SiFossiFoco
paréa mota... unn'era   (anonimo toscano)
Gente che gli è passata di qui:
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giovedì, 29 giugno 2006
oggidì, su ì Firenze...

Quando un uomo è solo finisce che gli prende la voglia di farsi una lavatrice. Molti però non hanno idea di come si fa e, in assenza della necessaria manualistica, dirò qui io quanto è facile farsi una lavatrice. Una lavatrice comune, intendo, di quelle con lo sportellino davanti e lo scarico dietro. Quelle con la carica dall'alto non le prendiamo in considerazione, per ora.
Per farsi una lavatrice con lo sportello davanti, come prima cosa, devi tirar fuori quello che vuoi metterci dentro. Sembra un controsenso, ma se non lo tiri fuori sarà impossibile metterlo dentro... basta seguire un po' l'istinto.
Poi apri bene lo sportellino... quello davanti, perché si sa che nello scarico è rarissimo infilarci alcunché. Naturalmente ogni lavatrice ha un suo particolare modo di aprire lo sportello. Ci sono quelle che le guardi e ce l'hanno già aperto, e poi ci son quelle che ti fanno dannare. In questo caso, armati di pazienza: non succede mai che lo sportello rimanga chiuso per sempre.
E' questo il tuo momento, ma se vuoi che l'esperienza si ripeta, cerca di farlo piacere anche alla lavatrice questo momento. A loro non piace affatto aprire lo sportello e poi te zipì-zipì ci infili dentro la roba alla rinfusa e scegli un programma veloce. Non si fa così. Hai visto la rotella della lavatrice? Sopra c'è scritto prelavaggio, lavaggio, centrifuga, delicati, robusti, a 90°, a 30 a 60, risciacquo. Alcune hanno persino il lavasciùga. La lavatrice le vuole fare tutte queste cose, mica una sola.
martedì, 27 giugno 2006
afa killer... torna d'attualità un vecchio post

Oh bravo Tarcisio! Siccome te l'ha detto ì telegiornale che ì càrdo ammazza gli anziani, e l'esperto di turno t'ha convinto a andare 'n farmacia e riempìtti di que' troiai che t'intasano ì fisico di magnesio e potassio e sali minerali, tu ti se' bell'e quasi tutta bruciata la tu pensioncina minima in prodotti da bànco.
Convinto che l'acqua dì rubinetto un disséti abbastanza, e che frutta e verdura un ti siano più che sufficienti, tu pigli da mane a sera una bustina e una pasticca, un effervescente e una fiala. E pian pianino, con questi additivi, ì tu' corpo già stanco comincia a un capìcci più nulla:
- Che me ne fo di tutto questo magnesio? - t'urla un rene (se solo tu lo sapessi ascortàre) mentre l'intestino cràsso ti s'attorciglia nell'overdose di potassio e nelle vene lo zinco già ti prepàra alla foderatura della bàra.
- C'è ì cardo killer - dice la tolevisione - mòiano gli anziani!
E intanto te un tu ti senti nemmén troppo bene. Anco se un barlùme nì tu' cervello,  iperstimolato dalla triplice molecola: stronzio, alluminio e manganese, ti farèbbe notare che gli anziani mòiano copiosi anco in primavera autunn'invèrno, che piòva o tiri vènto, e con quarsiasi govèrno.
Un tu vai regolare a ì gabinetto da quindici giorni, e l'atrofizzazione di bu'o dì cùlo ormai gli è in progress... in compenso ti s'è cristallizzata la pipì e, quando t'avvicini a ì pozzi-ginori, tu lo scartavétri pe' quarantacinque minuti ogni vòrta co' una granellìna mineràle fìna fìna.
