martedì, 28 febbraio 2006
 Hai voglia a dire: l'importante è partecipare, accontentati, un ne fare un dramma. Le dimensioni dì cannone contano, e anche parecchio. Co' un cannoncino piccolo tu faresti ridere anco in missione di pace... e sai come si dice: à la guerre comme à la guerre! Chiedilo alle tue amiche: dì cannòlo si lamentan più o meno tutte, ma in presenza dì cannone si chetano come l'acqua che rompe i ponti, e sorvolano... diventan taciturne, ma lo vedi subito che gli brillano gli occhi. E gli òmini poi? Dice che pensano solo a una cosa. Ecco, ti sorprenderà non poco sapere, che pensano solo a ì cannone. Hai voglia a farsi le canne! Quando si confidano con la propria donna, s'informan subito se ì calibro dì cannone va bene oppure no. E parlano, parlano, parlano e un si chetano finché un trovano una lei che gli dice: mado' che cannone!!! Solo allora un ci pensan più, disinteressandosi anche a tutto il resto. Altro che pietra filosofale, la misura umana, gli è ì cannone. E più piccolo è ì cannone, più vorrèbbe lasciare intendere di sparare forte, preciso e lontano. Cosa che si dimostra ogni giorno, da ì ministro della difesa a que' poveri ragazzi della Benemerita, là verso Sassuolo. Update... di Sassuolo parla anche Sandro Ruotolo. Ma te lo ricordi Sandro Ruotolo? Oh unn'è su Splinder anche lui!
lunedì, 27 febbraio 2006
 Mi disse una volta un artista parecchio convinto, ma che non valeva nulla: artisti si nasce, fin da bambini! E subito mi vennero in mente que' bambini insopportabili, figli di genitori d'impronunciabile disattenzione, che subito sviluppano ì mostro che è in loro spargèndolo per ogni dove, tranne che a casa propria. T'è capitato mai d'odiare la coppia genitoriale che continua tranquilla la sorridente conversazione mentre i figli ti sfasciano la casa? A me sì. Spesse volte. Sapessi com'è bravo il pàrgolo a disegnare... ed eccotelo, lo spandicacca, aggredirti le pareti bianche co' ì pennarèllo. Sapessi com'è brava a ballare e recitare... ed eccola lì a urlare oltre ogni umano decibèl e tirarti giù con il gentil piedino, in una ruota maldèstra, la terracotta rara. Questa generazione di figlioli, col tempo, si convincerà di appartenere all'arte. Dopo aver provato, con mediocrissimi successi, altre occupazioni, essi a un certo punto sceglieranno (magari a avanzatempo) l'anarchia dell'arte... e mai in solitudine, sempre tra la fòlla! Un'arte proprio come pare a loro: reciteranno come quelle signorine di chiesa che leggono male il vangelo durante la messa, ma si sentiranno attori; schizzeranno vernici su tele, sassi e ogni altro tipo di supporto e si sentiranno come Pollock (solo un pochino più sfigati); scriveranno banalità d'ogni sorta (più che altro poesia e critica letteraria) ovunque, appellandosi al verso libero futurista appena appreso dallo psicanalista di terz'ordine, l'unico, ahimé, che possano permettersi... e così di seguito. Si tratti di musica, immagini, parole o tutte queste cose assième. Nel frattempo i genitori, in rigor mortis con l'unico rimpianto di non aver regalato un po' più di rigore educativo e magari un meccano, spereranno nei nipoti. A differenza di me.
venerdì, 24 febbraio 2006
 In un mondo indove tutto ormai è esposizione e commercio, più fiere si fanno e più fieri si puole andare. Io a esempio farei una bella fiera della tortura. Magari a Firenze... un bel Pitti Tortura. Pensa, aggirarsi per gli stand a guardare tutto ì meglio della tortura internazionale. Padiglioni e padiglioni zeppi di gente che tortura e gente che si fa torturare. E poi sfilate, convegni, performance, provenienti da tutti i paesi del mondo: ognuno co' ì su' bello stand con le hostess dentro che piangano sommessamente o in aperti singhiozzi, e ci hanno i vestiti tutti strappati, e manager e òmini d'affari pieni di lividi. Sarebbe troppo interessante una fiera così. Rimanere rapiti da un simposio sugli effetti de' fiammiferi accesi tra le dita de' piedi. Restare prigionieri a una dimostrazione di tenaglie al nichel-cadmio pe' strappare elegantemente le unghie delle mani. Subire uno shock a ì vernissage di presentazione di qualche genere finora sconosciuto d'umiliazione.
