mercoledì, 31 maggio 2006
Una volta c'erano i giornali della sera. Ne comprai uno che avevo già vent'anni. Si chiamava "la notte". Mi garbava l'idea di passare un dopocena a leggere un giornale che usciva ì pomeriggio tardi. Ricordo che ne sfogliai le pagine con la stessa curiosità con cui oggi ho letto le ventuno paginette della relazione dì governatore della banca d'Italia Mario Draghi a ì Paese. Essendo quello un giornale serale (credo che abbia chiuso da un pezzo) ì taglio degli articoli e la scrittura in generale gli era quello che tanto garba a chi legge ì giornale dopocena: catastrofico, ma con ottimismo. Credo che ì ghostwriter di quella relazione provenga da quella scuola. Una scuola che serve a "creare opinione" nascondendo tra le pieghe dell'informazione l'elisir dì pensiero precotto e già in parte digerito che tanto garba a chi, dopo una giornata di lavoro, se ne sta in pantofole in poltrona a guardare le tante travi negli occhi dei fratelli. Anche la relazione di questo nuovo drago dell'italica economia gli è così. Tanto che è garbata a tutti: politici, economisti, giornalisti, sindacalisti, industrialisti, e quanti ce n'è di quella stessa razza, che poi, appunto è una. A me questa relazione non è piaciuta per niente, e anche se son convinto che ì Draghi ci dormirà sopra lo stesso, cerco di dirti ì perché. La relazione dà alcune informazioni nuove, ben taciute dai media, ma che pure ci sono in originale: l'italiano medio ha qualche risparmio che ancora non gli è stato sottratto del tutto; l'italiano medio ha un livello d'istruzione e d'autonomia di pensiero tra le più scarse dell'occidente; l'italiano medio è furbo di quella furbizia che detesta qualsiasi rischio; l'italiano medio, quando piglia una fregatura, protesta poco e dimentica in fretta... basta la salute! Poi la relazione dà alcune linee di principio su come trattare l'italiano medio: fàllo pensare di meno e lavorare di più; gestirgli i soldi che guadagna, tanto lui non è capace; mantenerlo in un'allegra ignoranza facendolo sperare in un domani migliore... magari toccandogli quel particolare neurone dell'amor patrio, che si sa negli italiani risiede in due punti: la moglie ubriaca e la botte piena. Infine un po' di retorica barocca, ma che fa sempre piacere ricordare: il mito della modernità delle strutture, l'efficienza e il risparmio della gestione pubblica, i giovani, le tasse pagate da tutti. E poi ecco la ricetta: aumentare la produttività oraria, far circolare i soldi solo a livello finanziario, spremere quanto più possibile l'essere umano in termini di forza lavoro e forza economica. Punto. Un bel capolavoro, non c'è che dire: in sintesi l'italiano che ci ha in testa la Banca D'Italia per il futuro, idea che tutti applaudono, lavorerà come un cinese, guadagnerà come un europeo e consegnerà tutto ciò che guadagna ma non usa per la sopravvivenza diretta (e si sa l'italiano è risparmiatore) a un sistema finanziario di cui non farà mai parte. Attenzione: un sistema finanziario, non un sistema economico. Attenzione: produrre di più, non produrre meglio. Quindi, prendete il vostro Philip Kotler e cominciate a usarne le pagine come carta da culo: vi aiuterà a risparmiare quei centesimini per dare più linfa a quei prodotti finanziari di ultima generazione che costruiscono ponti in Italia e li bombardano altrove. Prendete poi tutta quella bellissima teoria economica sulle risorse intangibili e conditeci gli spaghetti, infine tirate fuori il mandolino e suonate. Oppure che qualcuno si impegni a creare un'economia dell'eccellenza e non della quantità: che qualcuno investa i suoi risparmi direttamente nel tessuto economico che gli sta più vicino e non in pezzi di carta che come si vede ogni tanto fanno anche quelli risparmiare sulla carta da culo; infine che si ponga un argine all'ignoranza con studi maggiori e migliori. L'italiano che ci ho in testa io per il futuro non è uno, son quasi sessanta milioni. Quanti sono loro?
martedì, 30 maggio 2006
I' bèllo di quando tu raggiungi la mia età da vivo, gli è che ti si rilassano i tempi. Cervello e azione un vànno più all'unisono come quando tu sei giovane e giovanissimo, oppure come quelli che alla mi' età ci arrivano sì vivi, ma completamente schiantati di cervello. Infatti, man mano che cresci e ti distacchi (ma non a tutti càpita) dalla bestiolina che è in te, t'accorgi che quando ti vien la voglia di soddisfare qualche bisogno primario e elementare, tu pòi in bonapàce anco aspettare un po', che nì frattempo un succede nulla. Anzi, di solito le cose migliorano, o peggiorano, secondo naturalmente i diversi punti di vista. In quest'età di mezzo io spero di rimanecci a lungo, da' ì momento che pòi, nell'invecchiare ulteriormente questo particolare ritardo tra pensiero e azione o ti diventa cronico o ti s'annulla dì nòvo andando a chiudere ì cerchio dello stato animale o vegetativo... una gran tristezza, insomma. Mi chiedevo: ma guarda te la natura quanto è perfetta, ì ritardo tra pensiero e azione di oggi gli è quello che più mi permette di sopravvivere. Così, ogni giorno, scopro d'arrivare a sera senza aver fatto nemmen la metà di quelle cose che ì pensiero mi propone con urgenza e che poi l'azione filtra a piacer suo: a esempio non ho scritto una email a una casa editrice appena nata che sta già sbagliando tutto, non ho avvertito una bella ragazza americana accanto a me pe' una colazione di lavoro abbastanza antipatica che ì fico d'india si sbuccia prima d'ingoiàllo, unn'ho fatto per tempo alcune cose ì cui scenario nì frattempo è cambiato e che quindi sarebbero state da rifare. A ì contrario, quando l'azione ancora disabituata alla pigrizia che la salva, mi reagisce subito, financo a combaciare con l'istinto, scopro di commettere degli errori che poi ci vòle un sacco di tempo pe' recuperare. Errori che, nì mentre tu li fai, ci hanno ì sapore illusorio, nonché presuntuoso e scemo, di voler migliorare ì mondo a partire dagli altri. Mentre ì mondo migliora solo a partire da te.
