venerdì, 28 aprile 2006
 Gli è probabile che anche te che mi leggi, tu sia stato uno di quelli che ha camminato su ì fòco. Una cosa che va parecchio di moda in que' corsi di management, autostima o motivazione personale che oggi fanno perinsino le venditrici di cosmetici porta a porta. C'è una specie di maestro, chiamato guru, che viene pagato bene pe' farti fare - dopo un irragionevole periodo di tempo - que' tre metri di corsa su' carboni accesi. Ognuno di noi sa, in fondo a ì su' cuore, che questa passeggiata serve solo a umiliare ì prossimo. Mentre ì prossimo si convince d'essere un eroe de' nostri tempi pe' lo sprezzo dì pericolo pari a un barbecue che un cuocerebbe nemmeno una quaglia . Se solo, correndo sui carboni accesi - magari con l'urlo virile durante, e la posa da calciatore che ha fatto goal dopo - tu guardassi lo sguardo dì guru, t'accorgeresti della su' delusione. Sì, perché un maestro che si rispetti un t'insegna a aprire ì pensiero come una mano pe' vederti imitare una cotoletta allo scottadito, ma s'aspetta che tu pigli le dispense e le trasformi furbescamente in ciabattine. Hai capito, bischero?
mercoledì, 26 aprile 2006
 Diàccio/6 Piccolo horror fiorentinoI' tramonto colorò la montagna d'un rosso sangue che si perdeva nì bianco di quell'ultime nevi e nì verde della vegetazione sottostante come una bandiera italiana pulita. Mamma cinghiàla portava a spasso una nidiata di sette cuccioli parecchio vivaci. Gino Fracassi, ormai stremato, li osservò con la coda dell'occhio. C'era da aspettarsi che la cinghialona un lo vedesse, altrimenti lo avrèbbe caricato. Pe' ì resto, una speranza di rimanere vivo ce l'aveva. Qualche bracconiere sarebbe di certo arrivato a controllare la tagliola. Bastava resistere. Un cucciolo di cinghiale cambiò direzione, all'improvviso, e gli si avvicinò rufolando. Gino non emise un suono. Il cucciolo con pochi balzi arrivò fino a lui. Attorno alla tagliola, l'erba dura, era intrisa di sangue rappreso. Il piccolo cinghiale se ne sporcò appena il muso. Mamma cinghiàla venne a cercarlo. Si fermò a pochi metri da Gino. Sostò, senza indecisione. Gino chiuse gli occhi, ma poi li riaprì. Se morte doveva essere, tanto vale guardarla in faccia. I' cucciolo gli si avvicinò a una mano. Mamma cinghiàla sempre ferma, all'èrta. Con la punta delle dita Gino raggiunse la gola dì piccolo cinghiale e l'accarezzò. <<Vai dalla mamma.>> disse, con appena un filo di voce. E il cinghialino corse via, verso la mamma, che non caricò. Lapo aveva osservato la scena. S'era fermato solo pe' evitare ì contrattempo della mamma cinghiala sbucata all'improvviso, e s'era nascosto. In un attimo fu accanto a ì su' babbo. Gino lo guardò dritto negli occhi. <<Ci hai fatto caso?>> disse, come se stessero a conversazione in un salotto <<I cinghiali un guardano mai ì cielo.>> Lapo non rispose. Né fece nulla per aiutarlo. Gli tolse frettolosamente dalla schiena la valigetta metallica e l'aprì. I' diàccio, del carotone che era, s'era ridotto a un nulla semitrasparente. Lapo lo prese tra le mani co' un'espressione delusa e s'avviò verso la grotta. Allora mamma cinghiàla caricò. Lapo provò a correre. Pochi passi. Poi l'impatto tremendo che lo sbalzò lontano, oltre ì sentiero, nell'orrido roccioso sottostante. Gino contò mentalmente l'impatto del corpo del figlio: uno per gli autisti del furgone manomesso, due per i balordi che avevano osato violare ì laboratorio, tre pe' ì sacchetto in testa alla Marta che forse, innamorandosi, aveva capito. Poi ci fu un silenzio di pace. Gino guardò mamma cinghiàla e gli sembrò che questa prima d'andar via avesse dato una lunga guardata al cielo. Come a annusarne la consistenza. Ma ì cielo, si sa, unn'è bòno da mangiare. <<Grazie.>> sussurrò. Pochi minuti ancora e fu ì buio. Nell'ultimo respiro che gli rimaneva, Gino pensò per la prima volta a ì funerale della Flora. Era quasi primavera e faceva ancora freddo. Erano sulle scale di Santo Spirito, prima d'entrare in chiesa. Lapo fece una bizza perché voleva ì Calippo a ì limone e lui gli allungò un ceffone.
