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paréa mota... unn'era   (anonimo toscano)
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mercoledì, 31 gennaio 2007
tradizioni di famiglia: il preservativo bucatoEra dai tempi di John Montague IV, conte di Sandwich, e del conte Camillo Negroni, che la storia non ci consegnava un personaggio da ricordare non per le sue idee, ma per le sue abitudini. Oggi quest'uomo è Paul Wolfowitz. Non è conte, ma con i conti ha comunque a che vedere: è presidente della Banca Mondiale. Il mondo lo ricorderà nei secoli a venire come l'uomo dai calzini bucati.
Meglio i calzini che le tasche - direbbero quelli dall'anima contabile - ma se pensi a quanti sandwich e quanti negroni consumiamo oggigiorno nel mondo, ammetterai che il futuro è preoccupante.
Nel chiuso delle stanze dove si esercita il potere migliaia di uomini ambiziosi si stanno già preparando. indossano calze leggerissime, in seta o filo di scozia, senza cambiarle per settimane e fanno pirulì pirulì di continuo con le malcurate unghie degli alluci per diventare finalmente qualcuno. Il problema è spiegargli che prima di bucarsi i calzini occorre aver bucato soprattutto quelli degli altri. E di calzini Paul Wolfowitz ne ha bucati così tanti che l'apparizione in tv e sui giornali dei suoi soli alluci (giammai un giornalista che intenda dir altro) è quasi un segno divino, un miracolo mediatico.
Basti per tutti ricordare l'attuale guerra in Iraq: una milionata di calzini bucati, con tutto quello che contenevano. Fu lui a dire che gli iracheni avevano nascoste le armi di sterminio di massa, poi risultate innocui ovetti di legno per il rammendo. Oggi è ancora lui a elargire prestiti mondiali alle multinazionali per rammendare i calzini in Iraq e negli altri scenari di guerra.
Quella dei buchi è, per Wolfowitz e l'intera sua banda del buco, un'antica quanto sbadata tradizione di famiglia: suo padre quasi non si accorse d'avere un buco nel preservativo.
[desiderata, anonimo]
sifossifoco l'ha detto alle 31/01/2007 01:43 e te icché tu ne pensi? commenti (14)
mercoledì, 24 gennaio 2007
circoli giovanili proletariDopo la gita al Centro Popolare Autogestito speravo di disintossicarmi. Almeno dai luoghi comuni. Invece mi arriva per email il pdf dello speciale 77 di Repubblica, uscito venerdì scorso. Adriano Sofri e Giorgio Bocca, mica cotiche. Il taglio è quello della solita fuffa. Si vede che ormai i giornali, senza nient’altro da dire, si concentrano parecchio sulla grafica. Il punto di vista è quello di due vecchi babbioni. Vecchi già all’epoca dei fatti, tanto che oggi andrebbero esposti solo in un museo. Uno di quelli chiusi la domenica. Gli articoli (li chiamo così perché non mi viene un termine nuovo) sono concentrati sulla violenza, sul terrorismo. Argomenti che sembrano far presa, in un mondo dove il morto è necessario quotidianamente: morto chi scrive, morto su cui scrivere… dev’esserci una targa appesa in ogni redazione. Il resto, tutto il resto di quegli anni straordinari, è diventato folk. Se continua così, prima che a questi giornalisti si intitoli una qualche strada di periferia (con ipermercati,  fashion outlet e cinema multisala da ambo i lati), arriveremo a celebrare il 77 così come si celebra la pizzica, il presepe e la tarantella napoletana. Gli articoli sono pieni di ragazzini che urlano “Curcio libero” e inneggiano alla P38 senza nemmeno sapere perché… ma quando mai? E’ un falso storico, una macchietta perbenista ad uso di quel target di lettori orbi che consumano col culo le poltrone, soprattutto quelle pubbliche.
A quei tempi io ero uno di quei ragazzini, di Curcio me ne strafregavo, le P38 mi ricordo che ce l’avevano solo i servizi deviati e quasi tutta la violenza che c’era era quella fatta a noi stessi. Per amore di sintesi, ecco come stavano i fatti, e le differenze che (incluso il sottoscritto) non abbiamo saputo far durare fino ad oggi.
