òmo la cosa più interessante son le donne. Tante dònne, tra cui pochissime interessate all'òmo, peraltro. Ma ci sarà occasione di riparlànne di sicuro.
martedì, 10 gennaio 2006

Da stasera gli è ufficiale: s'è costituita l'Unità di Crisi. Un nome che gli è tutto un programma. Alcuni superespèrti valuteranno tutti gli uccelli del patrio suòlo e se qualcosa un gli torna... zacchete! Che tu ci abbia un condor o un bengalìno t'aspètta la Soluzione Bobbit... spera solo che l'esperto un sia distràtto.  Le colombe della pace sarànno tutte congelate, pe' precauzione, trànne quelle in missione all'èstero.
Nelle prossime ore sarà sulla Gazzetta Ufficiale, poi si passerà all'operatività. Perché ì primo compito d'un'Unità di Crisi che si rispètti gli è d'essere pronta, pragmatica e parecchio allenàta.
Come gli è stato pe' ì pericolo terrorismo, gli è probabile che sìeno già allo studio delle esercitazioni simulate. Si farà finta, a esempio, che quattro piccioni infètti vengano iscopèrti alla Scala di Milano, un cigno (anche dipinto) agli Uffizi di Firènze, o sètte pipistrèlli in mezzo a ì Colossèo... e allora ci sarà qualche volontario che fingerà uno sveniménto, qualche ambulanza a sirene spiegate (che spaventano i piccioni un casino), e prontamente le squadre iperspecializzate impacchetterànno tutto. Se un l'avesse già fatto Christo Christo si potrèbbe anco partecipare a qualche quinqennàle di quest'arte contemporanea di voler dàre ì nome a ì nulla.

Due occhi, ecco come mòre un'affricàno!
Unn'era andato nemmen da nessuna parte (e indove doveva andare, con tutta quella debolezza?), gli era sempre stato lì, zitto e bòno, niente armi, niente stipèndi milionari peffàre l'angelo custode di quarche petroliere, niente tessere di partito nelle tasche che non ha, nessun sospètto che facesse la spia, nessun sindaco romano che ha voglia d'intitolagli una strada rendendo l'idiozia di milioni d'italiani e di centinaia di giornalisti un'opportunità per mostrare una pappagòrgia ben nutrita, niente di niente, nemmen la pietà (che se ce ne fosse quanto a comprare un cappèllo da soldato avrèbbe di che mangiare per un anno). Peccato va'... gli sarebbero bastati due occhi di più e tutti ne parlerèbbero, almeno oggi.
Poche segnalazioni a ì volo: ì mì post su' ì soldato in Iraq gli è stato inserito in più ampio contesto su ì Post Normal Times, come Sifossifoco Factor. Ho scoperto un blog che mi garba un monte, e ì mi' amico Gianluca fa un eventone artistico alla Specola di Firenze, e t'assicuro che gli è un antropozoo che va visto!
lunedì, 09 gennaio 2006
Dopo tanti casi umani in Turchia, ì ministro della salute gli è preoccupato pell'aviària. Lo si deduce anco dalle ultime intercettazioni telefoniche: mamma un me lo fare ì riso gallo stasera!
In effetti la situazione è grave, anzi gravissima. Si dice infatti che quest'aviaria si piglia vivendo a stretto contatto con l'uccèllo. E io dico, ma quanti ce n'è in Italia con l'uccèllo o la passeròtta? Soltanto io, da stamattina, l'avrò toccato quelle sette o otto volte: un po' pe' fàgli una doccia e un po' pélle su' esigenze aviarie. E quanti ce n'è, mi chiedo, che vivono, pensano, lavorano, assomigliano all'uccèllo?
La parte di popolazione più a rischio son gli adolescenti, pe' via della manipolazione insistènte, ma anco a guardare la faccia di cèrti politici o di quelli che fanno vedere alla tolevisione da mane a sera, spesso l'uccello traspare co' un'evidenza imbarazzante. Se tanto mi dà tanto, da questa epidemia si salverà altro che qualche anziano, che l'uccèllo ce l'ha, ma che un si ricorda più d'avéllo.
domenica, 08 gennaio 2006
Io me l'immagino ì soldato americano in Iraq. E immaginandolo un penso certo a un ragazzo di New York o di Los Angeles, quanto piuttosto a un ragazzo che vive in quelle tante parti dell'America indove tu attraversi in macchina dugènto chilometri coltivati a mais transgènico prima d'arrivare in un paesotto di poche anime co' un centro commerciale, una chiesetta, l'ufficio dello sceriffo e un bar indove ubriacarsi alla sera, a qualsiasi età, come unica evasione.
Me l'immagino in Iraq, come uno che stacca ì pensiero proprio in virtù d'un pensiero collettivo bell'e pronto, confezionato per lui da agguerriti (si può trovare termine più giusto?) esperti di psicologia, sociobiologia e marketing.
Lo immagino ingenuo parecchio e, proprio per questo, disponibile a obbedire a qualsiasi ordine perché così si deve fare, perché così fan tutti.