martedì, 25 aprile 2006
 Diàccio/5 Piccolo horror fiorentinoVivo. I' diàccio era vivo. Di quella vita che noi un si capisce. Quella immutabile della montagna, indove passa una generazione delle nostre e lì gli è appena un attimo. A ricordarselo arrancare, lungo ì sentiero, Gino Fracassi gli è come un puntino scuro. Una formìca laboriosa che reca sulle spalle ì su' fardello di ghiaccio. E, assieme a quello, ì peso ben maggiore d'una solitudine non voluta, eterna lotta tra la dignità, la convenzione sociale e ì lasciarsi andare come fanno tanti. Percorrendo ì sentiero pe' ricongiungersi a ì ghiaccio, Gino percorreva Firenze. Un passo e era in Santa Croce, la casuccia all'ultimo piano dov'era stato bambino. Rivedeva la terrazza stretta e lunga che s'affacciava su' ì capoccione della statua di Dante, indove pe' la prima volta arrivò improvvisa quella grandine che lui non conosceva. Ricordò ì su' babbo, la carezza frettolosa tra i capelli che gli fece, alla su' paura. <<Gino, gli è grandine, la si puòle anco mangiare, toh!>> e Gino, ancora spaventato l'assaggiò. Tuffando ì naso esitante tra le larghe mani dì su' babbo, su cui s'eran depositati i granelli luccicanti. Un sapore indelebile d'una granita che un sa di nulla. Un altro passo e gli era in San Lorenzo, là su quella piazza arrovesciata e nascosta rispetto alla chiesa michelangiolesca, a giocare a cibbè e alle pallottole con quegli altri ragazzi, fratelli e sorelle d'una famiglia che un c'è più. E man mano che saliva, ì fiato corto, si disvelava attorno a lui la città. Un albero ed eccoti ì cortile della Santa Maria de' Pazzi indove pe' la prima volta strinse la mano della Flora e lei lo lasciò fare. Un casolare diroccato ed eccolo già alle Cascine a far volare l'aquilone dì piccolo Lapo. Un passo alla volta, avanti: sinistro e destro, gioia e sacrificio, noia e orgoglio, rabbia e pace. E sulla schiena quì diàccio da riportare a casa, che pareva lo spingesse. Scorse i segnali della grotta. Du' brevi strisce di plastica bianca e rossa. Pensò solo allora che avrebbe dovuto ripiantarcelo con le mani nude, ì diàccio, da indove era stato tolto, se c'era ancora ì buco. Ma unn'aveva paura. La tagliola gli maciullò la gamba in quell'istante, scattando, fredda, senza quasi far rumore. (continua)
lunedì, 24 aprile 2006
 Diàccio/4 Piccolo horror fiorentinoLa morte dei due balordi rimase un mistero. Le teste, mozzate di netto, erano rotolate come due palle da bowling in un angolo della cella frigorifera. Le bocche accostate come se si baciassero. I corpi parevano essere stati spremuti di tutto ì sangue in un abbraccio che stritola. I' ghiaccio della cella, disciolto, aveva formato assieme al sangue una larga pozzanghera scura. I' diàccio, all'interno della valigia di metallo, era rimasto intatto. Marta un si riprese mai più. A nulla valse ì continuo interessamento di Lapo. Una sera infilò la testa nì sacchetto della spesa. Se ne legò le estremità come si fa co' un foulard e si sdraiò su' ì tappeto di casa. Per sempre. <<Babbo, devo andarmene.>> disse Lapo. Gino aveva appreso assieme a lui la notizia. <<Capisco.>> rispose. Poi pensò a Flora. Qualcosa, nello sguardo dì figlio, gliel'aveva ricordata. Lapo, di fronte alle difficoltà, aveva lo stesso sguardo della su' mamma. Uno sguardo di ghiaccio. Fu quello l'istante in cui Gino intuì. I' diàccio doveva ritornare lì indove era stato strappato. S'immaginò la montagna, lì nella gola, e capì che quella dì silenzio dì ghiaccio gli è solo una favola. Nell'Antartide, come nì frigorifero, ì ghiaccio urla, si spacca, crepita in continuazione. La compressione in cui la natura lo costringe gli è una delle più terribili. E tuttavia ì ghiaccio un sta mai fermo: brucia, ammazza, oppure conserva in un abbraccio che unn'è mai amorevole. I' ghiaccio lo vedi subito che è vivo. Vivo come le leggende che l'accompagnano ne' secoli, fin da prima che l'òmo scoprisse ì foco. La gente è distratta e ì ghiaccio gli è solo un po' assopito, ma se vuoi dominarlo... ecco, lui ti uccide. (continua)