I ragazzi studiavano. Occupavano le scuole, ma non solo per farsi più comodamente le canne. C’era il mito di “avere le palle”, un termine dentro il quale cercavamo di far entrare a forza, nei nostri cervellini ancora in fasce, Nietzsche e Bakunin, Turgenev e Schopenhauer… non certo Michele Serra, Don Vitaliano o Beppe Grillo.
I ragazzi creavano. Nella musica, nell’arte, nell’artigianato, nelle lettere, nel teatro, nel fare radio, nel ciclostile, nello spettacolo… tutti i posti eran buoni, ma in special modo erano buoni i cosiddetti Circoli Giovanili Proletari. Il mio era in una chiesa sconsacrata. Ai muri, al posto dei graffiti a vernice spray c’erano gli affreschi. Una mia amica ci ha imparato a suonare l’arpa. Discutevamo di Haendel, Bach, Mozart per giornate intere. Ora fa concerti in tutto il mondo.
I ragazzi erano coerenti e discriminanti. Non c’erano i ghetti allegri (pagati dal comune) di oggi, né i vorrei ma non posso. A quei tempi una borsa di Gucci, lo champagne e un film di Guzzanti erano cose su cui si sputava sopra per carattere… cose di cui vergognarsi e non solo per ideologia. I ragazzi la schifavano la vita da borghesucci, ma si lavavano tutti i giorni, soprattutto se si viveva in quindici in una casa maledettamente piccola ma tanto vivace.
I ragazzi selezionavano e si facevano artefici di un’offerta culturale straordinaria. L’etichetta di cultura alternativa non era nemmeno sufficiente a coprire tutta la produzione culturale che girava. Molta di quella che c’era non aveva etichetta ed è sfuggita ad ogni censimento, forse perché per averla non bisognava pagarla… eppure è rimasta nei cuori più e meglio di ogni altra.
I ragazzi sperimentavano e si interrogavano. Alcuni non sono più tornati indietro, altri ne sono usciti più forti. L’età, per i vivi, ha rincoglionito un po’, ma ha fatto il suo mestiere.
Capisco che un movimento di ragazzi così possa far tanta paura al potere: ieri come oggi. E tutti sappiamo come realmente è andata a finire. Ci fa forse fatica dirlo, perché è difficile e imbarazzante ammettere che è stato soprattutto per pigrizia, per laissez faire, e per i tanti che si son venduti cultura e intelligenza (dopo averle fatte crescere in un vivaio ideale) al valore di mercato. Perché il mercato aveva più pazienza e determinazione, era più organizzato e aveva obiettivi più semplici. E’ avvenuto tutto in un soffio. Morto ammazzato (ma da chi?) quell’Aldo Moro che nessuno dei ragazzi nemmeno conosceva, ognuno se n’è tornato a casa propria, nel proprio ambiente e ci si è chiuso dentro elaborando un lutto che era in realtà il proprio funerale. Poi sono usciti quelli che invece erano sempre rimasti a casa, dietro le finestre, a covare soli e sfigati la violenza di cui parlano oggi, sparando in realtà solo aria.