lunedì, 29 maggio 2006
Te li ricordi sì, i vecchi fumetti su' ì far west. Te li ricordi anco pe' ì baratto: quella particolare forma di transazione dell'economia mediante la quale ì furbo, co' una bottiglia di whisky scadènte, prendeva in cambio le pèlli dì bufalo assai preziose. E gli era tutto un affare così, poiché la regola è che ì più furbo quando incontra e scambia co' ì più grullo la ci fa sempre un guadagno. Peffòrza, dirai, ì mondo gli è de' furbi. No. Ti stupirà sapere invece che ì mondo gli è de' grulli. Perché le preziose pèlli dì bisonte (qui utilizzate a esempio dell'unità di misura dì baratto) abbondano altro che tra i grulli. D'accordo, dirai, ma nella transazione la c'è anche contaminazione. Mediante la quale, in un mondo che gira, ì furbo si fa sempre meno furbo e ì grullo sempre meno grullo, e viceversa... come se gli estremi si toccassero. Magari non ora, ma in prospettiva. Appunto.
venerdì, 26 maggio 2006
 I' mondo ci ha uno strano modo di prenderti in giro. Compri qualcosa di allegro, di colorato, e poi - basta guardare l'etichetta - ti si spalànca innànzi alla fantasia degli occhi la fabbrichetta, laggiù in Malaysia o in China. Una fabbrichetta umida, buia, piena di puzzi, indove quella parte d'umanità che unn'ha avuto la fortuna di nascere blogger intelligente come te, lavora sedici ore a ì giorno péll'allegria d'ìmmondo. Già. Bell'allegria. Però - pensi - può darsi che la reincarnazione, la legge della causaeffètto, la sia anche più produttiva di questo nuovo genere di schiavi: chi fa perché costa poco, quando mòre, si reincarna in chi compra perché costa poco o in chi guadagna su' ì costar poco; e vicevèrsa. In fondo, potrèbbe essere un'idea. Ma - lo so - te non ci credi alla reincarnazione, ti senti a' ì difòri della legge sulla causaeffètto, e poi figurati se tu indosseresti mai de' calzini così.
mercoledì, 24 maggio 2006
Questo post mi fa schifo. Non schifo nel senso esagerato di una cosa che non ti piace, schifo nel senso vero della parola. L'ho letto e commentato molte volte, e ogni volta ho dovuto sforzarmi per trattenere il vomito. Ho creduto, erroneamente, di poterne discutere attraverso commenti, email, telefonate. Di sottolinearne l'inaccettabile bestialità facendone scaturire un comportamento: un gesto, un post, che dissociasse e qualificasse un'intera comunità (quella che quel blog rappresenta) dalla volgarità di un unico, spregevole, individuo. A volte anche alla merda riconosci un valore, quando sopra ci spunta un fiore. Sono non solo disgustato, ma tristissimo. Tu potrai dirmi quanto vuoi che questa è la rete. Io non ci credo. C'è un altro nome, che non mi va di pronunciare. Credo che la rete, i blog e le persone che li scrivono debbano sentire il dovere di dissociarsi, di isolare, di emarginare con ogni mezzo certa barbarie. Vorrei, ma so che sarà così, avere la certezza di avere lettori vivi. Capaci di indignarsi di fronte all'inqualificabile violenza del calpestare non solo la fragilità di una persona, ma la dignità di ognuno: la mia, la tua e - ciò che stupirà - persino la loro.
lunedì, 22 maggio 2006
 Volevo raccontarti di come oggi a Cannes ì Caimano un sia garbato a nessuno (cose che un si dicono, insomma), di come ì livore d'una cretina poverétta possa accanirsi contro la Dandyna (e chi l'ha abbracciata fraternamente come ho fatto io sa icché voglio dire), invece ti racconterò dì segreto della grande leggenda dì Tampax, usata da tutti i fotografi di moda, di ogni latitudine, colore, cènso e cachet. La leggenda è questa: servizio fotografico di costumi mare femminile, set di spiaggia ricostruito in studio in pieno inverno, luci sparate a mille, modelle oliate di noce, quali in piedi e quali sedute. A un certo punto ì fotografo (di solito un guru della fotografia e, a ì contrario dì truccatore, maschio) nota un piccolo filo che sporge dall'inguine della modella in microcostume, di solito una top model, con costume veramente micro. Pensando a una piccola scucitura, ì fotografo s'avvicina e strappa ì filino co' un gesto secco... e la modella sviene! Devo dire che come per le altre cose segnalate all'inizio, nonostante sia la dodicesima volta che un fotografo di moda me la racconta, un m'è mai riuscito di riderci.
domenica, 21 maggio 2006
 C'è un monte di gente che se la piglia quando qualcuno ce l'ha co' i blog. L'anno scorso ci fu Nicoletti, quest'anno c'è Aldo Busi. Ammetterai subito che tra Nicoletti e Busi c'è una certa differenza. I' primo, poverino, ci aveva provato a avere un blog, Busi unn'ha bisogno. I' primo l'ha fatto sforzandosi di scrivere un pezzettino da cinquanta euro lordi dell'iva, Busi ha tirato fòri direttamente dall'intestino rètto un brève pistolotto sempervirens: "I blog - dice Busi - sono un semplice assembramento di parole insensate, sono emerite sciocchezze di gente incolta, permalosa, piena di invidia che fa un uso pornografico del nulla che ha in sé". Io trovo in questa frasuccia apparentemente innocua e financo troppo ingenua, la genialità dì genio e la profondità dì mondo. Sostituisci alla parola blog qualsiasi altra attività umana e tu intendi icché ti voglio dire. Sostituisci all'epoca attuale qualsiasi epoca, dalla preistoria alla fantascienza, e tu capisci anche icché, un credo inconsapevolmente, voleva dir lui.
venerdì, 19 maggio 2006
 Questo post affronta ì delicato tema della morte. Anzi, siccome è un post, dì post-mortem. Saprai anche te che dopo un certo numero di anni c'è la riesumazione dì cadavere caro, pe' donagli l'eterno riposo in un contenitore che più gli si confà. Polvere tu eri e polvere tu ritornerai. Ecco, l'informazione ufficiale un te lo dirà mai, ma c'è un problema grosso: le protesi in silicone! Esse, pe' niente biodegradabili, rimangano a perenne memoria, cosicché gli è sempre più frequente che assieme a ì teschio lucidissimo e alle costoline ben spolpate, riemerga anche qualche labbro, una poppona inesplosa e financo du' chiappe alla brasiliana... anche se la cara estinta era di Mondovì. Bisognerebbe, certo, avecci ì buon gusto della cremazione, anco se un sottovaluterei l'emissione di diossina, ma essendo ì nostro un paese più tradizionalista, si pone ì problema etico: smaltìlle in appositi cassonetti come rifiuti ispeciali, correndo ì rischio che la bonanima si rivolti nella tomba... ocché rifiuti, le volevan tutti, sa? O portàssi queste protesi a casa, co' ì rischio che i bambini giocandoci si sentano sgridare... lasciate stare le puppe della nonna?
