giovedì, 31 agosto 2006
 Avevo due fettine di pesce spada del Mediterraneo, lì nel congelatore.
Ma mica per mangiarle, sa'? Le avevo acquistate d'impulso, al
supermercato, perché s'intonavano alle pareti linde dello Zoppas.
Semmai, se ritorna il caldo, le scongelerò alla finestra per tener
lontane le zanzare, ora che s'è scoperto che assieme agli Omega3
anticolesterolo c'è anche il DDT. Oppure le conservo surgelate a
futura memoria, assieme ai piselli al clorofenolo, un avanzo di roast
beef ammorbato pazzo, il minestrone in pezzi nutrito a farine animali
e una pèsca nettarina maturata in dicembre perché incrociata col
collagene delle renne di Babbo Natale. Tra seimila anni un archeologo
mi sbrinerà finalmente il frigo e si chiederà: come facevano a rimaner
vivi? Per agevolargli i futuri studi io congelerò anche questo pezzo
de Il Firenze. Vedi, caro il mio archeologo, questi alimenti noi non
li mangiamo, li compriamo solo per far girare l'economia. Senza la
quale non sappiamo più vivere. Ci piacciono i loro colori e abbiamo
corretto la natura, nata imperfetta: compriamo pere cosce senza
cellulite e patate che non si sporcano di terra, dai pesci e dalle
rose abbiamo tolto ogni spina e stiamo lavorando alacremente a una
società ideale dove la gente non abbia più coscienza, né spina
dorsale. Noi, quando non ci mangiamo l'un l'altro, ci accontentiamo di
una dieta assai più semplice: una fetta di pane con l'olio, ad
esempio. Che olio? Questo davvero non te lo so dire. Allego
pubblicità.
Su Il Firenze
mercoledì, 30 agosto 2006
 I’ presidente della Provincia di Chieti, per pubblicizzare i Centri per l’Impiego, utilizzerà la frase: il lavoro rende liberi. Quando, tra l’orrore generale, qualcuno l’ha preso pe’ ì culo, l’individuo ha rimarcato: gli è una bella frase, anche se un mi ricordo indove l’ho già sentita, m’ha subito fulminato (sic!). Segno evidente che, nonostante la giornata della memoria una volta all’anno e ì ricordo forzato gli altri 364 giorni, la Shoah unn’è ancora stata assimilata da tutti.
Povero presidente, io lo capisco, la missione politica (responsabilità civile, la chiamano i comici e gli assicuratori) costringe alle volte alla schiavitù di un’ignoranza gasata, nessuno escluso. Penso agli italici assessori, soprattutto in provincia. Che vita grama: tutto ì giorno a occuparsi di cose di cui non hanno mai sentito parlare prima. E a prendere decisioni, certo, e spesso d’istinto. Sollecitati da’ que’ diecimila appuntamenti a ì giorno di questuànti con le idee ben chiare, ma solo sui costi/benefici. Così, dappertutto, la res publica doventa non un giornale spagnuòlo, ma una pubblica rèssa, insomma un casìno. E’ proprio la politica che è fatta così. D’altronde i politici ci vogliono, dicono loro. Pensa a una società senza politici: le strade le dovrebbero fare gli ingegneri, le manifestazioni culturali i culturisti, le conferenze stampa i tipografi, ma soprattutto le campagne elettorali gli elettori. La democrazia ne risulterebbe troppo svantaggiata, e la parte produttiva dì Paese morirebbe dalla noia. Senza contare ì fatto che decine di migliaia di politici ignoranti si troverebbero all’improvviso ad aver bisogno dì centro per l’impiego, proprio loro che un sanno fare nulla. Sì, via, ì lavoro rende liberi, di non incontrarli mai. E quelli che dì centro dell’impiego hanno proprio bisogno, la doccia la facciano a casa, un si sa mai.
martedì, 29 agosto 2006
 Anco se nell’italietta dì dopoberlusconi ì senso critico s’è pericolosamente abbassato, la verità bisogna dìlla: macché petrolio e territorio, questa guerraccia gli è una questione di fashion: fashion victim, pe’ l’esattezza.
Stanchi delle bandiere della pace (ormai dimolto, ma dimolto sporche) ì nuovo must dell’autunno inverno l’è la bandiera dì Libano. In puro cotone, con ampi spacchi interni, ì capo gli è ricercatissimo nei modelli bomb treated, bloody sunday e child killed. Pe’ rifornirne anche i maganzìni de La Rinascente oggi gli è partito ì primo contingente d’italiani: una cerimonia toccante, con tanto di messaggio dì presidente della repubblica più ignorato d’Italia e prelati nell’atto un po’ blasfèmo della benedizione di fucilìni e mitragliette… perché sì: Iddìo, dopo che satanasso da domenica ha marciato su Assisi, gli è partito da Venezia, gli ha fatto tappa a Roma (sua città natale) e venerdì sarà in Libano, anche lui, pe’ controllare ì dramma delle griffe false (riconoscibili dall’ulivo a ì posto di cedro su’ ì tessuto). Come ogni prodotto di gran moda però, c’è ì rischio che queste bandiere un ci sian per tutti, e che qualcuno ritorni rinvoltolato a mo’ di pareo direttamente nì nostro tricolore: notoriamente bianco, rosso e sempre un po’ sporco di merda. Triste pensare che i mondiali di calcio son stata l’ultima occasione di vedere indossare da vivi la bandiera italiana rientrando da una missione estera, ma tant’è, un si puole mica sempre pensare a ì pallone, noi.