Sinché, caro Tarcisio, un tocca anco a te d'andare alla tolevisione (ma solo perché si è in estate e tutte l'artre notizie sono a ì mare): afa killer, morto anche Tarcisio. Una prèce!... diranno in languida commozione i serial killer dell'informazione.
domenica, 25 giugno 2006
Bisogna che te lo confessi. L'altra sera a ì raduno de' blog amici della viscontessa e dì sottoscritto, ci avevo una gran paura dì pericolo holigan. Temevo che la piazza Brunelleschi un ce la facesse a contenerci tutti e che le povere cameriere dì bar cadessero a terra esauste pe' ì troppo andirivieni. Invece no, per fortuna.
Eravamo solo in quattromila (cinque secondo la questura). E' bastato ì semplice miracolo della moltiplicazione dì pollo e dì curry pe' sfamare le bocche,  e - quello sì un vero piccolo incanto - accendere i cuori.
S'è parlato di tutto, finché gli è stato possibile farlo; perché a un certo punto un rave universitario ha deciso di unirsi a noi ad aspettare ì fenomeno della prima alba dì solstizio.
Ora te non ci crederai, ma a un certo punto ci si è avuto persino delle danze dì ventre e altre con fuoco, in un sottofondo di bongos impazziti.
E poi, sì, in verso le tre dì mattino ci siamo esercitati nì tiro della canna, ma nessuno gli è riuscito a andar più lontano della propria bocca... si vede proprio quando manca l'esercizio.
Ampie documentazioni fotografiche sono perfettamente rinchiuse dentro ì telefono d'unavolpe, la digital camera di postnormaltimes e, naturalmente, nì nostro disco rigido.

update, ì post della viss
giovedì, 22 giugno 2006
allora si dice che domani sera, a partire dalle 21, ci si ritrova tutti in piazza brunelleschi a ì bar che c'è davanti alla facoltà di lettere. Chi ci ha da mangiare potrà farlo con i primi e i piattini gustosi preparati da ì bar stesso, che un mi ricordo come si chiama...
chi ci ha  sete e basta va bene uguale
chi arriva più tardi idem
chi unn'arriva pe' nulla ci ha altro da fare
chi vòle google maps ecchilo
chi vòle bloggare in diretta, ì bar ci ha ì wi-fi gratisse
'nsomma, fai un po' te
mercoledì, 21 giugno 2006
Camminavo per i fatti miei, dopo una dura giornata di lavoro, quando un buttafuori – 180-60-90 le misure – mi si para davanti:
“Di qui un si passa, c'è la sfilata di Cavalli!”
Ho scoperto dunque che lo stilista calabrese s'è comprato il Ponte Vecchio, e mi chiedo con sorpresa chi gliel'ha venduto e se i fiorentini tutti non avessero avuto il diritto di prelazione.
Assieme ai buttafuori — dei veri muli, anche se sul badge avevano scritto cavalli — c'erano anche dei carabinieri in atteggiamento evidentissimo di servizio al cittadino.
Così ho fatto la proposta:
“O mi fate attraversare il ponte e andare a casa, o mi metto a urlare come un pazzo e vi canto un rap di moccoli a colonna sonora della vostra sfilata di brubbrù". (cafoni vestìti a festa, ndr)
M'hanno fatto passare. Anzi, m'hanno accompagnato. Un carabiniere di qua e uno di là. Molto gentili, peraltro, anche se regrediti da custodi della legge a stallieri.
Gli ho spiegato, tra una scenografia di botti da vino (barrique francesi, peraltro, che a Firenze ci son dall'altro ieri) di come in città, già nel '400 c'era gente più raffinata d'un sartino del superègo, e di come seicento anni orsono si facessero i primi calcoli astronomici invece che occuparsi di commerci di mutande e mussoline.
E, infine, di come un vero principe si sia fatto costruire il corridoio vasariano apposta per non incontrare i cafoncèlli. Lì sul Ponte Vecchio appena messo in saldo da una città che, non avendo testa, memoria e personalità le tiene strette in tasca.

Update del giovedì: oggi un post anche su Il Firenze, pag. 6
Oggi ci ho l'afflàto poetico...