venerdì, 21 aprile 2006
 Diàccio/3 Piccolo horror fiorentino
In un istante la prima delle du' ombre aveva raggiunto la cima del muro di cinta, l'altra aspettava la corda col rampone. La prima ombra lo tirò su, sotto la luce. Avevano ì fiato grosso, e prima di saltare nì cortiletto interno dì laboratorio, si fermarono a osservare i lungarni deserti. Tutto tranquillo. <<Sbrighiamoci.>> disse la prima ombra. L'altro tirò fuori dallo zaino una ventosa per sturare i lavandini e un tagliavetri. Leccò il bordo della ventosa e lo fece aderire a ì vetro leggero della finestra. Un gioco da ragazzi. <<Vai.>> disse di nuovo la prima ombra. <<Cazzo.>> disse l'altro. I' frammento di vetro s'era staccato dalla ventosa, frantumandosi su' ì pavimento dì laboratorio. I' tavolino di metallo sotto la finestra amplificò ì rumore. <<Dio...>> bestemmiò tra i denti la prima ombra. Un altro istante e furono dentro. All'interno un largo tavolo centrale, coperto da un telo di panno verde, era pieno di frammenti da catalogare e fogli sparsi. Su un altro tavolo, più stretto, vi era un po' d'attrezzatura: un microscopio, diversi visori luminosi, un vecchio forno a microonde. L'ombra li infilò uno a uno nello zaino. L'altro, che sapeva indove andare, forzò con la lama d'un coltellino ì cassetto d'una scrivania. In un borsello di cuoio c'era un mucchietto di banconote, meno di dugento euro. <<Pezzenti.>> esclamò. <<Gli si piscia su' ì ghiaccio!>> disse la prima ombra, felice dì facile bottino e pieno d'energia. <<Sei proprio uno stronzo, andiamo.>> lo rimbrottò l'altro, ridendo. L'ombra stava già aprendo la cella frigorifera. L'orologio alla parete segnava le quattro e un quarto dì mattino. Alle sette e venticinque Marta Luporini entrò nì laboratorio. D'abitudine ci andava più presto che poteva, pe' godersi quell'oretta di pace prima che arrivassero gli altri. Nì corridoio, indove una lampada malandata funzionava a intermittenza, cercò le chiavi nella larga borsa Mandarina Duck, dono per la laurea, e fece scattare le due mandate della serratura. Come faceva sempre, cercò con la mano l'interruttore sulla parete per accendere la luce, ma scivolò e si trovò per terra. I' laboratorio era un lago di sangue. Cacciò un urlo, mentre facendo forza sulle gambe e su una mano cercava d'alzarsi. Scivolò sulle ginocchia e tentò, con scatti meccanici, di tirarsi su. Sentì gli abiti bagnati aderire al corpo e urlò di nuovo. Uno strillo di bambina, acuto come quello d'un animale in trappola. Pattinò a vuoto due, tre volte nel sangue. Grumi mal coaugulati le salivano sulle dita come una piccola onda. Le mani e le ginocchia cercarono disperatamente un appiglio. Cadendo su un lato si portò una mano ai capelli. Grondavano. Sentì il liquido scivolarle sul collo, freddo. L'odore nauseabondo. Urlò con tutto ì fiato che aveva in corpo. Poi sentì nella testa come una scossa elettrica e cadde a faccia in giù, svenuta. (continua)
giovedì, 20 aprile 2006
 Diàccio/2 Piccolo horror fiorentinoGino Fracassi non ce l'aveva messo ì nome su ì campanello. E a che serviva? Quella che un tempo gli era stata una casa da ospiti e allegria come ce n'è tante, ora gli era solo un dormitorio, una tana da animale ferito. Flora, la su' moglie, facevan già tre primavere che era morta. Un attacco di cuore, improvviso. La notte stessa avevan fatto all'amore. La mattina all'otto lei un si moveva più. Gino ci aveva fatto un monte di pensieri su certe coincidenze della vita. Poi s'era detto che ì dolore si rimargina. E lui aspettava da un pezzo. In casa unn'era stato spostato