giovedì, 24 agosto 2006
C'è chi regola l'orologio con il segnale orario, chi con il satellite
e chi con i diversi campanili che allietano Firenze. Chi cerca la
precisione assoluta, però, lo regola con i musicisti di strada
fiorentini. Altro che meridiano di Greenwich. Passando dal loggiato
degli Uffizi, ad esempio, sai che puoi ascoltare quella certa canzone
di Simon e Garfunkel, tutte le sere alle 22.03 spaccate, così come
quel particolare virtuosismo di xilofono di cui ti è rimasto in mente
il ritornello, lo suonano sotto la colonna dell'abbondanza alle 18.47
esatte. Sul Ponte Vecchio, addirittura, per far coincidere vedrai
vedrai vedrai di Baglioni alle 23.15 in punto si cambiano persino i
tempi allo spartito, portando le canzoni precedenti sino al limite
dello scioglilingua, tanto il pubblico mica li ascolta: è lì solo per
regolar gli orologi. Persino gli applausi, sdoganati ormai finanche ai
funerali, sono temporizzati. Uno scroscio in via del Corso? Stai
sicuro che sono le 23.45. Di questo passo arriverà a Firenze una
delegazione di svizzeri e farà un convegno e una donazione benefica
per far finalmente funzionare l'orologio di Palazzo Vecchio, fermo
ormai all'ultimo successo dei Nomadi. Un orologio che non interessa a
nessuno, con buona evidenza, visto che lo sgranar di canzoni e
musichette degli artisti è adatto anche ai non vedenti. Il convegno si
intitolerà: musicisti di strada, genio e regolatezza! Sottotitolo: il
bel comune là dove il sì suona, preciso a ora di desinare.
sabato, 19 agosto 2006
 Il grande paese dei Casini è ai primi posti nell’esportazione della pace. Certo, noi ne abbiamo d’avanzo. Le nostre caserme scoppiano di pace. Le camerate, che dovrebbero ospitare quattro o cinque operatori di pace al massimo, arrivano a contenerne anche dodici, ora che li pagano. Così li esportiamo all’estero, con gran beneficio per la nostra economia. Quella che non esportiamo vengono addirittura a prendersela direttamente. Sulle nostre coste ogni giorno uno sbarco. I disperati appena toccano terra esclamano: che pace! Chi non può permettersi le crociere, appena ci vede arrivare a casa loro col nostro carico umanitario esclama: che pace! E poi, subito dopo: avete portato anche i famosi capperi di Pantelleria per il nostro ministro degli esteri? Ma esportare questa cappero di pace è difficile, difficilissimo. Per non dare troppo nell’occhio alla dogana, mandiamo soldati, carrarmati, aerei, munizioni e botte a muro di varia natura… arrivati sul posto, però, ecco la sorpresa! I soldati non sono veri soldati, ma panettieri, musicisti, calzolai, stilisti, designer, laureati con il massimo dei voti e calciatori, oltre a una task force di siderurgici che, fusi gipponi, mitraglie e carrarmati, li trasformano nei torni che cesellano la pace cui ognuno avrebbe diritto. I generali che mandiamo, con la faccia severa dicono: ehi ezbollah, se non ti calmi, ti facciamo il culo a mandolino. Ma non hanno mai sparato un colpo: sono liutai, falegnami, cantanti e musicisti. Con le cassette del munizionamento si mettono di buona lena a fabbricare tavoli e strumenti di pace per quelle belle spaghettate di mezzanotte che hanno allietato la ex Jugoslavia, l’Iraq, l’Afganistan, solo negli ultimi anni. Posti dove ora la guerra non c’è più, proprio grazie agli italiani. E’ per questo che prima ancora di capire cosa andiamo a fare in Libano il contingente è già pronto, copiosissimo. Una volta sul posto basterà scaldarlo solo pochi minuti prima di servirlo in tavola, speriamo non troppo al sangue.
venerdì, 18 agosto 2006
 Ho sentito dire che vogliono aggiungere una punta alla stella della Repubblica Italiana. Cinque punte, in effetti, erano troppo poche. L’osservatore esperto capisce subito che ne manca una, e anche chi non se ne intende ha spesso la sensazione che manchi qualcosa a questa nostra Repubblica. Del resto quel simbolo nasce nel dopoguerra, quando cinque punte rappresentavano tutta l’abbondanza che non c’era. Oggi, che non ci si contenta più di nulla, sappiamo bene che una gran parte degli italiani vuole quella punta in più, mentre la parte restante ce l’ha già o è convinta di averla. Una punta in più, del resto, non ha mai ucciso nessuno. Lo dice la storia, e lo promette la politica.
