giovedì, 26 luglio 2007

Un grazie a Cinzia Leone per questo po' po' di post!
sifossifoco l'ha detto alle 26/07/2007 10:22 e te icché tu ne pensi? commenti (6)
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paréa mota... unn'era (anonimo toscano)
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giovedì, 26 luglio 2007
![]() Un grazie a Cinzia Leone per questo po' po' di post!
sifossifoco l'ha detto alle 26/07/2007 10:22 e te icché tu ne pensi? commenti (6)
lunedì, 23 luglio 2007
Ah l'imitazione! Quel terreno di discrimine, segno di confine, tra l'impersonalità (la ricerca d'identità) e la personalità (si finisce con l'averne una a una certa età, per quanto sbagliatissima). L'imitazione, anche la più intelligente (che sarebbe semmai, la citazione) è il gesto sicuro che fa l'imbecille e, dopo la terza media, l'imbecille senza scusanti. L'imbecille al massimo grado sociale, che poi è decisamente il più basso: ironia della sorte. Ogni epoca ha, dunque, i suoi imitatori e i suoi imbecilli (e non scambiare per filosofia l'osservazione) e tra questi, se già fosse possibile scendere la china dell'orrido, gli imbecilli e gli imitatori che arrivano in ritardo. Se ne potrebbe scrivere a lungo, ma valga per tutti come esempio il fu Carmelo Bene. Egli vanta più imitatori imbecilli che compianto (le ingiustizie della vita, alle volte) e tra questi tutti i ritardatari. Non più dunque, i soli imitatori ormai sedimentati negli anni Settanta, Ottanta e Novanta, ma adesso i nuovi del 2007... tutta gentuccia che nello sforzo d'aprir bocca (si rilegga l'importanza data al silenzio da Paolo di Tarso in avanti) stringe la narice, si succhia la guancia già emaciata e poi eròmpe in per niente allegri farnetichìi. Gente in ritardo, più che ritardata, che del Carmelone nazionale ha capito solo qualche bestemmia (che gli era familiare per frequentazioni) e l'unico tifo per loro veramente invidiabile, quello della platea costanziàle, già vivaio negli anni Ottanta del nulla dell'oggi. Ah l'imitazione... quell'arte che si apprende fin da bambini, con l'imitare continuo un babbo e una mamma supereroi che poi, evidentemente, si son confusi (fagocitati, forse) in questa folla, credendo (come no?) che fosse il popolo.
sifossifoco l'ha detto alle 23/07/2007 14:11 e te icché tu ne pensi? commenti (3)
giovedì, 19 luglio 2007
E se mandassimo Firenze da un buon psicoterapeuta? La città ha tanti difetti, certo, ma forse ce n'è uno che li racchiude tutti e che un esperto di cervelli può curare, singolarmente o collettivamente. Il difetto è: pensare sempre troppo in grande. Prendi ad esempio l'Arco di San Piero. La gente che ci vive o ci lavora si accontenterebbe di piccole cose: le strisce pedonali da Borgo Pinti per non rischiare la vita ad ogni attraversamento, un po' di terra e fiori sull'orribile triangolo di cemento sullo slargo tra l'Oriuolo e Sant'Egidio, il permesso ai negozianti per metter fuori qualche vaso di fiori, lo spostamento qualche metro più in là dei cassonetti più lerci che mi sia capitato di vedere, e poco altro. Tutte cose che, in una città non ammalata di grandeur, si fanno con un operaio, poche ore e un po' di buona volontà. Invece no. Firenze non le vuol proprio fare queste piccole cose, perché pensa in grande. L'arco di San Piero dev'essere totalmente rinnovato (ma si vede che basterebbe una mano di bianco) e il rinnovamento deve integrarsi a un grande progetto urbanistico-culturale-architettonico con uno sguardo al sociale e un'integrazione al ripensamento del rapporto del commercio e la città in chiave sociocentrica e non edonistica. Così se un volontario, armato di vernice e pennello, si dipingesse da solo le strisce pedonali, rischierebbe la prigione per terrorismo, associazione a delinquere e vilipendio dello scolapasta in testa alla città. Più grandeur di così?