nulla, nemmeno di quelle chincaglierie che a casa de' maschi soli un ci son mai. La polvere, nì tempo aveva steso un velo grigio-indelebile, persino su quella foto, d'argento incorniciata, che li ritraeva felici come non mai davanti all'agave della casa all'Elba, co' ì mare sullo sfondo e i nuvoli sopra che pareva (ma solo a loro due, che gli altri li pigliavan pe' grulli) che disegnassero un cuore. Ora di quattro stanze grandi un ne rimaneva che una, vivibile. Gino ci aveva spostato un vecchio letto a barca e, da lì, un c'era stata notte senza navigare tra i ricordi. La sognava spesso la Flora. La sognava viva, e le risate di quand'eran diciottènni: le bocche dischiuse, morbide e ridènti alle lingue un po' buffe in continuo contatto, e tutti gli attimi sembravan definitivi: parole, risate, sfottò e persino i rumori esterni, echeggiavano talmente vicino che a aprir l'occhio talmente veloce da fregar la realtà, la potevi vedere lì che usciva da ì bagno, con l'asciugamano piccolo, come piaceva a lei, tenuto su a coprire ì seno e a scoprir la passeròtta. Forse. Se solo esistesse realtà più lenta dell'occhio. La sognò di nuovo quella notte. Un sacco a pelo in due, là nella casa a ì mare ancora senza finestre e co' ì tetto da rifare. La prima volta che ci vollero dormire, come du' zingani felici, come la canzone di Claudio Lolli, a costo di beccarsi un malanno. Un aprile tiepido come un latte. S'erano addormentati e l'alba li aveva sorpresi co' una spruzzatina di neve tenera. Una brina sottile, uno zucchero a velo che appena appena s'era posato sulle sopracciglia, su' riccioli castani e morbidi attorno alle orecchie, sulla peluria visibile appena in controluce, lì, su un angolo dì labbro. Gli occhi d'un blu come ì cielo su San Miniato, a sera. Ma spalancati orribilmente nella paura, pieni d'un fermimmagine troppo grande da guardare, morti, rotti! <<Flora!>> una parola secca, come uno schianto. I' risveglio. La consapevolezza, la consuetudine, la bocca troppo secca e sotto la nuca un brivido che aveva corso fino a mezza schiena prima di spengersi, come i cani quando rizzano ì pelo all'invisibile. E quel nome mezzo urlato nì dormiveglia. <<La prima volta che la sogni morta.>> bisbigliò Gino, andandosi a prendere un bicchier d'acqua a ì frigorifero. Scalzo, in mutande, avanzò nella semioscurità delle tapparelle che avevan mezzo ceduto e che doveva decidersi a riparare. Sotto la pianta del piede una sorpresa improvvisa, bagnata e maledettamente fredda. Un rivolo d'acqua, fuoriuscito dal congelatore improvvisamente rotto, disegnava un piccolo fiume fermo fino a metà stanza. La campana della chiesa dètte un rintocco morbido pe' un disturbare ì silenzio. <<Le son solo coincidenze.>> Gino si disse, mentre un nuovo brivido, immediato, elettrizzava peli di gambe e braccia. L'orologio segnava le tre e mezzo dì mattino. (continua)
mercoledì, 19 aprile 2006
 Diàccio/1 piccolo horror fiorentino
Se n'era parlato un monte, lì nì laboratorio su' lungarni, della slavina là sugli appennini che aveva scoperchiato una specie di grotta indove ì ghiaccio gli era perenne da secoli o forse da millènni. Se n'era parlato tanto che Gino Fracassi, il su' figliolo Lapo e Marta Luporini, colonne dì dipartimento d'archeologia, avevano avuto ì finanziamento che serviva. Unn'erano un monte di euro, come sarebbe stato bello, ma sufficienti a prelevare un carotone di ghiaccio, trasportallo a Firenze e lavorarci pe' un paio d'anni d'analisi. Si sa, alla gente unn'interessa quasi nulla dì ghiaccio, a parte quello che si mescola alla vodka. Ma ì ghiaccio nasconde i su' bei segreti, soprattutto quello vecchio di millenni. Se tu riesci a pigliare, magari in una botta di fortuna, le particelle d'aria che rimangan dentro tu poi sapere se tre o quattromila anni fa l'aria gli