Immagino le sue furbizie, anche, perché questo ragazzo americano un me lo dipingo proprio come stupido. Furbizie che consisteranno nel volere guadagnare qualche soldo per sé, di contare un po' di più nella società, di metter su casa e di togliersi di dosso un destino preconfezionato di lavoratore dì mais transgenico nell'enorme distesa di mais transgenico che ha costituito per 18 o 20 anni non solo tutto  ì su' panorama, ma anche tutta la storia dì su' casàto.
Lo immagino un professionista dell'esercito, come quelli che stanno nascendo anche da noi qui in Italia dopo l'abolizione della lèva obbligatoria. Un ragazzo o una ragazza di questa nuova "professionalità" italiana: l'unica della nostra economia nostràna a non far uso di manodopera flessibile, interinale, a contratto o a cococò. L'unica a promettere avventure a stipèndio fisso, finché si è in pace, e poi a scelta indennità o messa solènne e medaglia se c'è da fare degli straordinari.
Se lo sentissi parlare, ì soldato americano, son sicuro che tra le pieghe dello slang de' su' campi di mais oltreoceano, non sarebbe difficile cogliere anco un po' d'accènto calabrese, siciliano o abruzzese che riempian le italiche caserme oggi: chissà perchè?
sabato, 07 gennaio 2006
Scòrdati ormai de' vecchi re magi, quelli son finiti a far la pubblicità a ì torroncino Sperlari. Oggi i magi son tutti a contratto, stagionali. Dalle mi' parti ne son passati tre, come da tradizione: Mimì, Cocò e Cacam'ocazz'.
Naturalmente unn'eran re di nulla, ma recavan tra le mani i loro doni, tutti deperìbili: struffoli, mustacciuoli e roccocò... grandi delizie pe' ì palato: un vero ricostituente per la lingua, soprattutto quella non parlata.
Come ce n'è tanti, tra questi figuranti stagionali, anche Mimì, Cocò e Cacam'ocazz' s'intendan di spettacolo. Nì senso che c'è chi lo fa, chi vorrebbe farlo e chi lo è già per natura, senza sforzassi troppo. Sulla qualità dello spettacolo, poi, unn'è ì caso d'approfondire più di tanto: esso dura così poco, per questi poveri stagionali, che spènta la cometa finta un se li ricorda più nessuno. Rimane, semmài, quel senso di pesantezza a ì còrpo non sai se dì troppo dolce o di qual altro disgusto.
C'è da capìlli questi Mimì, Cocò e Cacam'ocazz'. Son poco sindacalizzati e, chi con più, chi con meno esperienza, hanno ormai raggiunto l'età d'una ragione piegàta a ì cèrto fato che quel che passa ì convento gli è trovato. Dei tre, pareva a esempio, che Cacam'ocazz'  fosse d'una pasta assai diversa da Mimì e Cocò e che mai avrèbbe avuto bisogno d'un ricostituente per la lingua non parlata. Ma chi sono io per giudicare?
Mio malgrado li vedrò dalla finestra far la coda alla cometa in piroétte e strascichi fino a metà carnevale, quando si confonderànno tra tutte le altre maschere. Per quaresima già non se ne parlerà più. Mimì, Cocò e Cacam'ocazz' saranno pagati, ognuno con la su' moneta, e altri l'anno ventùro piglierànno ì loro posto, a contratto, perché i posti fissi per le specialità di lingua, son già tutti occupati.
Poveri Mimì, Cocò e Cacam'ocazz', macchiétte di se stessi, poveri tesòri di questa eterna commediòla dell'arte che è la coscienza quando, per inseguire un sogno, dovénta allégra schiava dì bisogno.
mercoledì, 04 gennaio 2006
I' prossimo mercoldì avvìa ì Pitti Òmo e quest'anno, tra i tanti eventi, ci sarà anco la mostra fotografica di Spike Lee che racconta New Orleans dopo ì passaggio dell'uragano Katrina cogli occhi d'un gruppo di giovani musicisti neri che guardano con ottimismo a ì futuro.  Io trovo sempre straordinaria la capacità della moda di trasformare certe realtà di merda in trend dì vestiario. C'è dunque da immaginare che nell'autumn-winter dì 2007, parecchi ragazzi porteranno i calzoni a acqua 'n casa, camicie stropicciate, capelli tutti arruffàti e occhiali dalla montatura gigante a mo' di capanna dello zio Tomme. E le ragazze, in qualche maniera, la farànno pendant, tra atmosfere vagamente charleston mixate alla country e western.
Un'altra cosa che ammiro molto, gli è che nonostante lo styling mondiale e in modo particolare quello dì Pitti sia perlopiù italiano, le atmosfere suggerite son sempre ambientate da qualche altra parte. Trovo strano che un gli venga in mente a nessuno di mettere in mostra l'italico treno con tre ore di ritardo e le bave delle lumache sui seggiolini, oppure una delle nostre belle periferie: quelle zone industriali indove ancora ci si ammazza di lavoro pe' avécci una macchina ganza o la borsetta di Gucci, indove per chilometri e chilometri unn'esiste una libreria o una cosa bella da guardare, ma solo supermercati, bar luridi e magari qualche centro per le abbronzature finte. Atmosfere da autogrill alle sei dì mattino, coi camionisti, i pulmini che trasportano i muratori in nero, ormai esempio perfetto di integrazione sociale cosmopolita. Insomma, panorami più delle nostre latitudini, non così lontani dalla latitudine che sta pigliando questo porco mondo anche senza uragani. Mi dirai te: tu ci hai a mettere anche l'uragano!