giovedì, 18 maggio 2006
 Che risate! Ce l'hai presente te ì gioco delle tre campanèlle? Lo fa quella gente un po' equivoca, agli angoli di strada. Muovan veloci le manine e i bigliettoni da cinquanta (mìlamigliàrdi, ndr) prima sembra che sian tutti per te, e poi spariscono. Magia. Questi due babbi della repubblica ieri hanno giocato co' un campanellino solo, pe' un dare troppo nell'occhio, però l'Italia s'è divertita lo stesso un monte. Si mormora che qualcuno di molto in alto se la sia fatta anche addosso dalle risate. Un amico fotografo m'ha chiamato, dopo la cerimonia: sembra che i due facessero anche eh oh ooh ah ah uh ops, cercando d'acchiappare pe' primi ì campanellino. Uno ha persino tentato di sgranocchiàllo, pensando che fosse quello della Lindt con la stagnolina d'argento similòro. Ma poi subito ha smentito: visto l'avversario volevo accertarmi fosse d'oro bianco. Oro di Bologna, se tu intèndi icché ti voglio dire. L'altro invece gli ha sostituito ì batacchio co' una miccétta, che mattacchione. Comincia dunque un nuovo atto dell'operetta più sònata in italì, quella che racconta che sopra ogni casa la ci fosse un campanello, che suonava quando qualcuno unn'era sincero e onesto. Le campane però unn'avevano mai suonato, sinacché Hans e La Gaffe unn'incontrano Nela e Bombon e succedano poi tutte quelle coincidenze tragicomiche e canterìne che tanto garbavano ai contadinòtti d'una volta che affollavano i teatrini, prima che inventassero ì teatrino da casa con gli stacchetti pubblicitari. Quando si dice l'evoluzione della continuità, eh?
mercoledì, 17 maggio 2006
 Ho sempre sostenuto che alla base della società un c'è mai ì singolo, ma la famiglia. La famiglia la va' sostenuta, ripensata, organizzata, difesa, riattualizzata... altro che pensare egositicamente sempre all'uno. Pe' questo un ti so' nemmen dire come son contento che da oggi la famiglia (come astrazione teorico filosofica oltre che nella pratica) la ci abbia un ministero e un ministro forte, nella persona di Rosy Bindi. Essendo una persona fantasiosa, quando immagino la famiglia, mi vien subito l'immagine di Rosy Bindi. Essa mi racchiude tutto l'immaginario della famiglia, dalle più diverse angolazioni essa (la famiglia) si possa guardare. Piglia per esempio ì punto di vista maschile, dì marito nella concezione classica: uno si spacca le ossa (ma anche le parti più morbide) tutto ì giorno a lavorare e poi torna a casa e gli ci vòle l'immagine d'un ministro che gli ricordi tutto ì calore e la voluttà della moglie. E per questo, converrai con me, Rosy gli è adattissima. Piglia ì punto di vista femminile, assai più complesso. La donna bigodinata, un po' sfatta, ripiena di quelle pasticchine che aiutano meglio a sopportare la vita di periferia, con un paio d'aborti e altrettante gravidanze... puoi mica pigliàlla in giro e mettergli ministro della famiglia la Cucinotta? No, meglio la Rosy Bindi. Oppure piglia la donna in carriera, quella che tra una telefonata e l'altra, un viaggio in aereo e un vernissage, la filippina da gestire e un marito nell'ombra... chi gli ricorderebbe meglio della Rosy quì piacevole tepore familiare istituzionale? Piglia ì punto di vista de' bambini, anch'esso complessissimo. Quale immagine migliore proporgli? La Rosy Bindi incarna a un tempo tradizione e modernità. E' facilmente immaginabile come quella mamma di famiglia d'un tempo con tutte le chiavi di stanze, stanzuccie e dispense attaccate a ì grembiale da' piacevoli colori tra lo scuro e l'antracite chiarissimo; ed è altrettanto immaginabile come la dolcezza che, nella penombra della camerina, ti rimbocca le coperte, ti misura la febbre, t'ordina di far silenzio e di smettere di rompegli i coglioni affinché non arrivi l'òmo con la balla a portar via i bambini indisciplinati strappandoli dalle braccia di mammina. E poi, che un stan bene le cose troppo lungagnose, pensa a ì ruolo sociale della famiglia. Chi meglio di ella, la potrebbe incarnarti la tata, la sòcera, la vicina di casa, la portinaia austera, quella che ti stacca ì contatore di gas, la vigilessa che ti fa la multa pe' divieto di sosta su' ì passo carrabile financo se ì passo carrabile gli è ì tuo? Chi meglio di ella rènde un tantino più comprensibili le coppie gay? Insomma indove c'è famiglia c'è la Rosy. E in ogni famiglia che si rispetti (dall'immaginario di Ruini a quello d'Aldo Busi) c'è un personaggio che le assomiglia. E pensa che certe malelingue dicevano che un ci sarebbe stato un "tecnico" per questo ministero. Si sfotte in giro, infine, che questo la sia un ministero senza portafogli, ma dammi retta, unn'ha mica bisogno. Chiunque le darebbe ì suo alla svelta, se avesse la fortuna d'incontràlla.
lunedì, 15 maggio 2006
 Sai quelle mattine che ti senti talmente stanco che vorresti piantare una bizza a ogni momento come i bambini a sera? Sai quando tu ci hai proprio bisogno d'un caffè che se no t'appoggeresti alla prima macchina parcheggiata pe' schiacciarci un pisolino di mezz'ora acciambellato su ì cofano come un gatto? Sai quando tu entri in uno di que' bar, dove fàtti un caffè gli è un optional che vien parecchio dopo diversi tentativi di coinvolgerti in quelle discussioni in corso che partano da' ì mostro di Loch Ness e finiscano con le previsioni dì tempo di quando sarà agosto? Sai quando improvvisamente qualcuno ti urta, ti pesta un piede, ti costringe a scansarti e un ti chiede nemmeno scusa o per piacere? Sai quando questo qualcuno gli è una ragazza d'una venticinquina d'anni o forse più, tutta vestita di nero, e truccata di nero come una barbie carbonaia corta, e con le campanelle a ì naso, e sugli orecchi che sembran la bancarella a ì mercato, e su' labbri e sulla lingua? Sai quando ti prudan le mani e ti vien voglia di tiragli te in un minuto tutte le manate che gli son mancate in tutta quella su' vita sicuramente maleducata e forse inutile? Sai quando questa ragazza succhia l'estatè, cercandone le ultime gocce stantìe di stucchevole dolcezza a buon mercato, unica vita che te n'accorgi a vedegli la guancia fondotintàta violascuro a ì risucchio come di poppa di plastica da ì capezzolo rotto, in fondo a ì barattolo squallido, e facendo solitariamente con la cannuccia ì rumore dello sciacquone a ì cesso? Sai quando consulti ì fondo dì caffè, tuo malgrado, perché la macchina sciattamente adoperata l'ha sgoràto abbondante dentro la tazzina e a ì mostro di Loch Ness dietro a ì banco gli par brutto buttare all'acquaio i su' miseri ottanta cents già battuti sulla cassa e rifartene un altro, che sarebbe un gesto di riqualificazione di se stessi, prima che d'educazione? Sai quando poi, per tutta la strada che ognun di noi deve percorrere e a ognun la sua, tu cerchi di migliorartelo questo regalo che la vita t'ha fatto stamattina, e tu pensi alla tu' idea di donna dark, e l'idea ti scava dentro, ti diffonde calore quasi, e ti sana la ferita che un sanguina, cullandotela tra curve morbide che immagini profumate facendotene passare tutto ì bruciore? Sai quando, in uno sguardo solo, tu incontri ì mistero, ì tribàle, ì sensuale, l'animale e poi tutto, improvvisamente, ti sfocia in allegro gentile?