era bòna, e poi, se magari tu hai proprio un culo sfacciato, nì carotone ti rimane qui microrganismo sconosciuto che, nì mondo marcio dell'università, ti puole anco accomodare la vita: articoli, conferenze all'estero, e altra roba così. Quella sera si festeggiò parecchio, di quella festa fatta un po' d'incoscienza, un po' di sogno e parecchio di senso di rivalsa... un classico pe' ognuno di quelli che studia di mestiere e sa icché vuol dire. I' giorno dopo, Gino, Lapo e la Marta, partirono, armati d'una attrezzatura che avevan visto altro che sulle riviste e che adesso gli era lì, americaneggiante, tra le loro mani. Occorsero poco meno di sei ore di cammino a raggiungere ì posto, un'ora e mezzo pe' ì carotaggio, e poi dopo un elicottero della protezione civile passò a prelevarli, novelli indiana jones dì fiorentino, pe' riportalli alla base alla temperatura che serve a un sciupare ì prezioso campione. Du' vecchi, poco più a valle, osservarono di lontano Gino tirato sull'elicottero da ì verricello d'acciaio, poi una valigia di metallo che luccicava come uno specchio, nì violetto della montagna a ì primo sole, e infine Lapo e la Marta, infagottati perbenino. I vecchi scossero ì capo a modo loro, la gente di montagna si sa che parla poco, e in contemporaneo silenzio pensarono che quella scopertura di ghiaccio, di cui anco ì giornale aveva parlato, un significava nulla di bòno. Uno dei due s'aricordava della bisnonna, levatrice di malocchio e donna misteriosa, che da bambino gli aveva detto certe cose dell'òmo dì ghiaccio. Cose che un l'avevano fatto dormire pe' diverse notti e che poi s'era dimenticato nì crescere, come tante altre cose inutili in un ambiente indove la fantasia un porta pane. L'elicottero, intanto, gli era già atterrato a Peretola, su ì lato di traverso alla pista che s'affaccia sull'autostrada, indove l'aspettava ì furgone frigorifero speciale che quattr'ore prima gli era partito da Milano a dugènto euro all'ora di noleggio. I nostri tre sistemarono la valigia nì retro, schermato a blocchi di ghiaccio, poi si sedettero assieme ai due incaricati a ì furgone e aspettarono che le du' macchine della polizia di scorta li facessero arrivare su' lungarni in quì tempo che ci si metterebbe sempre, se un ci fossero quelle diecine di ingorghi che senza sirena accesa ti ci vòle un malox e venticinque minuti di moccoli. <<Ganzo.>> disse Lapo alla Marta, guardando pélla prima volta sfrecciare i piloni di ponte all'Indiano in pieno giorno a 120 all'ora in un turbinìo di sirene. Marta gli garbava un bel po' e così, di corsa e nì furgone gli sembrava anco più bella. <<Un vedo l'ora d'arrivare.>> esclamò Gino, anche lui guardando la Marta, ma con occhi più esperti. La Marta, un profilino delicato incorniciato da un caschetto di capelli fini e biondi su un corpo senza pretese di sensualità, un disse nulla. Fece un sorrisino sghembo a uno degli autisti milanesi, che s'informava su indove potevano mangiare una fiorentina vera, visto che gli erano in trasferta e soprattutto che era già passato mezzodì. Dopo mezz'ora, assicurato ì carotone a un frigorifero dì laboratorio, i nostri cinque gli eran tutti attorno a ì tavolo, armati di forchetta e di coltello, e d'una fame senza né babbo e né mamma, ma 'mprovvisamente spossati. Ognuno ombroso di pensieri e con la strana sensazione che dopo ì prelievo dì carotone, qualcosa era cambiato e definitivamente nella loro vita, lì in quì punto, tra l'interiora e ì cuore, indove a volte nasce l'orgoglio e altre la paura. Gino, che l'era ì più esperto, guardò le facce di tutti e fece la battuta sdrammatizzante, quella risolutiva. <<Ora ci vòle un nome pe' distinguello da ì ghiaccio più volgare.>> disse grattandosi la barba in un ghigno simpatico. <<Chiamiamolo diàccio!