mercoledì, 22 febbraio 2006
 Artro che Nostradamus, artro che Frate Indovino e Carolina Invernizio. Lo vuoi proprio sapere? I' mi' trisnonno Valdemaro Sifossifoco fu Carmine, aveva previsto tutta questa faccenda dell'aviaria in una terzina dì 1789: mai ale, mai ala, maiala!
Nell'esoterismo criptico e alchemico dì trisnonno, ciò stava a significare: piuttosto che nutrirsi di chi ha le ali o l'ala, meglio una maiala. Io ho sempre seguito consigli di tal guisa alla lettera. A me la maiala mi garba. Mi garbano le spalle da maiala, i prosciutti da maiala, la costina di maiala e icché c'è sopra, lo stinco di maiala (soprattutto se la sembra uno stinco di santo). Mi garba tutto quello che gli è semplice come una salsiccia: pèlle fòri e maiala dentro. E tutto questo mi dà nutrimento molto a ì corpo e alla psìche, quest'ultima - in me - di forma parecchio oblunga. Mi disturba invece ì verro, ì porco, ì conigliolo e financo la finta beef steack co' ì fagiolo di soia.
lunedì, 20 febbraio 2006
 Un c'è nulla da fare, sono stato anco da ì dottore, ho fatto le analisi e l'autoanalisi, ho persino tentato delle terapie: son bibliofilo. E la bibliofilia gli è una malattia (ormai sempre più rara) che a volte puole ritornarti parecchio utile anco contro la tua volontà. I' bibliofilo piglia un libro e lo conserva, talvolta lo legge, più spesso lo consulta, qualche volta ne ricopia un pezzetto, ne fa un copia e incolla su ì blog e lo fa passare pe' farina del suo sacco. Cosa quest'ultima che io faccio sempre, perché so che te non te ne accorgi, ma anche perché così fa il bibliofilo: è più forte di lui. Mi chiederai subito: e quanti libri ci hai? Ora questa - che rimanga tra me e te - gli è la domanda più sciocca che si possa fare a un bibliofilo. Perché anche senza intendersene (basta ave' girato un po' ì mondo e osservato un po' in giro) si dovrebbe sapere che si può essere bibliofili anche possedendo un libro solo come me. Il che svèla tutti gli esoterismi più comuni relativi a ì mondo autoriale, editoriale e librario che qualche volta non son riusciti a trovare una risposta dentro di te. Basta un solo libro per possedere la chiave d'accesso a tutta la sapienza dì mondo, qualsiasi sia la sua dimensione nella tua fantasia. E anche una chiave parecchio piccola puole aprire grandissime porte, come a esempio quelle dell'aviaria. Riflettere su un libro, può farti intuire che il tempo d'incubazione pe' diventare un pollo è anche lunghissimo. Uno può prenderla da piccino e manifestarla da adulto, come tante altre cose. A questo punto, quindi, gli è del tutto inutile smettere di mangiare le òva e chi le fa, rimpinzandosi di tortellini, biscotti e verdure a concimazione naturale di pollina molto bio. I' bibliofilo ha imparato dalla sua malattia che d'una cosa bisogna morire, e che gli è una gran perdita di tempo cercare d'indovinare di quale. Perché rientra nell'ordine naturale delle cose, che oggi ci siamo e domani un ci sei più.