domenica, 14 maggio 2006
 E gli era stata tutto un gran segreto questa cena. La padrona di casa, una che legge ì codice da vinci, gli è stata perinsino selettiva con gli invitati. Peffòrza. Dopo c'era la seduta spiritica! Io digerivo lentissimamente un peperone ripieno cotto a ì forno, e lacrimavo come un coccodrillo, di una noia interrotta da quella strana mistura che può diventare ì cappero lacrimella mescolato allo zafferano e a ì cinghiale e le cozze, quando ti si trasformano in quì primo rigurgito. Come sia apparso ì tavolino a tre gambe, un saprei nemmen dire. Tolgo la mano dallo stomaco e la metto su' ì tavolino assieme alle altre. Ci si guarda nì viso e... chi si chiama? Si decide tutti, sportivamente, di chiamare l'ultimo re d'Italia, l'avvocato Agnelli. Chiama, chiama, chiama... alla fine si sente una vocina dell'oltretomba. <<Enrico, sono!>> E gli era proprio lui, io me lo ricordo. Qualcun altro, invece, unn'ha capito nulla, e voléa sapere della juve. <<Enrico sono!>> La padrona di casa, dopo avecci spiegato che spesso tu chiami un'anima ma te ne risponde un'altra che ci ha più urgenza, piglia e va in trance (avrei scritto trans se un s'era a Firenze, zona cascine). Quante ce ne ha dette, tu sapessi... piangeva come un bambino e un c'era nemmen verso di consolallo. Noi, nì linguaggio de' morti, gli si diceva: Berlusconi, non più, c'è Prodi ora. E lui giù singhiozzi, urli, strèpiti, lamenti strazianti. Bertinotti, ha detto uno che stava vicino a me, la classe operaia. Un l'avesse ma' detto. Piangeva che paréa lo strozzassero. Forse un lo conosce. Mi fa un'altra all'orecchio. Rammentagli Napolitano, son d'età. Ma la realtà gli è sempre diversa dalla teoria e un c'era verso di farlo smettere, di consolàllo neanche un po'. Alla fine m'è venuta a me l'idea geniale. Benigni! Gli ho detto. Pareva quasi essersi calmato un po', pareva quasi disposto a ragionare. Poi, improvvisamente, qualcuno gli è andato a raccontàgli che ha preso in collo anche Pippo Baudo. Che merda.
venerdì, 12 maggio 2006
 Certe esplosioni di allegria e di vitalità, che talvolta tu vedi in città, mi fanno venire a mente quelle piantine (a volte alberi) che, a dispetto dell'ordine costituito di cemento, catrame, ideologie o manipolazioni dì pensiero, riescono a spuntare e crescere rigogliose. Le guardi - le piantine come le esplosioni - e sai di già che accadono in posti indove un può durare. Ma questo unn'è interessante. Unn'è interessante un architetto (ammesso che qualcuno di questi ragazzi lo diventi) all'apice della su' carriera, né un albero fatto. Non più di quì lato della sua vita, e della vita di tutti noi, in cui si manifesta ì principio vitale, ovunque esso sia. Poco importa se, finito l'attraversamento della strada di questa regina su un divano volante, o seccata la pianticella nì su' asfittico abbraccio d'asfalto, tutto torni come prima. I' mondo, checché ci vogliano far credere, gli è fondato su' ì principio vitale. C'è chi dice che ì pianeta stesso sia un big bang, e io questo un lo so, ma so che, a saperci guardare, la vita intorno a me gli è fatta di migliaia di piccoli bang che si fanno spazio e poi crescono o seccano a seconda delle condizioni. E icché mi garba, è che crescono anche quando le condizioni un ci sono. Così, tanto spesso, la grigia teoria di cui si ammanta ogni ordine, finisce con l'autogenerare quell'allegria che ne smonta, nì breve spazio di qualche istante, tutte le su' noiosissime regole fisse... o sarebbe meglio dire fesse?