>> E continuarono a mangiare, ragionando dì Magnifico e delle belle donne toscane, più che altro pe' intrattenere i milanesi, che avevan ormai tentato troppi argomenti di conversazione senza capire che la loro presenza tecnica gli era, in quì giorno, solo un di più. Perché quello che contava, ora e subito, unn'era nient'altro che ì diàccio. Se n'andarono i due, su quel loro furgone ormai inutile. Gino lo seppe per primo che all'altezza di Roncobilaccio ì furgone s'era 'mprovvisamente intraversato sull'autosole, finendo stritolato tra du' tir in corsa. Uno sfucinìo come ne succede troppi da quelle parti. Degli autisti di Milano, uno lasciava orfani du figlioli e l'altro uno. Gino, preso da ì diàccio, un si ricordava nemmeno i nomi di que' due, ma gli dispiaceva, e un bel po'. Un fosse altro perché quella vocina stronza, che sempre approfitta dell'improvviso sapere che lascia scoperta la fortezza della personalità, già gli urlava dentro: bella fàva, e questo gli è solo l'inizio. (continua)
martedì, 18 aprile 2006
 Sei giorni a casa Sifossifoco e già donna Drusilla ha maturato le ferie. Una vacanza lunga, ovviamente, e meritata, dopo tanto stress. Il bagaglio è già pronto, clavicordo compreso, e ci ho ì permesso di riutilizzare di nuovo l'armadio quattro stagioni, oltre agli ambienti della magione tutti fino a ì su' rientro, che avverrà quando non si sa. Come ogni principessa di bassa fortuna che si rispetti, so già che passerà le vacanze in un luogo della mente, in una perfetta enclave di emozioni. Le vacanze non esistono, sono solo un pretesto per giustificare il dove, attraverso l'altrove... un gran sacrificio per le popolazioni stanziali che non vivono di commerci. Ma come, donna Drusilla, il viaggio, il piacere della mèta, volete mettere? Credimi, Sifossi, già un giro attorno al tavolo può essere un viaggio meraviglioso. E' sufficiente uno spirito aperto e ben fantasioso. E noi, che ci nutriamo della vicinanza, abbiamo in orrore l'errare in lontananza. Ah, vi capisco: tutto quello che cercate è qui e ora, diceva ì vecchio adagio. Sì, e per compiere ì giro dì mondo sarà sufficiente mettere un piede innanzi all'altro, incessantemente. Arrivederci donna Drusilla. Arrivederci, mio carissimo. Ho atteso, con la porta aperta, che scendesse le scale, lei e il lungo strascico. Mentre, in una larga padella, du' ova già friggevano nì loro ricciolo di burro tartufato.
 Suona ì campanello. I' postino deve consegnare una raccomandata. Donna Drusilla chiede con grazia di aspettare un momento. Corre a cambiarsi: un vestito da mezza mattina, tonalità arancio. Poi sceglie le scarpe. Ne prova alcune paia. Non troppo eleganti, non troppo comode, non troppo alte, non troppo lucide. Ecco, sceglie quelle. Infine si acconcia i capelli e scende le scale, ritornando con la cartolina per andare a ritirare la raccomandata dall'altra parte della città. Me la consegna con gentilezza e torna a cambiarsi di nuovo. Una semplice tenuta da casa, anche se tra mezz'ora dovrà uscire di nuovo. Donna Drusilla, procuratemi queste cibarie, nì uichènd mi dedicherò io alla cucina! E zacchete, gli ho posto tra le mani una lista comprendente ogni ben diddìo. Poi, visto che gli era di strada, le ho chiesto anche di fare un salto dall'architetto (un luminare della bioarchitettura) pe' un piccolo intervento di ristrutturazione degli arredi ormai necessario alla magione. Torna co' una sportina loffia, grande come quelle che ti dànno in farmacia, scarna di cibarie e un cane da caccia. Donna Drusilla, noi dobbiamo parlare! Dimmi. Qui in casa s'inizia a soffrir la fame, a esempio. Fame, non fame... sono solo modelli culturali. La fame non esiste alle nostre latitudini. Va be' s'ha a chiamallo appetito? Chiamamolo ansia da cibo della madre, un modello, appunto. Né più né meno che il suo contrario: la