sifossifoco l'ha detto alle 24/01/2007 17:42 e te icché tu ne pensi? commenti (18)
martedì, 23 gennaio 2007
bassa moda a firenzeSono stato invitato alla prima sfilata di bassa moda della mia vita. Nel suggestivo scenario del Centro Popolare Autogestito di Firenze. Devo confessarlo: all’inizio ero un po’ sulle spine. Io non so mai da che parte cominciare con queste cose. Di solito c’è chi le fa per me, e io non posso far altro che lamentarmene. Al CPA sono stati invece carinissimi: mi hanno autogestito subito. Appena entrato una tizia molto gentile mi ha fatto fumare un pezzetto della sua sigaretta artigianale. Poche boccate e sono entrato nella location. A differenza di altre sfilate, qui la location è totale: un museo d’arte contemporanea in una città che non ne ha mai previsto uno. La sfilata di bassa moda diffusa ovunque. Decine e decine di modelli e modelle dappertutto, in un realismo perfetto. Un tizio al secondo piano indossa uno smoking nero con risvolti di raso su un lupetto blu. Mi chiede due euro di associazione e se ho portato un bicchiere di vetro da casa. Trovo che tutto sia geniale, a partire da questi dettagli. Sono convinto che i bicchieri donati dagli ospiti un giorno non lontano saranno i pezzi di un’installazione d’arte. I modelli sfilano attorno a me, ovunque. C’è chi beve, chi fuma, chi funambolicamente riesce a fare entrambe le cose. La regia ha previsto l’inserimento di alcuni cani nudi, per aumentare la percezione di abiti e tendenze. Davanti al bar un gruppo di giovani interpreta le nuove tendenze del neorude. La barista in borsalino nero mixa abilmente vodka, pepe, succo di arancia, birra e dieci gocce di radicchio trevigiano in un unico cocktail di cui mi sfugge il nome. La parola d’ordine è il basic. Una sorta di primordiale il cui registro è un’eleganza senza orpelli, sacrale, votata al filosofico. Nelle numerose sale, tutte affollate, nessuno usa profumi. Tra la pelle e la moda indossata si è voluto creare un connubio senza intermediazione: pelle e tessuto, sudore e creatività, emanazione, emanazione, emanazione. Ci vuole un coraggio da matti, nessun grattachecca e fighetto abituato alla moda tutta filtri e photoshop saprebbe resistervi. La toilette adiacente al bancone del bar è una quinta teatrale in rosso pompeiano. Vedo riflessa nel grande specchio Pralina, l’artefice (anche con Tirabaralla) della sfilata. E’ assorta. Ripassa a mente il copione del clou finale. Mi spiace quasi disturbarla, e vorrei avere più braccia per riuscire a abbracciarla tutta, tanto è dolce. La sfilata è attorno a noi, ma ben presto mi rendo conto anch’io d’essere finito come un vecchio spettacolo del living theatre a formare assieme a lei un quadretto vivente. Lei seduta su una poltrona trono, io ancora fasciato nel cappottino su un largo bracciolo a parlare. Altri quadri viventi attorno a noi. Una ragazza poco distante, sulla poltrona gemella, balla un cheek to cheek da ferma con la sua amica. Un tizio sfoggia tra il naso e gli orecchi un look da fabbroferraio. Nel corridoio principale altri artisti lavorano a pezzi di moda unici: un tizio s’è fatto un cappello di mouse, un altro intreccia seduto all’indiana un tappeto sul telaio di una rete metallica da letto, un altro ancora ha lavorato con un uncinetto alto due metri un centrone intrecciato di shopping bag. Ogni banalità della moda è dissacrata, sviscerata dall’interno. Un fotografo di Vogue con attico a Place Vendôme potrebbe morirci qui dentro o farci miracoli. Ogni centimetro quadro di pavimento, moquette, corpi in movimento pone degli interrogativi. Ti aspetteresti ora la sfilata vera e propria, il monkey business. Invece nuovo colpo di scena: un vecchio proiettore 16mm inizia a sferragliare. Sullo schermo prendono corpo le immagini di Una notte sui tetti, con Groucho, Chico e Harpo Marx… la pellicola è una piccola delizia che comprende la prima apparizione di Marylin Monroe. Una quarantina di secondi. La guardi e capisci il mito: è di una bellezza sconvolgente. Dopo la proiezione c’è l’intermezzo musicale. In mezzo alla proiezione un attore professionista finge di essere un disturbatore ubriaco e peruviano. I modelli accennano passi giamaicani. L’ultima parte della sfilata è un culmine di sensazioni. Una parodia perfetta, una Pralina regina del palcoscenico, microfono in mano e testi rappati, precisi e taglienti. T’immagineresti un frenetico dietro le quinte, se non fosse che tutto ciò sta già avvenendo dietro le quinte. In una vicinanza mai vista. E’ la fine, scrosciano gli applausi, c’è ancora il tempo per scattare qualche foto. Sono le due e mezzo del mattino. Beato il mondo della moda che può tirar tardi senza altre sveglie sul comodino. Un abbraccio, un saluto, un ultimo tiro di quelle sigarette così artigianali. Diluisco un ultimo cocktail in un lago di birra offerto al buffet. Ho la testa piena di idee e il cuore che si addolcisce in un ricordo. Se non faccio in fretta ad arrivare a casa, la notte mi stritolerà.