e canto, canto, canto
che son pazzo
pazza è la mi' mamma
che m'ha fatto
pazza la mi' nonna
e la mi' zia
pazza
è tutta quanta
la mia gente
pazzo
è chi mi ascolta
e chi mi sente
lunedì, 19 giugno 2006
venerdì 23 corrente mese, in concomitanza co' ì pitti pride (altro che torino!) la viscontessa vuol fare una rimpatriata di blogger pe' un aperitivo o una pizza.
Io ho naturalmente aderito, in attesa di sapere luogo e ora precisa.
Siccome a un appuntamento così ci vorranno venire proprio tutti, eccovi due dritte:
in treno da milano eurostar delle 17 in punto
in treno da potenza centrale rapido più eurostar delle 10.03
in treno da lugano (svizzera) eurocity + eurostar delle 15.48
in aereo da parigi (francia) con air france delle 16.30
in aereo da bruxelles con alitalia meglio partire alle 14 in punto
in aereo da monaco con lufthansa alle 14,15
in aereo da barcellona con meridiana alle 15.40
in aereo da madrid con meridiana alle 16.10
in aereo da amsterdam via pisa con transavia alle 14 in punto
in aereo da helsinki via pisa con finnair alle 10 in punto
in aereo da tirana via pisa con albatros airways alle 16.30
da pisa aeroporto a firenze in treno alle 17.53
in aereo da toronto via roma con air canada alle 11.10
in aereo da tripoli via roma con libyan arab airlines alle 11.15
in aereo da new york via roma con delta airlines alle 8.15
Sì lo so che per molti nostri affezionati lettori un sarà semplice, ma si spera di vedervi tutti, come l'anno scorso...
domenica, 18 giugno 2006
Dopo l'operazione sirene per il sire un si parla d'altro: ì principe, pur non riuscendo quasi a chiudere occhio, gli è cascato da ì letto. Bisogna prenderne atto, certi nobili (fortunatamente non tutti) ci hanno proprio una marcia in più. Tu lo vedi subito che sono originali... con tutta la gente che va a finire in carcere ogni giorno, un s'era mai sentito dire che uno cascasse da ì letto a castello.
Ciò che certi profani di giornalisti unn'hanno capito (forse perché un frequentano gli ordini giusti, o si son dimenticati di dire) gli è che ì Savoiardo, un percepèndo la differenza tra ì letto a baldacchino e quello a castello, scambiando il secondo per lo primo, voleva fare atto di protesta e tentare il suicidio dal punto più alto della cella.
Capirai che, in quest'ottica, non solo appare meno istupido il principe, ma financo l'òmo.
La situazione è dunque grave, come puoi dedurre. Pe' ì rischio d'inquinamento delle indagini, fino a ì primo interrogatorio, che avverrà martedì, a ì principe un gli hanno fatto vedere nessuno di famiglia.
Ma che cattivoni eh?
In compenso però l'hanno fatto parlare con certi politicanti dai riflessi pronti (io però, fossi stato in lui, avrei accettato visite solo da ì cardinale in su... giusto per mantener la forma) che subito si sono scappellati chiamandolo Sua Altezza. Un ti pare logico che ì Savoia la sia montato su' ì punto più alto della cella? Da lì, se doveva dire qualcosina a qualcuno di famiglia, poteva farsi intendere meglio.
Ma poi, rendendosi conto che que' politici non solo unn'intendevan nulla di monarchia, ma nemmeno di democrazia, e che quindi non servivano realmente a nulla, ha preferito buttàssi giù dalla branda più alta. Nella speranza, se non proprio di morire, di rintronàrsi almeno un po', essendo il vermouth praticamente sconosciuto lì a Potenza.
giovedì, 15 giugno 2006
C'è una sola cosa che m'interessa della politica. Quando tocca quì punto in cui smette d'esser politica pe' diventare qualcos'altro. Piglia a esempio la storia italiana degli anni Settanta. A un certo punto la politica ha deviato e gli è nato ì terrorismo... prima l'autonomia operaia e poi le brigate rosse. Insomma un casino.