dieta. Quindi? Mangiare quando si ha fame, smettere quando si è sazi. Nessuno morirà per questo. Preparo la tavola? Questo discorso mi ha messo appetito. Icché si mangia? Non so, hai detto che provvedevi tu alla cucina. Mentre aprivo ì frigo, pieno solo di ghiaccio, ho chiesto dì bioarchitetto. Oh quasi dimenticavo, ecco un vero esempio di bioarchitettura: il cane. Donna Drusilla, quando la smetterete di sorprendermi? Guarda, basta lasciarlo libero in casa e osservarlo. Eviterà i nodi di Hartmann e sceglierà da solo i posti migliori per disporre l'arredamento. Donna Drusilla, lo vedete che il cane è ansioso e piange? Sì, lo vedo... E dove sta piangendo? Davanti al frigo pieno di ghiaccio, Sifossi. [ continua]
venerdì, 14 aprile 2006
 Ier sera gli ospiti che attendevo sono arrivati puntualissimi. Moglie, marito e la bella pargola dalle gonfie guance rosse, unica (o quasi) ragione di vita. Recavano in mano una bottiglia del mio whisky preferito (che ho già detto essere il Famous Grouse edizione Vintage) loro, e una serie di insulse bamboline e pupazzetti l'ottènne pargola. Drusilla, dopo aver fatto gli onori di casa, si è subito dedicata alla piccola, così come le avevo chiesto. Ha preso pupazzetti e bambolotti e, amorevolmente, li ha riposti nì sacco dell'immondizia. I' gesto, notato da tutti, ma più rapido di qualsiasi concretizzazione di pensiero, è stato accompagnato da un'altrettanto rapida proposta: vieni di là, che giochiamo! La pargola l'ha seguita, e per la prima volta da quando è nata, io ho potuto conversare con i due amici senza essere interrotto da qualche lamentela, capriccio, sintomo d'annoiamento rumoroso, esigenza di fame, sete, gabinetto, improvviso urletto. Noi conversavamo e dall'altra stanza non proveniva un amen: un silenzio da venerdì santo anticipato post lavanda de' piedi. Cominciavo a preoccuparmi, quasi, quando tutti insieme si decide di aprire la porta e sbirciare. La grassa marmocchia stava immobile e incantata di fronte a una doppia pagina miniata (ho temuto un esorcismo, lì per lì) d'un antico codice, mentre donna Drusilla terminava di redigere, su carta d'Amalfi, chissà quale componimento. E qui la scena madre della madre, che si è buttata a babbo morto (con subitanea istintiva incoscienza, ndr) sulla figlia, temendo un malore, destandola da quella beatitudine che pareva impossibile, in lei. Senza scomporsi, Drusilla ha borbottato: togli ai bambini le idiozie da bambini, ed eccoli perfetti! Ho temuto il peggio, magari una scenata dei miei ospiti. Invece... tutti gli occhi eran su Drusilla. La quale s'è alzata e, lievemente, ha sentenziato: facciamo ascoltare Mozart alle mucche per far più latte, Strauss alle galline perché faccian più uova, e poi nutriamo i bambini con i prodotti della Walt Disney. Gli diamo in pasto zia paperina invece che Artemisia Gentileschi, la pubblicità della Vodaphone invece che Guido Reni, e finiamo col considerarli dei genii quando il loro immaginario così inquinato partorisce le prime bolle di chewin'gum. Ci siamo congedati così. Senza altre parole. Dalla finestra, per un ultimo saluto, mi pareva che la bambina già camminasse in un modo diverso per la strada. Poi son corso in cameretta, indove mi aspettava, avvolta nella federa del cuscino, una pizza quattro stagioni lentissimamente scongelata: come, alle volte, basta un po' d'appetito per scatenare l'animale che c'è in te. Mentre m'addormentavo, sazio e appagato, però ho pensato a quella prima immagine impressa nella mi' memoria di bambino: la medusa del Caravaggio. L'amata prole, per fortuna, aveva già cenato con amici. [ continua] intanto oltre all'Oco Drusillo, che sperimenta un cicalàio di commenti, ora ci si mette anche Pseudolo, quando si dice ì collaborazionismo :)
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