mercoledì, 10 maggio 2006
 Stamani, pélla prima colazione, una donnina un po' dimessa entra nì bar e a voce altissima ordina: <<Barista, un caffè doppio e due bomboloni alla crema. Oggi voglio proprio schiantare!>>. Queste son le cose che ti fanno amare Firenze e la sua gente, ecco perché qui mi trovo meglio che nei diversi altrove, dove pure ho vissuto. La viscontessa gli è una fiorentina così e quando me la son trovata davanti per la prima volta le ho subito voluto quì bene che si deve non alle persone che si conosce, ma che si riconosce. Oggi, cioè tra un po' (i tempi che le macchine lo stampino e che i camion lo portino a giro come si fa co' ì pane fresco), la viscontessa pubblica un libro, di carta. Uno di quegli oggetti, che a icché dice la casa editrice, si troverà in quasi tutte le librerie dell'italico suolo, alla spesa raggiungibilissima per chiunque di 4,90 euro... ì costo d'un caffè doppio e due bomboloni alla crema. I' libro fa schiantare lo stesso. Aggiungendoti solo qualche caloria, ma nì cervello, che male un fa. In questi giorni la Viscontessa ha perso un cane cui era molto affezionata, ha scritto alcuni post molto carini sul blog di grazia, sempre su grazia il suo libro è stato già segnalato, poi in questo fine settimana andrà a fare una capatina in televisione e, insomma, continuerà con più gioia la su' vita di tutti i giorni. Una gioia personale, ovviamente, perché pensando a lei, m'è tornata a mente una struggente canzone d'un mio amico jazzista, anch'egli fiorentino, che s'intitola "le prix du success", e elenca appunto que' piccoli cambiamenti che la vita ti porta quando esci dall'anonimato in nome di una qualunque arte, anche tuo malgrado e non per semplice ambizione come pensano solo gli sciocchi. Si tratta di piccole cose, quasi dì tutto riassumibili in un "ecco, ora un te ne fo più passare una", l'unico potere di chi è pietrificato nella modestia, qualsiasi sia ì su' posto nella vita. Poi c'è l'altro prezzo, quello dei vecchi amici che (un si sa perché) vanno e dei nuovi amici che (si sa perché) vengono, su ì misterioso quale si potrebbe ragionare a iosa, senza finir mai. In bocca a ì lupo, Viss. E a te che leggi, ecco icché dice la quarta di copertina: Questo è il primo libro di Giovanna Hugues, al secolo Viscontessa. Ed è anche il primo libro che puoi leggere tre volte. Alla prima lettura scopri che la Viscontessa non è una donna come le altre. E' una donna come “tutte” le altre. Alla seconda lettura ti accorgi che questo è un libro multiplo: ha la leggerezza e l'intimità di un diario, la velocità del teatro, la profondità di un saggio e la capacità di mantenere svegli i sensi (soprattutto i doppi) anche se non ha la trama di un romanzo. Alla terza lettura ti è chiaro che è un gioco che ti trascina fuori dal letterario. Nella vita. E il bello è che questa vita è proprio la tua.
 Archè, ritorno alla città della luce/3 Un c'erano porte nelle mura di luce di Archè. Samosàta le percorse palmo a palmo, più volte. Neanche un'entrata, né un'uscita. Le mura, semplicemente unn'erano compatte, come s'immagina un muro, ma piene di piccole fessure messe a casaccio, che lasciavan trasparire le meraviglie della città e ne inibivano a un tempo la possibilità di varcarne la soglia. Quì senso d'impotenza, sai? Lo stesso che avvolgeva ì buio dì sacerdote, lì nella quarta latitudine, oltre la spessa coltre di mura che proteggeva la fortezza 2638. Ma lì le regole erano diverse. La pura energia poteva spezzare il buio e penetrare in cuori ben più complessi, attraversare i muri e diffondersi oltre le ragionevoli lontananze. In un corpo d'uomo no. Samosàta, il re abituato alle grandezze, rinchiuso in quella ciccia stretta, si concentrò nelle piccole cose attorno a sé. Tutti quegli spettacoli, quelle meraviglie, quella forza infinita, non erano state che l'illusione della sua vanità. Cose grandi, fatte per gli sciocchi. Un filo di rugiada, l'antenna di una lumaca luminosa, una processione di formiche dall'addome dorato... era lì che doveva cercare la risposta a ì su' quesito. Dove nessun re vivo, in un corpo vivo di re, avrebbe mai guardato. Tra le trasparenti venature d'una foglia, una farfalla spiccò ì su' primo volo, lasciando quasi intatta la seta dì bozzolo. La farfalla sfiorò appena l'orecchio di Samosàta e penetrò le fessure dì muro di luce. Fu quello ì segno. Né lui seppe mai come fece a attraversare la stessa fessura della farfalla co' ì corpo che lo conduceva. Era entrato, ecco tutto. E nel seguire ì volo della farfalla s'era trovato in mezzo alla folla. Era quell'ora della sera che unn'è più giorno, né ancora notte. L'ora che ì cuore umano si fa più silenzioso, e s'inchina alle domande. Confuso tra i corpi, Samosàta si trovò a far la fila di fronte a un vecchio. La gente portava doni e chiedeva. E ì vecchio rispondeva. Ma le domande eran sempre le stesse. E le risposte erano a volte sì, a volte no, a volte forse. <<Che razza d'imbroglione!>> pensò Samosàta. Arrivato ì su' turno, Samosàta, stette zitto. Un voleva mancargli di rispetto, né prestarsi all'inganno. I' vecchio allora s'avvicinò all'orecchio e in un lungo bisbiglio gli spiegò quì mistero della triplice natura dell'uomo, che pe' spiegarsi la luce, ha bisogno di sentirsela affermare, o negare, oppure metterla in dubbio. (continua)
martedì, 09 maggio 2006
 Archè, ritorno alla citta della luce/2 Samosàta osservò ì corpo umano che gli era toccato in sorte co' suoi stessi occhi. I' corpo era quello d'un toscano dì 20° secolo della dinastia della luce. <<Porcamà!>> esclamò, forse perché ì corpo gli stava un po' strinto, e lui quella lingua un l'aveva mai parlata, lì dalla fortezza 2638 d'indove proveniva. A ogni modo gli occhi gli funzionavano benissimo. Lui, che co' su' occhi da re vivo si sarebbe bruciato le rètine anche a accendere un fiammifero, riusciva a vedere Archè e le sue alte mura di sole, così come l'avevano sempre descritta e come lui stesso l'aveva sempre immaginata. Archè, la città depositaria dell'ultima luce. Archè la leggendaria, scrigno di tutta la ricchezza e la conoscenza terrena. Qualcosa di quella città lo riportava indietro nì tempo. Più indietro ancora che bambino, quando era ancora solo un brivido blu. Fu in questo stato di grazia che, con le sue nuove orecchie umane, sentì alle sue spalle ì fruscìo delle foglie farsi più intenso. I' tempo di voltare lo sguardo e un uccello dalle piume di porpora era a' ì su fianco. Sapeva da' sacerdoti della quarta latitudine che l'incontro con l'uccello gli era la prima prova pe' arrivare davanti alle mura di Archè, che nessun'altra strada era possibile. Samosàta guardò l'uccello. Poteva chiaramente distinguerne ì battito dì cuore sotto ì manto morbido delle piume. <<Ho fame!