E oggi, secondo me ci risiamo. Piglia a esempio Bossi Umberto, il senatur. Gli è talmente tanto agitato sulla devolution che già annuncia: vie non democratiche per cambiare! Va a finire che sulla scia di questa devoluzione nasceranno le brigate rozze.
mercoledì, 14 giugno 2006
Nell'indimenticabile shakespeariano dialogo tra Amleto e Ofelia si legge pressappoco:
<<Indove gli è il tu' babbo?>>
<<A casa, oh mi' signore>>
<<Bene, che ci stia, in modo che l'istùpido possa farlo solo a domicilio>>.
Icché, introduce in qualche maniera la questione della stanza del buco proposta da ì ministro pélla solidarietà sociale Paolo Ferrero. Un so se te sei d'accordo, ma io, visto come va ì mondo attorno a noi, proverei a introdurre una stanza indove un far nulla di male sotto stretto controllo medico.
Dappertutto tu poi fare ì pazzo, ì maleducato, l'incivile, ì cattivo, ì furbetto e puoi anche imbriacarti, drogarti, rubare, ecc. e poi, quando la tu' azione un porta nessun degrado civile, ti chiudi dentro la stanzina.
Entri, e sotto controllo medico magari ti leggi un libro o ti fai un sonnellino... così se vai in overdose c'è chi ti salva.
lunedì, 12 giugno 2006
Cade ì  Montechiaro su' ì  terreno amico e esulta la Cavrianese che pensa di già alla finale continentale della Coppa Europa; ma gli è la lotta per la salvezza a dare le emozioni più forti: mentre continua a briglia sciolta la galoppata verso lo scudetto dì Callianetto, questa volta vincitore su' ì campo d'un Mezzolombardo ora nei guai, cade, pur combattendo a viso aperto, il Fumane su' ì campo d'un Bardolino trascinato alla vittoria da un ottimo, benché febbricitante, Zeni, ben sostenuto dai giovani Gasperetti e Tommasi; gira bene il Solferino con l'ottimo Mariotto e per l'Argonese la partita unn'ha più storia; cade il Medole - privo di Bassignani, ma con un eccellente Isalberti - sul terreno del Castellaro, nelle cui fila rientra, per metà incontro, Festi, ma basta per fare la differenza, specie se in tandem con un egregio Marcazzan; bene ì Sommacampagna su' ì Cremolino.
Ovunque, attorno a me, c'è gente che ci ha i problemi d'amore.
Te subito tu dirai: la gente ci ha de' problemi in generale.
Sì, ma gira e rigira, senza far troppi pensieri scurrili, ì problema generale nasconde un problema d'amore.
Io problemi d'amore unn'ho. I problemi d'amore non mi garbano e siccome a me non mi riesce nemmeno di risolverli, preferisco che ognuno faccia ì suo e se li risolva chi ce li ha o se li crea.
Io, a esempio, un mi chiedo mai se la gente mi ama. So che ci rimarrei male. Perché si sa che nì mondo non s'ama mai abbastanza, mica per altro. Mi amo io e ciò mi basta. Se tutti quelli che ci hanno problemi d'amore si amassero in proprio, si farebbero un sacco di progressi.
Invece la gente si ama talmente poco che ci ha bisogno dell'amore d'un altro, oppure s'ama così troppo che soffre quando l'altro l'ama meno di quel troppo. Bisogna amarsi dunque nella giusta misura, e inoltre acquisire un po' di manualità fa sempre bene. La natura ci ha fatto le mani apposta, e pe' un scontentare troppo né ì maschio né la  femmina, su ognuna ci ha messo ben cinque ditini.
Dunque i problemi d'amore non esistono. Tante anime semplici scambiano pe' problema d'amore ì semplice bisogno dell'accoppiamento. Di questo benedetto accoppiamento non discute mai nessuno. Si parla a esempio tantissimo delle coppie di fatto, ma quanto sarebbe più semplice parlare dell'accoppiamento di fatto?