sifossifoco l'ha detto alle 23/01/2007 23:45 e te icché tu ne pensi? commenti (14)
venerdì, 19 gennaio 2007

A me, delle donne, piace (anche) l’ombra. L’ombra figurata: quella accennata ne La meravigliosa storia di Adalbert von Chamisso verso l’Ottocento, oppure quella de La donna senz’ombra immaginata da Hugo von Hofmannsthal agli inizi del Nove, ma anche l’ombra più semplice. Quella che si riflette per terra.
Spesso d’una donna guardo prima (o solo) l’ombra: se la fa, se non la fa, come la fa. La capigliatura di un’ombra o il lieve segno d’una spalla un po’ curva, a volte mi parlano e mi introducono (con sublime divertimento) nell’eterna metafora dei conflitti tra realtà e desideri.
Amo le donne per queste loro ombre che, senza disvelarsi, arricchiscono di fascino misterioso un tutto altrimenti già narrato di bisogni, di corpi, di modelli sociali, di più o meno profondità umane e culturali, di bontà, di cattiverie, di furbizie e ingenuità.
Mi piace l’ombra femminile: cambia con le stagioni, le luci, i momenti del giorno e della notte, i movimenti, le fissità, le gestualità. Insomma c’è di che perdersi nell’ombra di una donna: anche a mezzogiorno in punto.
Trovo, per gli aficionados delle differenze, che niente sia più preciso dell’ombra nella diversità tra uomo e donna: l’ombra maschile, quella femminile… se una volta le hai osservate non dirmi che non ci hai pensato mai.
Anche quando una donna si spoglia, non si spoglia dell’ombra. E quanto è bello, nell’eccitazione dei corpi o nella moltitudine, nella massa, nell’affollamento, ammirare o seguire con gli occhi quell’ombra, inconfondibile anche tra mille altre, lasciando che in quel punto che (almeno a me) sta tra il cuore e il pisello scaturisca quella particolare vibrazione.
Forse la conosci.
Come tante cose che non servono a niente, naturalmente, l’ombra è un’estasi da pigro. Inciamparci è addirittura goffo. Meglio farne a meno. Altro che ombra! Meglio avere cinque fiche, dove non batte il sole.
sifossifoco l'ha detto alle 19/01/2007 13:15 e te icché tu ne pensi? commenti (12)
mercoledì, 17 gennaio 2007

alberi, venti, orizzonti e altri incanti

dal catalogo

Ovunque sia nato, nell'Eden o dal big bang, l'uomo ha aperto per la prima volta gli occhi su un paesaggio. E non è casuale che siano stati necessari migliaia di anni prima di vederne uno riprodotto in pittura.
Il paesaggio era e rimane una delle rappresentazioni più complesse. Esso ci abbraccia, costituisce lo scenario naturale agli accadimenti della vita, eppure rimane sempre avvolto nel più affascinante dei misteri. Se è vero che la suprema saggezza si nasconde nella natura, ecco, ci facciamo già un'idea di come essa sia esplorata solo in minima parte; e cosa dire delle scritture, antiche e mitologiche, che nel tentativo di sondarla tracciavano nuovi confini, ancora oggi insuperati, per comprendere quella umana?
Le prime rappresentazioni pittoriche del paesaggio, attorno al 1400, segnano anch'esse un confine umano ben preciso nella storia dell'evoluzione: il passaggio dall'utilitarismo, dall'uomo annichilito dal bisogno e da un mondo assai più grande di lui in ogni evento, all'uomo moderno. Relegato per un paio di secoli in qualche arazzo o nelle miniature della cronaca, esso esplode letteralmente come genere con gli affreschi dei mesi nella Torre dell'Aquila di Trento, e in Toscana con i senesi, Lorenzetti in primis. Nasceva la modernità a tutto tondo e, con essa, una nuova esigenza comunicativa nell'arte.