>> disse tra sé, scoprendo tutti que' fastidiosi limiti di corpo umano: la fame, la sete, ì sonno, la semplice stanchezza e, forse, persino la fantasia. Lo sguardo fisso sull'uccello, ì cui lungo becco ricurvo era rivolto all'apertura della valle, come a volerne condividere e approvare l'estasi. Quella era la parte più difficile per un re della quarta latitudine imprigionato nì corpo d'un uomo. Piegare la volontà dell'uccello a ì su' volere. Lo sguardo di Samosàta abbracciò un'ultima volta lo sfavillare dei segreti della città e poi fissò un punto luminoso, appena sopra l'orizzonte, prima di chiudere gli occhi, nello sforzo tremendo di una concentrazione superiore. Pe' un attimo in quegli occhi umani fu ì buio, quasi bianco. Poi ì punto luminoso prese a brillare solo nell'anima. Quando Samosàta aprì gli occhi, l'uccello era ancora lì, in attesa. Allora appoggiò ì capo su una pietra e si mise a testa in giù, perfettamente perpendicolare. L'uccello si mosse appena. Segno che, a quello, Samosàta doveva aggiungere dell'altro. Infatti emise un suono lieve lieve, con le labbra appena disgiunte e con il minimo alito possibile che vi passava attraverso. Fu allora che l'uccello spiccò il volo, planò sulla stretta lingua di porfido rosso che li ospitava, l'afferrò con gli artigli e lo trascinò in volo sulla valle. I' cuore umano di Samosàta, che pure aveva avuto sollecitazioni terribili, batteva all'impazzata. Archè si apriva a ì su' sguardo, e pure all'altezza vertiginosa in cui si trovava, pareva che le mura e le torri e i tetti portati al limite dell'architettura, si mostrassero in dimensioni sempre nuove. Gli pareva di scorgere riflessi, fino ad allora solo ascoltati, di malachiti africane e lapislazzuli d'Afghanistan, guizzare sotto di lui come fiamme agitate. In un attimo fu a terra, e l'ombra del battito d'ala dell'uccello dalle piume di porpora, già in viaggio verso l'altrove, si rifletté in un rapido saluto, lungo ì sentiero che ancora lo attendeva. I' gesto inaspettato, gli era stato ì primo passo Nì buio della quarta latitudine, là nella culla di luce, ì corpo incorruttibile di re era appena stato chiuso nel su' sarcofago trasparente. L'ultimo sacerdote ne sigillò la chiusura, pieno di dubbi su ì ritorno di quì cerchio di luce che era stato ì principio motore. <<Gloria!>> disse, pe' consuetudine, e scivolò via nì buio della fortezza. ( continua)
lunedì, 08 maggio 2006
 Archè, ritorno alla città della luce/1 Secolo 38° della dinastia dì buio, quarta latitudine, fortezza 2638. Un cadavere giace nella culla di luce. E' Samosàta, sedicesimo re di 2638. Come consuetudine per i re, ì corpo sarà sterilizzato e mummificato con raggi radon. Un piccolo gruppo di seguaci veglia la dipartita della sua anima, in preghiera. I volti, illuminati dall'oltreluce, sono protetti dalle maschere a costante di decadimento. Le voci filtrano appena, trattenute dai cristalli di plutonio, e si spargono metalliche per la stanza. <<Gloria>>. Le antiche religioni della quarta latitudine, narrano da secoli dì destino dei re: la scissione dell'energia psichica da ì corpo materiale per raggiungere Archè. L'energia psichica, plasmata dalla conoscenza, prende forma in un corpo dalle sembianze umane, il più adatto a superare le prove misteriose per l'ingresso alla città. <<Gloria>>. Si narra che in questo modo l'anima possa un giorno far ritorno nelle tenebre della quarta latitudine, riportando il bene più prezioso. La capacità di generare luce sufficiente al fabbisogno delle innumerevoli fortezze, costrette a vivere nì buio da quasi quattromila anni. <<Gloria>>. Icché avvolge le fortezze della quarta latitudine unn'è un vero e proprio buio, ma una penombra generata dalle ultime radiazioni corpuscolari. Inutile dire che nessuna delle energie psichiche dei quindici re precedenti, lì alla fortezza 2638, s'era mai ricongiunta a ì corpo riportando la luce. E ciò aveva generato dì malcontento. Qualcuno, nelle alte sfere, cominciava a dubitare. Uno, in particolare, quello che in quel momento guidava la preghiera. <<Gloria>>. Da ì corpo di Samosàta un piccolo cerchio di energia fluttuò nell'aria, prima di scomparire. <<Gloria>>. C'era una possibilità. Tradizione vuole che tutti i presenti immaginassero un corpo umano, con l'anima del loro re, fermo davanti agli altissimi bastioni di luce di Archè, in una forma e in un luogo che avevano appreso solo pe' sentito dire, perché fin da ì 22° secolo della dinastia della luce, dopo la morte della pubblicità, nessuno aveva più usato l'immagine, né la scrittura. C'era una possibilità. Mentre, nell'allegria dì funerale, la fortezza 2638, nì buio lontano della quarta latitudine, già acclamava un nuovo re. <<Gloria>>. (continua)
venerdì, 05 maggio 2006
 Cieco come l'amore/5 Passarono cinque anni da quella conversazione. Rosanna abbandonò ì su' lavoro per dedicarsi a Roberto. Insieme acquistarono una casa, lì sulle colline, un po' isolata. Per cinque anni si dedicarono l'uno all'altra, senza nessun bisogno di vita sociale. Ogni tanto le rare visite di Silvana, che nì frattempo aveva lasciato a Rosanna sempre più voce in capitolo nella gestione degli affari di Roberto. Rosanna era felice. L'amore di un cieco e quell'isolamento, le avevano fatto dimenticare quei giorni in cui si sentiva sempre inadeguata. Cercarono di avere un figlio ma non fu possibile. Rosanna smise del tutto di curare ì su aspetto. Roberto, invece, con lo sprone di quì nuovo amore, migliorava. Sembrava ringiovanito, era sempre allegro più del solito, e gran parte del giorno la passava a fare sport, nella piccola stanza attrezzata che avevano ricavato in casa, mantenendo una forma invidiabile. <<E' un miracolo!>> esordì il primario nel corso di un controllo <<Non è che una possibilità, ma...>>. C'erano buone speranze che Roberto, con un piccolo intervento, recuperasse la vista. <<E' la cosa più bella che possa accadere!