L'accoppiamento è la radice di tutto. Quasi tutti quelli che credono d'avere un problema d'amore, si accorgono subito che, accoppiandosi abbastanza, il problema va a sparire. Dunque chiamiamo le cose con il loro nome e analizziamole nella loro singola specificità.
L'accoppiamento, benché sia fatto in due, gli è sempre un fatto personale. Per dire, io m'accoppio malissimo co' ì processore, co' ì frigorifero, con l'automobile. A me mi ci vole qualcosa di meno complicato nì funzionamento: di solito una donna. Non che tutte le donne sian più semplici di frigorifero, intendiamoci, ma essendocene in natura una certa abbondanza preferisco ì biologico... un si sa mai.
Il mio accoppiamento infatti segue un delicato corso naturale. Per capirlo ho studiato per anni e anni l'agricoltura: la preparazione del terreno, la concimazione, la semina, tutte le cure che servono all'uopo... sinché ho capito che l'agricoltura un fa per me, e nemmeno l'allevamento. Così ho scelto una terza via naturale: la caccia.
D'altronde c'è l'òmo agricoltore, quello allevatore e poi c'è ì cacciatore. E questa divisione va bene anco per le donne.
Quando ì fucilino gli è carico abbastanza (avrai capito che non amo gli scoppi né la polvere da sparo) esco a caccia. Non che la caccia unn'abbia le sue regole, o le sue fortune o sfortune, ma queste sono assai semplici.
La prima regola è non spaventare la preda. In realtà preda è un nomàccio (anche un po' volgare) di solito icché caccio io ci ha sempre un nome un po' più articolato, e spesso anche un cognome. Mai, però, farle capire l'intenzione di carpire, o fare troppo casino, o mettersi a correrle dietro... mai.
La seconda regola è che la preda non ama essere preda. Così come la passera ama sentirsi rondine e la papera aquila, anco la preda ama sentirsi qualcos'altro. E' importante sapere cosa, sennò tu perdi tempo. Chi è capace di sentirsi se stessa un sarà mai una preda.
La terza regola, infine, gli è osservarne le abitudini e farla sentire furba. Una ti può dire, a esempio, guarda che son ben difesa e te farai finta di crederci.
Poi c'è la quarta regola, la più importante: essere pronti a scappare. Perché spesso, anche se ti sei annoiato della caccia, e una passera che si crede rondine se un la pigli subito è sfiancante, se rimani lì finisce che ì grilletto dì fucilino te lo tira lei. E la quinta regola del possedere un fucilino tutto tuo è sempre decidere te se spararci o no.
venerdì, 09 giugno 2006
A Melbourne, in Australia, nel delizioso ristorante italiano "Florentino", nato negli anni '30, c'è su una parete un ritratto del Savonarola. A Pistoia, in Italia, nell'ufficio di un manager pubblico, collezionista di figurine Liebig, ve ne sono ben tre che raffigurano il Savonarola.
La prima volta che vidi il Museo di San Marco, nell'omonima piazza fiorentina, oltre al Beato Angelico (il motivo per cui quella parte di turismo un po' più raffinata, visita il museo) rimasi molto colpito dalla cella del Savonarola, e in particolar modo da una scrivania (il suo tavolo di lavoro) che egli stesso si era fatto costruire da un artigiano senza nome, secondo un proprio disegno.
La scrivania ricorda molto un computer. Un piano di scrittura molto ristretto, poco più grande della tastiera di un portatile, e una serie di spazi di varie misure, alcuni protetti da un coperchio ed altri no, che rappresentarono, ai miei occhi di osservatore, il disco rigido, con i suoi programmi e le sue cartelle zeppe di documenti. Il tutto in una semplicità costruttiva disarmante.