sabato, 18 febbraio 2006
 Mi dispiace un monte deluderti, ma le creme antirughe un funzionano! Hai voglia a dire: bastano dieci giorni di trattamento e le rughe spariscono; oppure: appiattisce le rughe già a partire dalla prima applicazione. Non sparisce e non appiattisce proprio nulla. Ho provato io, sul punto più rugoso del mio corpo. Sarebbe stato troppo bello, dì resto: una scaramanzia, una soddisfazione e un trattamento di bellezza insieme... e tutto dove batte poco ì sole. Per giorni e giorni, finché unn'è finito ì mì tubétto a ì cretinòl, uscendo dalla doccia mi sono fatto ì trattamento mettendomi la crema sulla punta delle dita e dandomi delle energiche grattate alle proteine della placènta sulle parti più rugose che c'ho. E nulla: queste creme non mantengono le loro promesse. Mi sa che quelli che le fanno ci hanno presi proprio pe' coglioni. E infatti – lo sanno anche loro – i coglioni se non son solo dei palloni gonfiati, son rugosi per natura, e sei ipocrita se dici che son rughe d'espressione. Perché quelli possono divertirsi anche un sacco, ma ridere, e di se stessi poi, un l'hanno fatto mai mai mai.
giovedì, 16 febbraio 2006
 Ora basta, dài! A forza di ragionare di rete, di blog, di psicopatologia dì blog, di semantica dì blog, di fede e fideismi dì blog, di nick, d'identità, di nomi propri e marchi di fabbrica, ce li avete gonfiati a dismisura. Anco perché se c'è qualcosa da dire gli è bene che sia originale e che aggiunga qualcosa al già detto e stradetto. Se no succede come quando vai in vacanza d'estate in campagna e qualche simpaticone rincoglionito ti racconta le barzellette dell'inverno. Basta, via, su questi argomenti si è già scritto abbastanza, e persino s'è interpretato tutto l'interpretabile de' sacri testi, adattandolo alle bisogna dì permalink e del gruppo blogparrocchiàle del momento. Forse, come testimonia la foto, solo le arti plastiche adesso definirànno ì blog, i blogger e la rete. In quanto alla scrittura s'aspetta solo l'illuminazione comune che persino un numero vecchio di vanity fair è scritto meglio! In quanto alla sociologia... be' la foto rende bene l'idea di questo continuo collegamento virtuale e a che cosa serve. Ciao ciao!
mercoledì, 15 febbraio 2006
 Sì lo so, San Valentino gli era ierséra, ma io ci ho la mentalità ecologica e lo festeggio stasera. Dì resto, alla mia età, cosa vuoi che me ne faccia d'una donna tutta per me? Mi sembra meglio accontentarmi d'una talmente religiosa - e ce ne sono a bizzèffe - che lo festeggi du' volte questo santo. Gli è, dì resto, una filosofia che non mi disgarba quella di fare un po' per uno di queste sante donne. E tra que' mariti e fidanzati che conosco io (ma solo pe' sentito dire) unn'ho ancora trovato quello che le consuma tanto da un farne avanzare neanche un po' pe' ì giorno dopo. Tu penserài te: ganzo... ì fioraio costa meno, ì ristorante gli è più vòto, ì lounge bar gli ha esaurito ì Bosca Anniversary e ritira fòri ì Krug da tutti i giorni, l'albergo ci ha le stanze più libere e i lenzuoli freschi di bucato... Invece ti sbagli: gli è esattamente ì contrario. Quelli che ì santo lo festeggiano stasera son tanti, tanti di più. Solo che un ci tengano a fàllo sapere a tutt'ì mondo.
domenica, 12 febbraio 2006
 Ohi Ohi, accidènti a me e quando accetto gli inviti in certi quartierini alti (nì senso, ahimé solo di condominio). Finisce sempre che qualche star di quella cialtroneria un po' cafoncèlla che gli è ritenéssi un intellettuale 'mpegnàto, finisca co' ì farmi perdere la pazienza. L'argomento, questa volta, gli èran le vignette su Maometto e tutto ì casino che n'è venuto fòri: morti, ammazzaménti, licenziamenti di giornalisti (ma solo all'estero) e un'avanguardia di blogger da divano (di quelli scritti un tanto al chilo e pagati chissà da chi) che fanno della libertà d'espressione più una banderuola che una bandiera. E troppo lungo sarèbbe qui spiegar la simpatia che m'ispira a me ì Maomettano popolo, quando non manipolato dalla schiavitù degli aìzzadisperàti di qua e di là. Riporterò allora un piccolo estratto dì canto XXVIII dell'Inferno, corredato da vignetta di Doré (e non Christian Dior, come qualche intellettuale di oggi potrebbe erroneamente ingannàssi)... vi prego, però, un fate troppo casino: perché questa unn'è geopolitica! ...Tra le gambe pendevan le minugia; la corata pareva e 'l tristo sacco che merda fa di quel che si trangugia. Mentre che tutto in lui veder m'attacco, guardommi, e con le man s'aperse il petto, dicendo: «Or vedi com'io mi dilacco! vedi come storpiato è Maometto! Dinanzi a me sen va piangendo Alì, fesso nel volto dal mento al ciuffetto...