Sì io ce lo metterei un uragano, alle volte, anche se poi dopo forse mi dispiacerebbe.
martedì, 03 gennaio 2006
Un giorno Calderoli volle andare a Napoli. Gli dissero quelli della Padania: sta' attento a un perderti o che un ti rubino ì Rolex nòvo, quelle meridionali genti.
Maicché, disse lui, e afferrato un cestino co' una merenda di polenta prese l'eurostàrre pe' mantenessi sveglio con le zécche.
Quand'arrivò, volle subito andare a trovare ì Presidente della Repubblica Carlazzèglio. Bussò alla porta, perché a Napoli ì videocitofono un c'era.
Avanti, disse una vocina che pareva quella della Jervolino. Calderoli entrò, ma come tutti i nordici rimase in campàna. Avvolta nella liseuse e co' una cuffiétta come copricapo, nì mezzo a ì letto di Carlazzèglio, c'èra questa che ragionava: le gènti meridionali son più bòne e intelligènti, mormorava tra sé, forse ripensando ai tant' anni passati in matrimonio co' un impiegato di banca livornese.
Calderoli, convinto di trovassi di fronte a ì presidente, interrogò furbo: oh Carlazzèglio, ma che bràcci lunghi che ci avete!
E la Franca: gli è pe' abbracciare meglio le donne, dalle Alpi alla Sicilia!
Insisté Calderoli: oh Carlazzèglio, ma che lingua lunga che vu ci avéte!
A quì punto la Franca, capita la padàna antifona, disse: oh ministro, ma che siete venuto altro che a criticare?
Arrivònno in quì mentre un monte di giornalisti, che ci hanno questo vizio di tener sempre lo strascico della trasfèrta a ministri, papi e presidenti, e un la smisero più di discutere tra loro sull'urgènte questione: son più bòni e 'ntelligenti i meridionali, i toscani, gli isolàni o i celticopadàni?
Intanto, mentre la questione si dibàtte, lì attorno borseggi, truffe, arrangiamenti, contrabbandi, scugnizzerìe, spacci e omicidi almeno sette. Come dappertutto nì suòlo tricolore da dopo l'unità d'Italia, dì rèsto.
Uscendo, più salvo che sano, Calderoli sbatté la porta, e la targa con la scritta "ca' nisciuno è fesso" rovinò per tèrra.
lunedì, 02 gennaio 2006
Sì, te lo devo dire, anche io son stato vittima d'un sequestro lampo. M'han tenuto da' ì trentuno a ì primo, poi m'hanno liberato senza nemmeno iscomodare la farnesina. Ci ho avuto paura. Anco se unn'hanno rilasciato comunicati, gli era chiaro che fossero quelli delle brigate de' martiri dell'ambizione sociale: c'eran parrucchiere arricchite, divorziate di lusso, modiste con marito, commercialisti e scrittori di grido, malinconiche intellettuali, giornalisti d'assalto, politici emergenti e infermiere dell'emergenza, architette rifàtte, ingegneri dell'illuminotecnica che può stare nelle vetrine. Tutti co' ì mitra dell'apparire spianato.
Le trattative per la mi' liberazione sono iniziate per via diplomatica, attorno alle tavole imbandite, indove (a intendersene) si verificava via via quella particolare evoluzione dall'homo sapiens all'homo insipiens. A ogni boccone diplomatico subito qualcuno o qualcuna tirava fòri un'arma non convenzionale che emetteva luci mono o multicolore e sorridendo alla cazzo ne pigiava in vari modi ì grilletto sparando messaggini a tutto il pianeta. Però un c'è stato verso di risolvere ì rapimento con questa grossolana diplomazia: si è dovuto passare per forza alla sparatoria. Gli è durata quasi venti minuti, e fortuna che pioveva, sennò durava anco di più. Tutti i maschi sparavano, e non solo polvere da sparo. Tutte le signore emettevano gridolini che era un amore. Io, che ero l'ostaggio, a un certo punto mi sentivo come paralizzato. Se approfittando della confusione cercavo di darmela a gambe, ecco che subito un carceriere o una carceriera mi sbarrava la strada.
Un posso dire d'esser stato trattato male, quello no, ma certe torture agiscano lentamente su ì cervello: la musica troppo brutta e troppo alta, i peggio discorsi in continuo e sempre uguali, gli abbracci e i bacini tròppitròppi, in una sindrome di stoccolma alla rovescio.
Alle ventitré e undici esatte, capodanno di Sifossifoco, ho fatto partire ì tappo dello sciampagnìno in verso un decolté che scopriva un còrpo. Manca poco che m'ammazzano. Certi guerriglieri di oggi son troppo fanatici della puntualità: nì rapimento come nella festa. Bah!