>> esclamò Rosanna, piena di gioia. Ma poi il viso le si trasfigurò, oscurato da un'ombra. Dopo cinque anni Roberto poteva vederla, e, malgrado l'affetto, avrebbe finito co' ì paragonarla alla bella Silvana. Rosanna nascose il viso tra le mani e si abbandonò a un pianto dirotto. <<Non dirlo neanche>> le disse Silvana, qualche giorno dopo <<Se ti facessi pettinare bene e imparassi a truccarti... forse posso esserti d'aiuto>>. Rosanna lasciò cadere le mani. <<Dici così per gentilezza, nulla può rendermi bella>> disse, con dignità. Rosanna la pregò, tra le lacrime, di non tornare mai più. C'era una possibilità, se pur remota, che Roberto potesse abituarsi in solitudine a lei. Il tempo per i confronti sarebbe venuto più avanti. Silvana acconsentì. In fondo al giardino, prima che Silvana se ne andasse, si abbracciarono forte come due sorelle. Roberto, dopo l'operazione, recuperò in fretta la vista. Dopo appena un paio di mesi, già si concedeva lunghe passeggiate solitarie attorno a casa, e prima dell'inizio dell'estate aveva ricominciato a guidare l'automobile. Iniziò a passare molto tempo fuori casa. Rosanna, ormai del tutto disabituata alla vita sociale, aveva tentato d'essere di compagnia, e poi aveva rinunciato. Preferiva, colma di paure e gelosia, vivere nella casa dov'era stata felice. Roberto continuò a colmarla di attenzioni, le faceva continuamente regali, ma il loro rapporto non era più lo stesso. Un giorno Rosanna, uscita casualmente per far compere, lo vide accompagnato da Silvana. Erano seduti ai tavoli di un bar. L'uno accanto all'altra, vicinissimi, impegnati in una conversazione fitta fitta. Fuggì a casa, Rosanna, e pianse le su' lacrime più amare. La su' vita era finita, per quel che la riguardava. Doveva solo trovare ì coraggio. Gli ospiti arrivarono all'improvviso. Rumorosamente. Una lunga fila d'automobili parcheggiò alla meglio sui prati attorno alla casa. Roberto capeggiava un corteo di persone festanti, tra le quali Rosanna riconobbe Silvana, e poi la su' amica del cuore, la bambina, ì marito, e tanti altri che non conosceva o non ricordava. Rosanna si asciugò le mani sulla vecchia gonna, ormai malandata, i capelli scomposti, gli occhi ancora bagnati dalle lacrime. Roberto la prese per mano, di fronte a tutti. <<V'immaginate un cieco che, per puro istinto, scelga la più bella delle donne come moglie?>> chiese ad alta voce, in modo che tutti potessero ascoltarlo. Poi trasse di tasca un cofanetto blu, dentro al quale luccivano due magnifici anelli nuziali. La strinse a sé e la baciò. Quella sera, tornando a casa, gli ospiti videro Rosanna, non più come la donna piatta e insignificante, con gli occhi smorti e i capelli arruffati. Videro solo i lineamenti delicati d'una ragazza che aveva regalato, a ì buio d'un uomo, la luce che nessun sbrilluccichìcchio saprà mai dare. (fine)
giovedì, 04 maggio 2006
 Cieco come l'amore/4 Rosanna era rimasta immobile. Rigida e combattuta tra fargli un occhio nero, che un serviva a granché, e fuggire via. Tutta la felicità della notte s'era dissolta in un attimo. Le rimaneva addosso quell'odore non suo e quella ferita appena aperta, e sapeva che un milione di docce non ne avrebbero cancellato l'amaro. Gli occhi le bruciavano, gonfi di lacrime talmente dense che un ce la facevano a uscire. <<Lascia che ti spieghi.>> disse Roberto. E le raccontò di quella donna capricciosa e bellissima. Di come ormai non rimanesse che quell'affetto che si deve ai vecchi amori per civiltà e per convenienza, questo nòvo nome che si dà all'ipocrisia. Le parole erano un mormorìo leggero. Rosanna nemmeno le ascoltava. Nella testa le si formò l'immagine d'un enorme pendolo oscillante: sola o con lui? Con lui o sola? <<Rosanna, rimani accanto a me per sempre. Vuoi?>> e lei credette d'impazzire. Un scese pe' la prima colazione, Rosanna. Rimase seduta su' ì letto, nella camerina che solo ieri sembrava così lussuosa e oggi tanto misera. La valigia già pronta, accanto a lei. Dalla finestra aperta sentì la voce squillante d'una donna e assieme quella, ormai familiare, di Roberto. Solo la sera prima era stata capace di riderci su e invece ora un faceva che ripeterselo come una pellicola drammatica che s'inceppa su ì finale <<Brutta, sono troppo brutta per lui>>. Roberto aveva perso la vista da una decina d'anni. Aveva avuto accanto una donna bellissima ed erano rimasti più che amici. Lei gestiva i suoi soldi, si occupava di ogni pratica. E sempre lei, dopo averla vista, lo avrebbe avvertito <<Brutta, è troppo brutta per te>>. Tanto valeva andar via, fuggire da quella vacanza, da quì mondo non suo che in una notte le aveva dato tutto e che al mattino se l'era portato via, come un gioco d'illusione. Stupida. Era stata una stupida. Bussarono alla porta. Rosanna aprì. Non riuscì a capire subito che la donna che le tendeva la mano era Silvana, l'ex moglie di Roberto. Silvana aveva una bellezza da attrice. Pelle di porcellana, occhi d'un verde trasparente, un profilo gentile incorniciato da una selva di riccioli color dì rame. I' fare pratico di chi, nì mondo, un deve mai chiedere per favore. <<Salve>> disse la donna <<posso entrare?>> Rosanna arrossì immediatamente, e sentirsi bruciare le guance la metteva ancora più a disagio. Non ebbe il tempo di rispondere. Silvana era già entrata. (continua)
mercoledì, 03 maggio 2006
 Cieco come l'amore/3 <<Vuoi versarmi ancora un po' di vino?>> le chiese Roberto. La cena gli era stata magnifica. Ad ogni momento Rosanna aveva la sensazione d'essere capitata per caso dentro a un film. Roberto era carino e comprensivo come l'amico che unn'aveva mai avuto, e audace come un corteggiatore gentiluomo. <<Anche se non ti vedo, io sento in te la bellezza>> le aveva detto con naturalezza, dopo una conversazione fitta fitta, un po' prima dì dolce. E Rosanna aveva combattuto una lunga battaglia con quella sua femminilità improvvisamente sveglia, improvvisamente utile. <<No, non sono bella>> aveva confessato. E per la prima volta ci aveva riso sopra. <<Non importa>> lui disse <<La bellezza non è che un'illusione ottica>>. Rosanna lasciò che la mano che la cercava, su ì tavolo, si unisse alla sua. Di colpo, tutto lo straordinario che il mondo nasconde, era lì davanti a lei. Percorrendo, poco più tardi, il lungo corridoio delle camere al primo piano, prima di lasciarsi, lui le chiese, improvviso <<Entra, voglio farti sentire una cosa>>. Rosanna non ci pensò su nemmeno un istante. Con lui quella notte sarebbe andata fino in capo a ì mondo, se l'avesse chiesto. La camera, una suite in effetti, aveva un'ampia vetrata che si affacciava sul parco. Da fuori entrava appena un filo di luce lunare, argentea. <<Siediti lì>> disse Roberto, indicando un punto che un poteva vedere. Rosanna si sistemò sul divanetto di fronte alla vetrata. I' vino bevuto le ammorbidiva ogni pensiero. Se fuori Roberto dimostrava una straordinaria autonomia di movimenti, in quella stanza, dove aveva detto di vivere da anni, lo era ancora di più. Il lamento di un sassofono si diffuse nell'aria. Era rapido, struggente, al giusto volume. Lui le fu subito accanto. La mano a cercare quelle di Rosanna. <<Raccontami la notte.