venerdì, 10 febbraio 2006
 Suvvìa, ragazzi, smettetela con 'sta storia delle unioni civili. Io unn'ho problemi a ammetterlo: gran parte delle mie unioni sono del tutto incivili. Perché a me la civiltà (e chi ne dà prova) mi garba un monte, ma quando si tratta di unioni... allora troppa civiltà un va bene. Te l'immagini, uno è lì che si unisce, e un gli vien certo di dire: prego, scusi, per favore, dopo di lei, ma si figuri, e tutti questi gesti di civiltà. Sarèbbe un'unione che arreggerèbbe poco, ecco. Perché l'unione è fusione, ci sta bene un po' di prepotènza a fin di bene, e un po' d'estràtto animale a condimento... altrimenti doventerèbbero una coppia di fatto anche du' scàrpe. E un capisco nemmeno tutta questa delicatezza morale da parte della politica unione... un vorranno mica farci credere che quella tra Mastella e Bertinotti la possa essere un'unione civile, vero? Al massimo, diciamo così, potrebbero essere una coppia di fatto. E allora, via, accontentiamola questa Emma Bonino. E introduciamo finalmente queste coppie di fatto... io, pe' dire, farò coppia di fatto con la Divina Commedia, che m'ha lasciato una bèlla eredità. Te scegli pure chi ti pare.
giovedì, 09 febbraio 2006
 Se c'è una cosa che fa schifo, questa gli è ì razzismo. Io lo posso dire, perché sono parecchio razzista. Mi dirai te: allora ti fai parecchio schifo da solo. Ecco unn'hai capito nulla. Se mi scappa una scorréggia particolarmente fetènte posso benissimo detestarne la puzza continuando a amarmi d'amor fratèrno. Capìto cosa voglio dire? Un sto certo parlando dì razzismo nella su' forma connaturàta all'imbecillità dell'individuo, secondo la quale uno puòle detestare ì negro e l'arabo o ì lucchése, a ì pari di quello che vede gli animalétti nelle nuvole. Un m'interessa discutere di quello, perché, appunto, sarèbbe come discorrere della scorréggia. A me, dì razzismo, fa schifo l'ostentazione. Come uno che scorréggia in un luogo affollato. Mi fa schifo lui, mi fa schifo chi fa finta di ignorarlo e mi fa schifo infine chi magari si mette pure a ridere. Mi dirai te: ecco, sei un razzista! E io ti rispondo sì. Se mai un giorno dovessi tirare un ceffone a qualche cretino che se lo merita, dopo mi laverèi le mani.
mercoledì, 08 febbraio 2006
 Quando si dice gli italiani. E quando si dice: mettigli un berrettino in testa... Sì mettigli un berrettino in testa, dàgli un ruolo e subito ti fanno schiantare da ì ridere, dalle più basse alle più alte isfère. Piglia a esempio l'etichetta, che so, parla la più alta carica dello stato. Vuoi che un gli ci mettano di sottofondo uno co' un cappèllo che pare uscito da un fantasy di quart'ordine? Ma come si fa a prendere seriamente le cose se ciò che dovrèbbe esserne ì simbolo porta su ì capo una creatura di Rambaldi? Si dice, e giustamente, che bisogna conservare la memoria. Io eppure unn'ho ricordanza d'aver visto un cappèllo tanto redicolo in testa a qualcuno che, solo pe' portàllo, piglia magari anco uno stipèndio. Quando si dice: che cosa bisogna fare pe' campàre.