Esigenza che avrà bisogno di altri cinquecento anni per prendere gli stilemi di oggi, ancora in divenire, e che pure hanno sottolineato ogni volta un passaggio verso la modernità. Non si contano gli episodi della nascita di nuovi fenomeni artistici o rappresentativi, che non abbiano come fulcro la gestione pittorica del paesaggio. E non si pensi, in questo caso, solo alla pittura più conosciuta del nostro occidente: stesse sorti hanno avuto paesaggi ed alberi da un capo all'altro del pianeta. Asia, americhe, oceania, indie, nessuno escluso.
Le nostre latitudini hanno solo aggiunto a certe sintesi la ricchezza simbolica della responsabilità di ogni rappresentazione complessa.
Il paesaggio è dunque elemento innovatore e unificatore di mondi artistici sempre più aperti e intraprendenti. Erano moderni i fiamminghi e i tedeschi del Cinquecento, non meno di un Mondrian o di un De Chirico. Se vogliamo riconoscergli la grandezza che hanno, dobbiamo farlo attraverso la loro fluidità e la loro coerenza, due qualità chiave per il diffondersi delle idee, le pittoriche quanto le altre.
In questa fluidità e coerenza si inserisce il lavoro di Francesca Ferrari. Il paesaggio è reinterpretato nella contemporaneità, con il rigore di una ricerca che è prima di tutto coerenza. La certezza che il filo conduttore che affratella i giorgioneschi alla scuola di Barbizon, Polidoro da Caravaggio agli impressionisti e ai macchiaioli, non sia esauribile, né tantomeno definito o concluso. Gli echi delle simbologie degli alberi, dei venti, dei fenomeni che vedevano e vedono l'uomo incantato spettatore, mai del tutto spenti. Così il simbolo è di nuovo interpretato, attraverso alchidici, acrilici e olii, tecniche raffinate cui viene affidato un compito narrativo: dalle cronache di Vitruvio o Plinio il vecchio, ai movimentati tentativi di inizio Novecento di far coincidere cultura, poesia e pittura in un unico afflato.
I tronchi disadorni e solitari di Francesca Ferrari ricordano, ad esempio, per chi non ha perso l'esercizio di ricordare, la
crocifissione di Antonello da Messina, oggi conservata ad Anversa, sintetizzandone la raffinatezza compositiva in un unico richiamo alla caducità, alla spiritualità. Gli alberi piegati dal vento richiamano all'astrattismo dell'Albero rosso di Mondrian, e riprendono la danza delicata attorno all'albero delle Bagnanti di Muller. I paesaggi solitari, dai colori densi, ricordano il seicentesco Hobbema, l'ottocentesco Piccio, ma anche Morandi. Ovunque, nell'evoluzione tipica di un percorso personale di pittura, è espressa la tensione derivante da un desiderio di secolarizzazione, che altro non è se non
il senso della responsabilità dell'atto creativo. Là dove l'individuale sublima se stesso in un unico, collettivo (o globale)
punto di fuga per l'occhio. Punto di fuga, e qui l'illusione e l'incanto della pittura, come unica condizione possibile per la comprensione.

sifossifoco l'ha detto alle 17/01/2007 10:57 e te icché tu ne pensi? commenti (8)
lunedì, 15 gennaio 2007
le ditirambe di dionisoDopo il mio pornoscetticismo su Grazia, un post di Pralina e uno di fikasicula, una gran quantità di telefonate e email private, stasera ne sono certo: le donne non esistono.
Sbagliano le statistiche quando dicono che per quasi il 90% subiscono violenze e advances sessuali, e che il maschio medio a letto dura meno di uno spot pubblicitario. Sbaglia la statistica criminologica che ne vede ammazzate o ferite centinaia all'anno tra le sole mura domestiche. Sbagliano il marketing e la pubblicità che continuano a rivolgersi ad un pubblico che non c'è e con parole chiave sbagliate: pulito, più pulito, magro, più magro, seduzione più seduzione, eccetera più eccetera. Sbagliano gli editori di giornali che si ostinano a riempire le copertine (e gran parte delle pagine interne) con questi fantasmi quasi sempre nudi (o vestiti di griffe) e magri.