>> disse, togliendosi per la prima volta gli occhiali. <<Posso raccontarti solo la mia notte.>> Rosanna disse. E raccontò a ì cieco tutto ì buio della su' vita, come a un confessore. Fecero l'amore tutta la notte. Rosanna goffa, inesperta, eppure tranquilla. Roberto paziente e tenero, come se le mille immaginazioni di lei su quel momento, avessero improvvisamente preso vita, dentro e fuori il suo corpo. Il piacere arrivò improvviso, come arrivano certi sogni inaspettati. Ancora abbracciati, lui le baciò la punta del naso. <<Domani dovrò presentarti a una persona molto speciale>> disse <<mia moglie>>. ( continua)
martedì, 02 maggio 2006
 Cieco come l'amore/2 Pioveva, a Porretta. Una pioggerellina fine e insistente. Ciò nonostante l'albergo, il più elegante della cittadina, aveva sistemato dei tavoli sulla larga veranda. Per la prima colazione servivano tè, caffè, latte, succo di frutta, e alcune torte casalinghe che profumavano l'aria. Quando Rosanna scese dalla camera c'era un solo tavolo libero, finemente apparecchiato per due. Alla sua esitazione, una cameriera che teneva raccolti i capelli in una cuffietta immacolata, le indicò che poteva sedersi. Rosanna ne fu felice. Un tavolo per due era l'occasione per sentirsi un po' meno sola. Si chiedeva chi mai dovesse dividere il tavolo con lei e, sedendosi, osservò i tavoli attorno. Erano quasi tutti occupati da coppie di anziani silenziosi. Un bell'uomo, sulla quarantina, si affacciò sulla soglia. Vestiva un elegante completo chiaro che ne faceva risaltare l'abbronzatura. I lineamenti erano delicati e si muoveva con eleganza. L'uomo sostò appena un istante, si sistemò gli occhiali scuri con un movimento sicuro della mano, e senza volgere il capo agli altri ospiti si diresse verso di lei. Rosanna si sentì a disagio, ma non ebbe il tempo per nessun'altra reazione, perché l'uomo era già di fronte a lei. <<Posso dividere il tavolo con lei?>> disse, mentre già spostava la poltrona di velluto chiaro per sedersi. <<Ma certo.>> deglutì Rosanna, che scopriva in quel momento una voce maschile calda e profonda. L'uomo sedette e armeggiò con la tazza e il contenitore termico del caffè. I movimenti erano lenti e garbati, e solo allora Rosanna si rese conto che l'uomo era cieco. Si accorse anche che, sul vassoio d'argento in mezzo al tavolo, il posto della zuccheriera appena usata e lasciata dove capita, aveva un piccolo cerchio in rilievo per l'alloggiamento, rimasto scoperto. Rosanna la spinse con le dita, più velocemente che poteva, e fu allora che le lunghe e affusolate dita maschili sfiorarono le sue. <<Oh, mi scusi.>> disse il cieco. <<Scusi lei.>> rispose Rosanna, riprendendosi. Quel contatto le aveva procurato un brivido di piacere che già si perdeva lungo la schiena, e adesso se ne vergognava. L'uomo le sorrise. Rosanna si sentì sciogliere. Nessuno le aveva mai sorriso a quel modo. <<Mi chiamo Roberto>> disse <<Roberto Ferri>>. Al termine della colazione, Roberto e Rosanna conversavano ancora amabilmente, mentre i tavoli attorno erano già stati sparecchiati. <<Devo andare, adesso.>> disse Roberto. E Rosanna avrebbe risposto volentieri di no. Lui, a quell'esitazione, le dette appuntamento per la cena. ( continua)
lunedì, 01 maggio 2006
 Cieco come l'amore/1 Rosanna festeggiava quì giorno ì su' trentesimo compleanno. A dire la verità c'era poco da festeggiare. La su' unica amica dì cuore aveva la bambina con la febbre e non s'era nemmeno ricordata di farle una telefonata. Un c'era nessuna cenetta romantica all'orizzonte, né un corteggiatore o un fidanzato. Non c'erano nemmeno i genitori, che erano morti, e nessun fratello e sorella con cui condividere ì momento. Rosanna era sola, ecco la verità. Sola d'una solitudine di lunga data, e che aveva tutte le intenzioni di diventare permanente. Rosanna gli era brutta. Gli occhi castani troppo distanziati su una faccia smilza, capelli duri e sottili d'un castano senza brillantezza, labbra appena accennate, naso piatto, orecchie a ventola e un corpo minuto, privo di curve. Quando si pensa a una ragazza brutta, si cercano in lei altre qualità che la possano fare apprezzare lo stesso: la simpatia, l'intelligenza, un generoso altruismo. Queste caratteristiche finiscono con lo svilupparsi naturalmente in una ragazza brutta, per quell'istinto primordiale che plasma la nostra mente e le nostre scelte, spinto da' ì bisogno di garbare agli altri. Magari non a tutti gli altri, solo a qualcuno. Anche uno solo basterebbe. Rosanna, che unn'aveva nessuna di queste sovrabbondanze, un piaceva a nessuno. In trent'anni nessun uomo l'aveva mai guardata come vuole sentirsi guardare un donna. C'erano stati dei tentativi, certo. Alcuni brucianti amori affatto corrisposti, ma poi, soprattutto negli ultimi tempi, ì nulla. E quello era il compleanno numero trenta, una cifra che per qualsiasi donna significa sentirsi martellare ogni momento nella testa il bisogno d'un amore stabile e quì desiderio vorrèinonvorrèi di sentirsi crescere nì grembo un'altra vita. Seduta alla su' tavola, modestamente apparecchiata, Rosanna scartò quell'unico regalo, che s'era fatta da sola: un soggiorno alle terme, un last minute fuori stagione, acquistato co' magri risparmi del su' lavoro d'operaia tessile. Per l'esattezza, quì soggiorno unn'era nemmeno un regalo, ma un consiglio del dottore. La salute prima di tutto. Rosanna voleva andare a Saturnia, ma poi aveva finito con lo scegliere Porretta, per quel delicato meccanismo mentale che ti fa preferire sempre la soluzione più indolore, la meno ricca di confronti. (continua)
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