martedì, 07 febbraio 2006
 Ah, la pubblicità da 'briachi. Piglia quella dì Pampèro a esempio (un liquore ì cui bouquet gli è appena superiore all'acqua velva): c'è una ragazza co' gli attributi grossi che scende da un autobusse e mezzo paese, lì nell'america latina della provincia di milano, va a finire 'ngalèra, a ì manicomio o in altri posti amèni. Piglia quella dì Martini (un liquore ì cui bouquet gli è appena superiore alle caramèlle per la tosse): c'è un briaco che si scava la fossa da solo e sullo stèrro ci pianta un girisole... una vecchia apre la finestra e un dice nulla, una ragazza piuttosto belloccia spalanca le persiane e pensa... povero 'briaco! Piglia quella sulle grandi opere (un affare ì cui bouquet gli è appena superiore che ciucciarsi l'acqua da un vecchio serbatoio di Eternit): lì proprio la realtà si fa virtuale... mosè che divide l'acque di venezia, gallerie, ponti che si costruiscono da soli. Insomma, pubblicità così, poi magari uno si fa una canna e lo schiaffano subito in galera.
lunedì, 06 febbraio 2006
 Mi fanno un monte di stranezza, a me, quelle persone che più che essere ambiziose ambiscono. Unn'hanno esperienza, né intelligenza, né personalità (cose che rallenterèbbero troppo) e grossolanamente scimmiottano all'infinito l'unica parte del cliché che riescono a vedere tutti. Ora tu penserai: sì, ma da lì ad aver successo... Invece ne hanno moltissimo. Perché la parte più visibile di un cliché è anche quella meno faticosa e che fa maggior figura tra i distràtti. E poi, non essendoci alcuno spreco della giornata per capire, ma solo per assimilare grossomòdo, avanza un sacco di tempo per farsi degli amici. Amici, beninteso, a cui avanza allegramente quella stessa parte della giornata, chissà perché. Poco importa se poi la ricchezza primaria delle sfumature sfuma attraverso il frenetico passaparola tra questi ubriachi d'ambizione. Si scriverà sui libri di scuola, un giorno, che quelle sfumature non sono mai esistite e che quello che i nostri vecchi chiamavano prisma era fatto infine d'una faccia sola, tolte tutte le illusioni. Io, lo ammetto con un certo senso di colpa, sènto che vivere e ambìre di cliché sia lo stadio umano più vicino all'animale. Ogni volta che il caso me ne fa incontrare uno, l'istinto animale che conservo, a beneficio d'un inventario che faccio tutti i giorni, mi dice: annusagli il culo... oppure: ringhia, scappa! Luoghi comuni che in particolari occasioni della vita e degli incontri di cui spesso è costellata, sono in verità gli unici gèsti possibili. Peccato che la natura mi ha fatto talmente disobbediente, che unn'obbedisco nemmeno all'istinto. Ed è colpa mia, lo so che è colpa mia. Ecco a cosa serve l'esperienza: a farsene ragione anche senza darsene ragione.
venerdì, 03 febbraio 2006
 Dice ì poèta cinese: la gente dice questo e quello, ma, dopo il commiato, il lago, è sempre lì. Dice ì cartone animato giapponese: l'anima è l'unica cosa che non diventa più forte con l'esercizio. Ci penso a forza di sentir parlare di questi famosi duelli elettorali televisivi. Dicono che ce ne saranno due: BerlusconiProdi, ProdiBerlusconi. Andata e ritorno, e forse con tanto di televoto da casa come un reality, un reality che non show. In effetti ì dibattito elettorale tra du' politici un dimostra nulla, gli è solo un doppio comizio, indove ci si tirano frecciatine senza colpo ferire e che son noiose quanto un flame tra du' blogger. I' duello si dovrèbbe fare, sì, ma tra un politico e la gente. Si piglia Silvio, si piglia Romano, e si mandano a parlare - ripresi in dirètta dalle telecamere - fuori all'uscita d'una acciaieria (o equipollènte), poi si vede ìcché gli rispondono e come argomentano. PS: un c'entra nulla ma a chi gli garba leggere e discorrere in latinorum puòle essere utile questo
giovedì, 02 febbraio 2006