A vederlo così, di quel tavolo, potresti immaginarne decine di esemplari nella Firenze che entrava nel Cinquecento, invece il mobile, come del resto il suo designer, è rimasto in un unico esemplare. Sopra, attaccato alla parete, ci hanno piazzato un quadretto che raffigura il rogo che bruciò il Savonarola e morta lì.
Un vecchio proverbio siciliano (scusami se la prendo così alla larga) recita: u mastu ca nun sapi lavurari si lamenta d'u strumentu (sic, per il siciliano). Nel mondo sino ad oggi si contano più o meno, sommando l'iconografia canonica, il ristorante di Melbourne e le figurine Liebig, quasi 600 rappresentazioni del Savonarola. Neanche una di quel tavolo.
In un mondo che imitava molto - non si contano i casi di predicatori che si travestivano da Savonarola, compreso un gran naso posticcio su una maschera arcigna, per lanciare strali verbali dai pulpiti di provincia - nessuno pose mai l'attenzione su quel curioso tavolo di lavoro, posto in una minuscola cella monacale.
La gente, imitatori compresi, doveva saper bene che il cardine fondante di un uomo non era quello che usava... ma cosa ne tirava fuori. Sull'utilità degli oggetti, in definitiva, si rifletteva in un'unica dimensione, quella appunto dell'utilità. Sarebbe banale oggi dire che il concetto è ribaltato, così com'è riduttivo dire che è per via dei commerci. Gli oggetti diventano icone (non è detto di stile) ben prima che l'utilizzatore faccia in tempo a lasciare una traccia, così come non esistono quasi più oggetti costruiti per una sola persona. Sarebbe addirittura blasfemo, anche se per certe sfumature non è così lontano dalla realtà,  affermare che è il possesso di cose il più possibile standardizzate e il più possibile desiderate a creare questa nuova iconografia dell'uomo: quello con l'ipod, quello con la smart rossa, quello con il mac, con linux, con windows, e via di questo passo. Iconografia dove il gioco del possesso degli oggetti ne prescinde l'uso e ne forma il senso.
Va da sé che nei prossimi cinquecento anni saranno gli oggetti ad essere rappresentati, imitati, posseduti, santificati o forse anche messi al rogo, mentre se esistesse un Savonarola, rimarrebbe confinato lì a casa sua, appoggiato per terra. 
mercoledì, 07 giugno 2006
Gli era forse agli inizi dì dumila, quando ì mondo, senza capirci nulla, s'interrogava su ì millenium bug... ricordi?
Io m'accompagnavo co' una cara ragazza, assai giovine, che mi garbava un monte per una caratteristica che di solito apprezzo in tutte le ragazze sotto i venticinquànni: una gran voglia di mangiare, di bere e di far l'amore. Così avevo attrezzato la mia piccola casa (quasi un guscio di lumaca come si conviene a chi ha poco bagaglio come me) con ampia collezione di vini, e letto e cucina quasi sempre attivi. L'approvvigionamento avveniva in un mercato storico della città ormai quasi del tutto imbarbarito (e son passati così pochi anni) San Lorenzo. Un giorno la portai con me per un approvvigionamento: servivano astici, cozze e formaggi stagionati, serviva greco di tufo del novantasette e verdurine da sciacquare bene, sulle quali potevi vedere il turismo involontario di qualche chiocciolina semitrasparente, segno evidente d'un'ostinata biologia.
Lei, cresciuta a latte in polvere e abituata all'abbondanza esteticamente ordinata dell'Esselunga, ricordo che scappò via col fazzoletto al naso. Il mercato emanava odori troppo forti, ai quali le narici non s'abituano senza uno sforzo che è a un tempo spirituale e esperenziale.