sifossifoco l'ha detto alle 19/07/2007 10:08 e te icché tu ne pensi? commenti (11)
venerdì, 13 luglio 2007
la cosa che studiassi di più, quando ero ragazzo, era lo scolorimento dei jeans. Mi ci applicavo tanto che il tempo (inteso proprio come soggetto) passava senza accorgersene. Non che da quello dipendesse (come spesso accade, negli abiti che fanno il monaco) un certo successo sociale, o l'attenzione di una qualche sgarzulla (il termine giustifica da solo le femministe di allora)... no, nulla di tutto questo. Lo scolorimento dei jeans, del resto, era uno dei fenomeni meno importanti, tra i tanti cui la gente si occupava in quel periodo. E forse proprio per questo io gli dedicavo gran parte delle mie passioni di ragazzo, con insignificanza.Va detto subito che scolorirsi i jeans non era, nonostante tutto, un'attività molto facile. Essa cominciava al mattino presto quando il tessuto di cui son fatti questi calzoni ancora dorme. Un leggero strato di borotalco e sabbia di fiume veniva sparso lungo tutta la superficie vestibile. Questo veniva poi sparso finemente con una spazzola morbida e lasciato agire per un tempo variabile. Poi si sbatteva forte il jeans contro una superficie ruvida, di solito il muretto di una terrazza, e infine strigliato lungamente con una spazzola più dura, come quelle da bucato. Finita questa operazione i jeans si indossavano. Anche questa era un'arte. Poiché in tempi così concettuali non era contemplato l'indossare inconsapevole, o magari troppo pigro. Una volta vestiti, ogni occasione era buona per scolorire, per ammorbidire, per tormentare e sbattere. Dunque ci si sedeva sugli scalini, sulle pietre della strada, sulla corteccia dura di certi alberi. Non di rado si conservava in tasca qualche minuscolo pezzetto di carta vetrata, oppure una lima a ferro, approfittando di quei particolari momenti di sonnolenza che si soffrono sui banchi di scuola per tenere almeno in movimento le mani. Poi c'erano i lavaggi, non troppo frequenti. S'era sparsa la voce che il sudicio esercitasse anch'esso una, seppur blanda, azione corrosiva, e se ne approfittava largamente. Il lavaggio era, a modo suo, una piccola frattura sociale. Esso divideva quella infinitesima porzione di mondo dove vivevo io in due precise scuole di pensiero: quella del lavaggio a mano, con ruvidi sfregamenti sulla pietra zigrinata del lavatoio domestico; e quella del lavaggio meccanico, in una comune lavatrice di quei tempi. Personalmente ho sempre ritenuto, in un'opera che oggi potremo tranquillamente definire d'arte, che l'ausilio meccanico non sia che un inquinante. Non tanto per una visione un po' tradizionalista delle cose, quanto per una questione di ordine morale: per conservare cioè quell'assoluto rapporto fra pensiero, azione e risultato. Avevo dunque le mie buone motivazioni, e con queste sono cresciuto. Anche oggi che i jeans non li indosso più e che la scoloritura è un fatto lontano, oniricizzato e puramente scenografico. dedicato a americanino jeans
sifossifoco l'ha detto alle 13/07/2007 09:18 e te icché tu ne pensi? commenti (7)
giovedì, 12 luglio 2007
Il calcio in costume, che nostalgia. Da due stagioni è annullato perché i giocatori si scazzottavano troppo e le Istituzioni non possono accettare tanta violenza in piazza. Ma l'altra sera, proprio lì dalle parti di Santa Croce, m'è capitato comunque di assistere ad una partita evidentemente clandestina. Mancava la palla, mancavano le cacce, mancava il pubblico pagante e plaudente, ma per il resto si scazzottavano lo stesso di santa ragione. In barba ai regolamenti, e alla più elementare civiltà, si fronteggiavano persone comunque vestite anche di bianco, di azzurro, di rosso e di verde. Erano solo meno eleganti e disciplinate. Sì, perché tutto sommato, le regole del vecchio calcio in livrea (come ancora lo chiamano i più raffinati) per quanto foriere di risse, erano comunque una disciplina. Avevano un senso, una dignità, il blasone di vecchi futuri papi (il calcio in costume ne conta ben tre nella sua storia). Queste partite clandestine, invece no, non hanno altra regola che rabbie indecifrabili. Tra le risse del calcio storico e queste scazzottate spontanee di oggi, non c'è tecnicamente differenza: le stesse forze dell'ordine, gli stessi luoghi, le stesse ambulanze, la stessa confusione. La differenza è solo morale: un pubblico più spaventato, un bel po' di malumore, e quasi più nessuna vacca chianina per cui valga veramente la pena di combattere, qui nell'arena senza rena (ma con più urina) di una città che no, non può proprio accettare la violenza in piazza.
sifossifoco l'ha detto alle 12/07/2007 09:09 e te icché tu ne pensi? commenti
mercoledì, 11 luglio 2007
Sarebbe da raccontare la storia iconografica di gigi il barbiere di via pietrapiana, lui con quel negozio pieno di calcio in costume... quadri, foto, livree appese... e quella sua clientela, ormai rassegnata a un gioco che non esiste più e che comunque fa parte dell'intera iconografia fiorentina, di quei quartieri pratoliniani, di quei film, di quella radio che si produceva al centro rai con attori spesso ancora intonsi, di quella parlata che ogni tanto la pubblicità ancora scimmiotta con gli attori milanesi da spot che non ne masticano la fonetica ma solo la corteccia fintodolce. C'è tutto un mondo dentro il negozio di gigi, il lavandino incrostato di calcare d'arno e d'acquedotto fiorentino, lo spruzzino dell'acqua per quei clienti che intendono risparmiare sullo shampoo e che se lo fanno in casa poco prima della tonsura programmata. Del vecchietto, lì sulla poltrona, che non ha timore a dire che la pensione è tanto magra che è ben più duro del lavoro fare economia. Quest'angolo di firenze ancora appeso al filo della storia, che per proteggersi dal parcheggio selvaggio espone ogni mattina vasi di piantucce stènte, che fungono da dissuasori ancora meglio che i grigi panettoni dell'ovunque che puzzano di mussoliniano impero. Questa firenze e questo popolo ancora a metà tra l'odore di bottega e il sovradimensionamento asettico (per coprire illusoriamente le tante putrefazioni) della grande distribuzione. Sarebbe da raccontare questa storia, se essa non finisse proprio lì dove nasce, con il minorato mentale la mattina presto, pettinato altritempi, vestito con frusti calzoni da mercato e una camicina fantasia che chiede a chiunque una sigaretta, purchè sia. E' un territorio di frontiera il negozio di gigi, un deserto dei tartari in pieno centro, inconsapevolmente ci trovi kafka, hrabal e heidegger, caravaggio che va a braccetto con signorini, un design scevro da ogni orpello, che non starebbe bene, per un barbiere, di qualità. L'unico incontrato in una vita che ancora stacca ad ogni taglio una ricevuta fiscale, al povero quanto al principe, e senza batter ciglio, senza un sospiro.