 Sai icché ci vorrèbbe? Un po' più di sènso delle proporzioni. Per dire: c'è della gente che cerca d'andare sulla luna, mentre noi si vorrèbbe almeno prendere un trèno decènte. Ci faccio people-watching, con questo pensiero, da mane a sera. E di gente ne incontro tanta, e ì sènso della proporzione vedo proprio che manca. Piglia a esempio certe mezze calzétte: pàr che lo facciano apposta a giocare con gli opposti. Le vedi deprèsse a organizzar se stesse in un qualcosa che dovrèbbe avere mooolto successo, ma che non ne ha. Sènti che annaspano, le interroghi e ti dicono: tutto bene, splèndido... non potrèbbe andare meglio di così! Parlano come se nel mondo, a quì moménto, la cosa più importante che accade passàsse dalle loro mani, e con questo sorpassano quì confine che c'è tra la simpatica sopportazione e ì ridicolo. Hanno capito, le mezze calzétte, che nell'esagerazione del sé c'è sèmpre qualcuno (oddìo, chi, è talménte evidènte) che ci càsca. C'è sèmpre qualcuno che, per stanchezza, monotonìa, amor di quièto vivere o semplice distrazione, finisce col crederci quasi. Esattamente come quei batùffoli di cani, grandi meno d'un gatto, che continuamente strèpitano ad ogni mastìno che passa. Non c'è umano scìbile che unn'àbbia le sue mezze calzette: le arti, gli artigianati, la politica... e strèpitano, strèpitano, strèpitano continuamente come piccoli cani che un son nemmén di razza. A sentir loro il domani è sèmpre tèmpo di grandi cose, il passato (benché evidènte) vien farcito di quelle istòrie piene di contraddizioni, il presènte è sempre un galoppare matto e disperatissimo a far macchiétte, davanti a un pubblico distràtto. Preparano il mìssile che viaggerà ammìllemille verso la luna, e impiegano pèzzi abborracciàti di cartone che dovrèbbero essere i motori, e pòi, quando ì fantasmagòrico razzo si affloscia da un lato e non parte, finisce che dànno la colpa a te. A te che, annoiato dal continuo ridicolo, cominci a odiàrla questa incapacità delle mezze calzétte di rendersi almeno utili per chi, fottèndosene della luna, vorrèbbe almeno un servizio di trèni migliore, in questo porco paese.
mercoledì, 01 febbraio 2006
 Ti capita mai? Ascoltare ì silenzio assoluto e avvertire, dentro le orecchie, quel ronzìo. A volte è appena leggerissimo, altre è potente, insistente. Basta che ti concentri su di lui e puoi continuare a sentirlo anco se intorno ì mondo fa casìno, come fa sempre casìno ì mondo. Tu puoi anco immaginare che quello altro non è che ì flusso sanguigno che corre in su e in giù pe' ì tu' corpo, da quì punto insignificante che tu hai lì in vèrso ì capo fino a qualche inesplorata geografia che sta lì nascosta nì dito mignolo dì piede. Certo perché no? Ma se fosse... se fosse ì risultato d'inèrzia, l'èco mai smorzàta di tutto ì cancàn che si fa tutti insieme e tutti i giorni da quando ì mondo è nato, cosa faresti? Riusciresti a percepire ì silènzio operoso dì Pontormo quando dipingeva, il tricktrìck dello scalpèllo dì Bernini in mix con lo zàppetezàppete del lavorìo della zòlla interrotta da un contadino che unn'ha lasciato nome? Ti batterèbbe più forte forse il cuore all'eco della spingàrda de' pirati, a un bombardamento d'aeroplani neri, alla dinamite che frantuma le montagne pe' strappargli qualco brìciola di materia d'un qualche prègio? Ti sorprenderèbbe magari ì fischio secco d'un Federico di Svevia a richiamare un falco lassù nì cièlo sulla prèda terrena che senza uno strèpito continua a fuggire finché ce la fa, o ì lènto fumare d'un Garibaldi nella noia assolata d'un'isola? Ti sentiresti sciògliere qualcosa dentro a ì pensièro delle tante cose che ingigantiscono l'eco anco senza emettere nessun sentìbile rumore, la piega a un paio di calzoni elegànti, ì bottone che piomba giù da una divisa, un battito di ciglia di tre secoli fa, l'incrinarsi d'un òvo tenuto al caldo da un culo, lo schiudersi d'un bozzolo? Ecco, ascoltalo, è in effetti ì meglio che puoi fare: chétati e capisci.
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