Le cose, tutte, hanno odori forti. La lotta contro gli odori nasconde, fin dall'Ottocento occidentale, un desiderio che non si ferma all'igiene, ma che va oltre: verso ì controllo dell'odore e tutto ciò che esprime, visto come una devianza, pericolosa nì sociale, foriera d'epidemie e altre diavolerie. Una lotta bipolare, tra profumo e puzzo, che marcia verso la vittoria dell'olfatto, visto come senso moderno e in base al quale ogni bischero d'igienista si guadagna il suo bel ruolo da eroe. Eroe borghese, s'intènde, e di quella borghesia che fa dell'odore un discrimine sociale: l'antitesi tra chi puzza di sudore e chi no, e che crea (se solo ci pensi senza naso) l'uomo mostro, nel quale cuoio, agrumi e tabacco diventano status di un sociale che non c'è; e la donna mostro e il suo sentore di fiori nel mito dell'eterna fanciulla, assorta, rapita.
Così, in un mondo pieno di odori forti, non ultimo quello della putrefazione delle idee, ci rassicura da matti questo silenzio olfattivo, che tutto assorbe, o copre, o emargina.
martedì, 06 giugno 2006
Mi dispiace un monte di quest'affare che è successo ieri. Io credo che ogni persona che lavora, da ì soldato alla persona di spettacolo, debba avere de' diritti garantiti. E' per questo che quanto è successo ieri mi preoccupa. Uno è lì che fa ì proprio lavoro, tanto più un lavoro umanitario e... bum, e perdi il posto.
Io non sono d'accordo con questo genere di attentati. Un genere d'attentati di cui non si trova mai la colpa: gli sciti, i sunniti, ì vaticano, l'anticristo. Sempre a fare scaricabarile. Intanto i posti di lavoro saltano e con loro ì consueto teatrino dei dispiaciuti di ogni razza e cènso mediatico.
Io credo che le missioni umanitarie debbano stare lontane dalle guerre. Da tutte le guerre. Quelle pe' ì territorio e quelle pélle poltrone. A me di questa cosa che è successa ieri mi dispiace che un ti so nemmen ben dir quanto. Così, dopo aver letto l'articolo dì corriere della sera, esprimo tutto il mio dolore ai personaggi coinvolti in questa brutta storia. Credo che sia ora che la politica si faccia sentire sul serio. Vorrei che i vertici coinvolti dessero tutti le dimissioni. Vorrei finalmente un uomo forte che decida e che faccia chiarezza e giustizia. Propongo Magalli. Ho sentito dire che è un tesoro.
sabato, 03 giugno 2006
Ogni giorno mi scrive lo studente, ì politico, chi fa letteratura in pdf, chi s'è comprato la tipografia, chi unn'ha ma' visto fia, l'aspirante pulitzer (che ha finito i sacchetti di ricambio e unn'aspira più la cenere da ì tappeto), la pornostar in nuce... insomma ci ho sempre un monte di email, alle quali un rispondo mai perché ì libero arbitrio è dentromé fin dai tempi della tettarella antisinghiozzo. Oggi però rispondo a Yuri, uno studente di Terontola che ci ha da fare la tesina sulla questione meridionale.
Sifossi, mi scrive, noi di confine un ci si capisce nulla!
Figurati Yuri, financo Sciascia, D'Alema, Sandro Ruotolo e Giuseppe Tomasi di Lampedusa un ci hanno mai capito quanto basta. Sicché tu sei nella media.
Allora te lo spiego io:
Dicesi questione meridionale quì complèsso insieme di problemi che derivònno dall'unificazione dell'Italia, che come ben saprai ancora oggi gli è spaccata in due, ma su ogni cosa, mentre prima solo pe' una questione di confini. Mentre a metà Ottocento la questione riguardava altro che l'Italia, oggi riguarda tutto ì mondo. Un c'è luogo dì pianeta indove un ci sia un meridionale sotto forma d'emigrante ante litteram o di studente o studentessa nelle più disparate discipline. Ieri facevo un bancomat a Firenze e dietro a me una signorina parecchio mora, con larghi fianchi mediterranei e una quinta coppa c di reggipuppore, raccontava a ì cellulare la serata con questi accènti: mi ha salutàta, s'è attaccàto alla mia bbòcca e c'è stato vènti minuti... minchia mànco si staccava più quèllo!