sifossifoco l'ha detto alle 11/07/2007 12:58 e te icché tu ne pensi? commenti (2)
giovedì, 05 luglio 2007
Martedì sera, in via de' Malcontenti di nome e di fatto, ho scoperto tutto l'amore che questa città ha per il teatro. In cartellone c'era uno spettacolo nuovo: Consiglio di Quartiere Uno. Una sola rappresentazione in programma. Sul palcoscenico un cast amatoriale. Due assessori a tempo pieno e varia compagnia cantante, su una trama inedita: era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti. Larghissima la partecipazione del pubblico, nonostante l'annosa crisi del teatro di cui tanto si parla. Un pubblico vivo, che spesso, al dipanarsi un po' inceppante dell'assessorale drammaturgia, ha dato prova di una passione inossidabile: ridendo, urlando e anticipando ad alta voce le battute più ovvie degli attori. La storia era ambientata nella Firenze feudale. Il popolo è in rivolta contro i signorotti che, credendo di dar più allegria al popolo bue, e di distrarlo dai problemi di stato, l'ubriaca ogni sera tra vino e bivacchi per le strade. Ma il vino è avvelenato (l'oste, nella commedia classica, è sempre troppo furbo o malvagio) e i bivacchi rischiano di far infuriare le folle. Allora, temendo il peggio, il signorotto (non privo d'arroganza) finge l'editto riparatore, affrontando prolissamente i temi che ovunque affliggono l'umanità, ricordando con piglio drammatico persino il peccato originale, ma confondendo ad arte la chiappa con la mela. Poi l'epilogo, a votazione unanime: ormai per questa volta si continua a far così. Per il futuro... non si può mica essere indovini.
sifossifoco l'ha detto alle 05/07/2007 10:40 e te icché tu ne pensi? commenti (6)
lunedì, 02 luglio 2007
![]() Io m'aricordo perfettamente quando si viveva assai meglio d'ora. Piglia a esempio la casa. Questo spazio che oggi gli è tutto una gara alla scenografia (e spesso essa stessa unico proscènio) un tempo gli era ì tempio dell'utilità. Capitava d'entrare, durante que' freddi pioggirinellosi degli autunni, e vedere ancora sgocciolante in un angolo la ceratina verde. Le case, in effetti, a que' tempi (per me a dire ì vero, oggi, un po' onirici) avevano un che d'organizzazione militare: la cucina era una cucina, la camera la camera, ì salotto finiva che rimaneva nòvo e tutto l'insieme era un cesso. Nulla di quest'utilità da codice dell'allòggio sfuggiva alla ferrea disciplina dell'economia. In parte perché l'economia gli era, a quel tempo, una forma di sopravvivenza sociale, e un po' perché quella stessa economia gli era una forma dell'essere, per educazione, abitudine e cliché dell'integrità morale. Le stanze tutte illuminate a venticinque o quaranta candele, con quelle lampadine a filamento carbonioso che cominciavano a produrre una luce decente soltanto poco prima dì fulminamento. Dopo ì quale, in tutta la casa (eran tutte crepuscoli quelle lontane sere) si finiva co' ì celebrare - noi così abituati a ì rito e ì rituale - ì funerale dell'osram. Erano ambienti misurati, quelli destinati alla vita, dove non c'era mai ì troppo, né ì troppo poco... piglia l'allegria, a esempio, non mancava mai... eppure, se a qualcuno d'allora, dopo la lauta cena (anche pe' oggi s'è mangiato) ì rischiatutto e la lampadina appena rimessa, tu avessi chiesto: icché si fa? Una voce corale avrebbe risposto in un mezzo e tranquillo sospiro: tiriamo avanti! Perché di più sarebbe stato considerato sgarbàto, e di meno vergogna. leggi anche Chiesetta di campagna, da Idrolitina
sifossifoco l'ha detto alle 02/07/2007 12:26 e te icché tu ne pensi? commenti (4)
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