giovedì, 17 agosto 2006
Firenze è invasa dal raduno planetario dei boy scout e io m'interrogo
sulla strana natura di questo sodalizio. Anzitutto vi sono boy scout
bambini e boy scout adulti: viene da chiedersi per quale mistero un
bambino possa decidere di rimanere boy scout tutta la vita, e come i
genitori e la società possano permetterlo. Dopo l'infanzia il
boyscoutismo dovrebbe essere praticato in gran segreto e in luoghi
appartati, come la massoneria. Perché se un pargoletto troppo allegro
e chiassoso è a malapena sopportabile, a un adulto è richiesta un po'
di discrezione. A vederli così, per strada, saltellanti, coi
calzoncini corti e il fazzoletto al collo d'ordinanza, ti viene in
mente un esercito. E si sa che gli eserciti rimangono uniti solo se
allineati verso il basso, affinché anche l'intelligenza più modesta
non si senta esclusa. Infatti anche a cinquant'anni cantano sotto i
balconi altrui le canzoni di Sanremo edizione 1976 e declamano,
sghignazzando tra loro a più non posso, barzellette asessuate
tramandate da pii nonni. Poco male se lo fanno diluiti tra i miliardi
di persone che popolano il mondo, ma tutti insieme... In questo
meeting fiorentino sono arrivati da tutto il mondo. Le chitarre
stonate a ogni angolo di strada fanno pensare a una Woodstock più
ingenua e sfortunata: figli dei fiori i primi, nati sotto un cavolo
questi. In entrambi i casi si nota subito la diversità. Certo non la
diversità dei diversamente abili. Piuttosto quella dei diversamente
inutili.
giovedì, 10 agosto 2006
Sì, lo so, a Firenze manca un color manager come si deve. La città
dovrà provvedere a istituzionalizzarne uno, prima che sia troppo
tardi. L'inquinamento cromatico è ovunque, altro che ozono e
micropolveri. Non c'è luogo in cui non si superi impunemente
l'equilibrio naturale tra colori primari e secondari che l'occhio
umano riesce a percepire. Insegne, pubblicità, automobili,
abbigliamento: non c'è un solo settore sotto controllo o che esprima
una misura. Certo di colore non si muore, ma chi può dirlo? Se esiste
una cromoterapia che può curare, perché non dovrebbe esistere un
cromatismo killer? L'autobus per turisti dai colori così accesi che
gira per la città, quanto danno fa? E quale impatto con l'ambiente i
negozi di murrine attorno a Palazzo Vecchio? Percorrendo via
Tornabuoni siamo sicuri che le griffe con le loro vetrine non
inquinino un po' anche il nostro modo di pensare? Oltre la cerchia dei
viali non va meglio: la fitta messe di maxiposter pubblicitari, in
sinergia con gli orribili stendardi attaccati ad ogni palo, crea
milioni di discromie con le insegne dei negozi tutte diverse e le auto
parcheggiate ovunque. Le facciate delle case non sono da meno e
persino i balconi, talvolta, al posto dei fiori di stagione espongono
solo bandiere ormai immemori, con sovrapposizioni di grigio su viola,
tricolori o arcobaleno. Ci fosse il color manager ciò non accadrebbe.
La città e la sua urbanistica riacquisterebbero il piacere, anche
estetico, di una gestione meno daltonica.
giovedì, 03 agosto 2006
 Si sa, questa nostra città è un teatro. Ovunque, nelle strade di maggior passaggio, è il trionfo dello spettacolo. E sbagliano quelli, con la puzza sotto al naso, che pensano che siano rappresentazioni di bassa qualità. Le performance migliori, non so se le hai notate, son quelle dei venditori abusivi di false griffe con le forze dell'ordine tutte.
Sul palcoscenico di via Calzaioli effettuano migliaia di repliche ogni giorno. La trama è molto semplice, ben compresa da tutti: i venditori extracomunitari si arricchiscono spudoratamente alle spalle di quei poveri cristi che hanno sudato sette camicie per diventare il signor Prada o la famiglia Rolex, sinché non arrivano le guardie e con un coup de théâtre li spaventano talmente tanto da farli scappare via per sempre.
Il pubblico, nel fuggi fuggi generale, prova per un momento l'ebbrezza di una società perfetta tutta dedita al commercio onesto e legale: ad esempio il mezzo litro d'acqua minerale a due euro e mezzo senza scontrino fiscale, e poi tutto ricomincia da capo.
Lo spettacolo è sempre un successo, anche se qualche incontentabile vorrebbe pause più ampie tra una replica e l'altra, ed è tutto gratis. Alcuni degli attori arrivano dalla Cina, dal Senegal, dal Marocco, dal Medio Oriente, da altre mentalità, accontentandosi spesso solo della soddisfazione di un provino. Lo Stato, causa taglio delle spese, paga solo una parte degli attori, i costumi di scena e le automobili avanti e indietro a motore rombante in zona pedonale.
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