Sbagliano le lunghe file di macchine nelle strade di periferia a chiedere il prezzo a marciapiedi vuoti. Sbaglia l'industria cinematografica che propone ancora il modello della fisioterapista "morbida" che rassicura il paziente in imbarazzante erezione. Sbaglia la televisione con tutti quei ballerini e quei valletti brutti ma tanto intelligenti. Sbaglia l'industria pornografica le cui punte di fatturato equivalgono il petrolio. Sbaglia il business della cartomanzia raddrizzacuori, della ricerca dell'anima gemella, della cosmesi e della chirurgia estetica.
Sbagliano le migliaia di centri che cercano di aiutare queste persone che non esistono ad avere gli stessi diritti che si offrono anche agli animali: non essere percossi, né utilizzati per farne pellicce, non finire per la strada o proprietà di un aguzzino, partorire la continuità del genere umano (sostantivo e maschile).
Le donne non esistono, dobbiamo farcene una ragione... e non esistendo loro gli uomini non hanno (sempre secondo le statistiche) quasi più nulla da fare che ricordarsele. Dalla loro estinzione sono nate (ah, il buon Darwin... la fenice!) le superdonne (2.0) di Internet. Libere, consapevoli, divertenti, tutte abitanti in grandi centri urbani, tutte apportatrici di verità ultime, frequentatrici di pornoshop e altro shopping griffato anche nella profonda provincia (98% della nazione), ricche, non sfruttate, autonome, artiste, fighe, superiori, lingerizzate, perizomate, autoreggentizzate, leadershippizzate, phonate, traboccanti sesso bellezza fantasia buongusto e appagamento da ogni poro (non fossero chiusi da quelle creme così costose), forti... magari un po' sole, prima di incontrare il superuomo o più superuomini insieme nello stesso momento e divertirsi un sacco.

n.b. se non ti riconosci nella categoria superfemmina qui sopra, nuova dominatrice della terra (o hai suggerimenti) magari hai un marito che ti mena o che ti ignora ma non puoi lasciarlo perché non ce la faresti economicamente, un fidanzato stronzo che però un giorno cambierà, un lavoro precario e umiliante proprio in quanto femmina 1.0, vivi in un posto dove la cosa che si usa di più è il telecomando della televisione, e lavori, badi alla casa, alla spesa, ai bambini e ai soldi che non bastano mai... allora sì hai bisogno d'aiuto, o forse solo di rifletterci su. Senza raccontarti le favole, eh?
sifossifoco l'ha detto alle 15/01/2007 23:58 e te icché tu ne pensi? commenti (24)
venerdì, 12 gennaio 2007
sono un pornoscettico
Ebbene sì, sono un pornoscettico!
sifossifoco l'ha detto alle 12/01/2007 11:38 e te icché tu ne pensi? commenti (6)
giovedì, 11 gennaio 2007
le bugie hanno le gambe che hannoLe bugie hanno le gambe corte, dice il proverbio. Ma in un mondo dove le cose che si ascoltano sono così moltiplicate (da media e pubblicità, anzitutto) la lunghezza delle gambe è indifferente. Così la bugia - di solito più elegante e simpatica rispetto alla più colpevole menzogna - rischia di diventare una "modalità" del comunicare comune. Certo qualche bugia la si è sempre raccontata, ma un tempo essa rimaneva relegata a quei pochi momenti in una vita: una vacanza un po' sopra le righe, un corteggiamento audace, la spacconata per far colpo. Momenti liberatori in cui anche la persona più modesta poteva fingersi scrittore, agente segreto, principe spodestato, nobile decaduto, genio in incognito… e con quel teatro senza imbarazzo divertire di gusto l'occasionale platea. Certi mestieri poi, quali il giornalista, lo scrittore, il regista, il nobile, hanno sempre quel fascino (per chi non li fa) che sono sempre in cima alla superclassifica delle bugie. E le persone normali? Quelli che fanno la segretaria precaria, l'impiegato al tribunale, il verduraio, l'acconciatore per cani, esistono ancora? A sentir loro no. Quelli che conosco io si presentano tutti con un'arte o un ruolo che non hanno. Ciò che mi stupisce è che lo fanno così sinceramente da crederci loro in primis, e tutti i giorni. Proprio stamattina un poeta famoso che per caso si trovava dietro al bancone del bar m'ha fatto un caffè che era una bugia, la cassiera a cui ho pagato invece è rabdomante.