Da più di cento anni, se avessero dato rètta a ì trisavolo Sifossifoco Valdemaro fu Carmine, la questione sarèbbe stata risolta mediante la grande muràglia italiana. Una muraglia con soli due buchi: uno per le arance e uno pe' i mandarini. I' pool d'esperti non riuscì mai a mettersi d'accordo pe' un buco solo, per timore che in un buco troppo grande potessero essere esportati senza dàzio anche i lampagioni e la pèsca di Leonforte. I' primo esempio, quest'ultima, di agricoltura bonsai nì mondo... quando si dice avere ì mare aperto a un passo dalle trisnonne.
Ma un divaghiamo.
I' pezzo d'Italia che stava sopra gli aveva finito i soldi. Ecco ì punto. Avevano provato in tutti i modi a farsi annettere all'Austria, alla Germania, alla Svizzera e financo alla Jugoslavia. Avevano fatto delle guerre, perché nessuno li voleva questi italiani dì nord. Anzi con l'occasione cercarono di affibbiàgli anco pezzi di que' loro paesi che gli avanzavano. A que' tempi invece ì meridione ci aveva un monte di soldi. Pensa, siccome un gli bastava una Sicilia sola, se ne inventarono due. Ce l'hai presente te Pescara? Ecco era nella seconda Sicilia.
Que' furbi di settentrionali però iniziarono a dire: però, sono arretràti! Unn'era vero pe' niente, ma (come Berlusconi e Emilio Fede) a forza diddìllo, finì che mezzo meridione si convinse. Si sa, certi meridionali un vogliono esser dietro a nessuno.
Fu una cosa scientifica: gente come Sonnino, Salvemini, Gramsci e un monte d'altri, fecero degli istudi e dissero: questa pizza gli è da barbari, portiamogli ì patrio progresso, diamogli la polenta con gli osèi. Ti puoi immaginare i meridionali come si sfavarono subito. Ci furono rivòlte di piazza.
E che fecero questi polentoni? Gli mandarono Nino Bixio a sparagli addosso. Fu una specie di G8 a Genova, solo senza estintori. Un pochino prima, dì rèsto, pe' levàsselo dàlle, ì nord aveva esportato assieme alla polenta e osèi anco Garibardi. Nacque la mafia, ì brigantaggio, la 'ndrangheta e con queste anco ì terzo canale dell'Arài.
Intanto su a ì nord, la pizza garbava talmente tanto, che le banche s'indebitavano da morire. Gli era ì 1860 e gli venne l'idea: si fa la prima fusione tra banche? I' banco delle du' sicilie gli aveva più soldi di tutti, e co' un'operazione alla Vanna Marchi glieli pigliarono tutti. Ma tutti eh? Sempre lì a digli: se vuoi che il sangue di San Gennaro si squagli dàcci ventimila scudi. Sennò miseria, terrore e morte... sì Silvio ha copiato.
Fu allora che ì meridionale, impoverito, cornuto (Masaniello era nato a Monza) e mazziàto, giurò vendetta eterna.
T'interesserà sapere, per finire, che ì Regno delle Due Sicilie non era solo ricco, era anche moderno, modernissimo: c'erano le coppie gay, si usavano già gli anticoncezionali (la polenta e osèi fu genialmente riciclata così) e soprattutto si congelavano già gli embrioni. Mastella, De Mita, Mancino, sono criatùri del risorgimento (crisci santo, benedica).
Una vendetta terribile, insomma. E' per questo che oggi, se vai a New York, trovi Rudolph Giuliani che t'accoglie. E guarda, ci scommetto, il giorno che trovano Bin Laden, vuoi vedere che è di Barletta?
E poi, detto tra noi, caro Yuri da Terontola, sei proprio sicuro che tuo nonno non si chiamasse Calòggero?
venerdì, 02 giugno 2006