sifossifoco l'ha detto alle 11/01/2007 11:53 e te icché tu ne pensi? commenti (9)
mercoledì, 10 gennaio 2007
produzione selvaggia di energie alternativeChe banalità queste energie alternative. Queste eliche e coclee che costantemente girano. Io l'energia la produco da me, tutti i giorni. Ho imparato a misurarla in kilowattora. Ogni mattina, a esempio, esco di casa e son costretto a scansare le cacche sul marciapiede (avvelenerò con una polpetta la signora bene con ben cinque barboncini svizzeri dalle merdine di precisione) e giù due kilowattora. Poi c'è il breve addio dopo l'incontro per il caffè e il buongiorno: a volte anche sei kilowattora. Arrivo in studio, a piedi e con calma, cercando di rimaner vivo in una città dove la ZTL non contempla il pedone, e prima di girar la chiave nella porta e tuffarmi tra le mie carte, ecco che ho già prodotto almeno un altro kilowattora e mezzo. In ufficio ci sto non più di quattr'ore (le restanti dodici le lavoro comodamente in trasferta), che però producono dieci kilowattora almeno. Oggi, verso mezzogiorno, con una telefonata sola di dieci minuti ho superato il fabbisogno dell'intera settimana. Siccome non credo di essere speciale (ma frequento poco la gente, e niente quella che un mi garba) immagino che quasi tutti sian messi come me: con quest'eccesso di produzione di kilowattora. Allora s'è risolto il problema, ci attaccassero un bel filo di rame e si fa una centrale.
sifossifoco l'ha detto alle 10/01/2007 13:25 e te icché tu ne pensi? commenti (5)
lunedì, 08 gennaio 2007
Saldi, grandi firme, affaroni elegantoniOgni anno questa storia dei saldi grandi firme. Nelle periferie urbane arriva il furgoncino con il caporale e per venti o trenta euro reclutano le comparse per metterle in coda a beneficio dei fotografi davanti ai negozi in Montenapo o in via Tornabuoni. Pochi scatti, qualche ripresa, e il gioco è fatto: l'italico giornalista ha il suo servizio già bell'e pronto. Diranno che le code sono chilometriche, intervisteranno qualcuno che per distinguersi giurerà che è in attesa dalle sei e trenta del mattino e che si è persino portato da casa il panino. Nei negozi entreranno poi tutti quelli che non ci vanno mai. Faranno un giro per curiosità, come si fa in certe chiese del centro o fuorimano, alla ricerca dell'insolito mai visto... sperando nella grazia, si rivolgeranno ai commessi  facendo finta magari di parlare un'altra lingua, e poi torneranno in strada senza aver acquistato niente e senza nemmen farsi il segno della croce.
Povere grandi firme. Costrette tutto l'anno dal culto dell'immagine a regalare montagne di pezzi alle redazioni (passando da quel colabrodo che sono errepì e ufficistampa) finiranno col fare un po' di business solo nelle stockhouse di provincia e in quelle fetecchie tristi di outlet del fashion in stile Gardaland tra autostrade e tangenziali. Delle collezioni mainstream soltanto qualche pezzo va venduto in stagione, a clienti sprovveduti che finiranno per metterli una volta e chiuderli in armadio, nel timore (incomprensibile ai più) d'essere scambiati per quelli a cui lo stesso capo è stato svenduto o regalato, e si vede. Oh se si vede.
sifossifoco l'ha detto alle 08/01/2007 00:59 e te icché tu ne pensi? commenti (13)