giovedì, 28 febbraio 2008
L'euro sfonda la quota psicologica di 1,50 sul dollaro. Ora non resta che passare dalla psicologia alla pratica, e farla finita con la retorica sorpassata dei nuovi poveri e le solite lamentele su "quel che costava mille lire ora costa un euro", sui sacrifici futuri, sul tirare la cinghia, sui tagli. La lira non c'è più da anni. Dobbiamo pensare in dollari. la grande moneta dantesca bimetallica da due euro che quasi vi sfonda le tasche vale tre dollari. E se è vero che la globalizzazione ha i suoi vantaggi, tre dollari valgono assai di più di due euro. Guardiamola su scala globale: il cambio monetario di oggi vi ha aumentato di colpo lo stipendio del 50%. Il bilancio familiare è salvo, a condizione di farsi furbi e cominciare a spendere in dollari. Come? Su internet! Non c'è nemmeno bisogno di uscire di casa (che costa). Io da tempo faccio la spesa sul web e mi tratto da re. L'aragosta, ad esempio, costa quasi niente: 7 dollari al chilo. Meno del nostro macinato di seconda scelta. E i carciofi? Altro che un euro e mezzo l'uno: dodici centesimi di dollaro. Stessa cosa per l'olio extravergine di oliva o per il vino: acquistati in California costano un nulla. In questo modo possiamo persino fare delle scoperte. Chi potrebbe immaginare la bontà dei pomodori San Marzano o del pecorino del Wisconsin? Già con questo sensibile risparmio sulla spesa alimentare possiamo pensare più facilmente di metter su casa. Non un appartamento... una villa, con giardino e piscina. In Alabama 350 metri quadri costano 80.000 dollari, e non c'è l'ICI, né la rinegoziazione del mutuo. Andare al cinema costa pochi cents e puoi permetterti quando vuoi una megavacanza su second life, magari con un volo no cost. Proprio con i voli no cost, o al massimo low cost, la mobilità diventa una bazzecola. Al prezzo degli attuali 70 minuti di autobus ingolfati nel traffico, puoi raggiungere Pechino in aereo e rinnovarti l'intero guardaroba griffato in italy con una ventina di dollari. Altro che outlet. E poi ci sono delle soddisfazioni impagabili: fare shopping sulla fifth avenue senza imbarazzo, assistere alla campagna elettorale di Hillary e Obama, invece che alla nostra. Anche la vita acquista un sapore diverso con questa nuova possibilità di moltiplicazione degli euro in dollari. Quasi un nuovo miracolo dei pani e dei pesci. Yes, we can. Peccato che poi arriva la bolletta del gas.
mercoledì, 20 febbraio 2008
Ora che tutti i media le stanno facendo pubblicità, la parola eugenetica si sta diffondendo come un virus. La gente si indigna a pensare all'eugenetica applicata alla vita prima della nascita - come l'aborto - ma pochi si concentrano su quella particolare forma di eugenetica applicata alla vita ben dopo la nascita, in età adulta. Se pensiamo all'eugenetica come la pratica per migliorare la razza eliminando gli individui più deboli o difettosi, ci accorgiamo che ormai nessun settore dello scibile umano ne è immune. Il mondo del lavoro, ad esempio, fa ogni giorno la sua tremenda selezione della specie, arricchendo le cronache nazionali (e purtroppo non solo quelle) con cinque o sei eliminazioni di soggetti deboli al giorno. Su strade e autostrade, in special modo nei fine settimana, la battaglia eugenetica miete vittime a non finire, e non sempre sono i soggetti migliori a sopravvivere. Nella salute pubblica, tra inquinamento, malasanità e altre porcheriòle, la lista delle vittime è sconcertante. Non c'è periodo di freddo intenso invernale che non mandi eugeneticamente all'obitorio qualche barbone. Viviamo in una società disposta all'eugenetica, quella ad esempio che permette, per la stessa malattia, più possibilità di sopravvivere a chi se lo può permettere. Poco importa la retorica dei son sempre i migliori che se ne vanno. In realtà, secondo il nostro eugenetico modo di vivere è più vero il contrario: restano i più resistenti. Noi stessi siamo, a nostra volta, il frutto di un'accurata eugenetica. Se pensiamo agli additivi e coloranti cancerogeni - prima che li vietassero - ingeriti con i cibi industriali, la salute possiamo davvero leggerla come un grandioso miracolo eugenetico. E a questo possiamo aggiungere l'aria inquinatissima ma respiratissima ovunque, l'acqua, la qualità generale della vita, la casualità o il destino. Ogni giorno, uscendo di casa per andare incontro alla nostra giornata, abbiamo bisogno di tutto il nostro impegno eugenetico per arrivare a sera. Un impegno pieno di speranze e di contraddizioni, tra cui anche quella - decisamente comica se non fosse drammatica - di indignarci per l'eugenetica degli altri. Sì, perché oltre all'eugenetica reale, ce n'è anche una psicologica, una politica e persino una etimologica. E' per questo che possiamo condannare l'eugenetica degli altri, chiamando la nostra - ma solo la nostra - coscienza.
giovedì, 14 febbraio 2008
Italiani brava gente, dice il vecchio luogo comune. Ma forse ci si sbaglia. Il detto apparteneva all'italiano d'una volta, piacione, festaiolo e maccheronaro. Una razza che sembra estinta, se non per attitudine al crimine, almeno per la familiarità che oggi gli dimostra.
A guardarlo bene, quest'italiano, lo scopriamo chiudersi in casa la sera con cinque o sei mandate alla porta blindata, e poi sprofondarsi sul divano a gustarsi il crimine televisivo. Leggi i dati dell'audience ed eccoti nella top ten il serial killer a puntate, la strage degli innocenti (un classico sempre in voga), la ricostruzione di ogni più macabro delitto fin nei minimi dettagli.
Eccolo, l'italiano, in coda davanti al tribunale per assistere al processo di Rosa e Olindo in gabbia, o inchiodato davanti allo sguardo della mantide Amanda di Perugia, e pronto a giurare - novello lombrosiano - che l'attaccatura delle sopracciglia della Franzoni spiega tutto il mistero di Cogne. L'italiano contro la pena di morte che, però, un'eccezione per le Twin Towers la farebbe, e forse anche un'altra per il furto all'appartamento di sotto, prima che sia troppo tardi.
L'italiano che - non si sa come mai - è primo nella classifica europea delle violenze domestiche, perché due schiaffi ogni tanto ripristinano il rispetto e consolidano l'autorità. L'Italiano che, almeno a parole, li ammazzerebbe tutti, i delinquenti. Quello che legge gialli e noir, vede solo cinema hard boiled, si emoziona sognante ai bollettini del Ris di Parma, ha opinioni proprie su chi siano i mandanti di questa o quella strage. L'italiano ormai educato alle operazioni di peace keeping con i carrarmati.
Certo non tutti gli italiani sono proprio così. Ci sono ad esempio quelli che mentre guidano inviano l'sms di solidarietà scansando il pedone con distrazione, e quelli che si fermano commossi ad ogni incidente, non tanto per vedere il sangue, ma per una forma oscura di solidarietà. Quelli che ultimamente presidierebbero personalmente ogni sala parto (e forse anche ogni camera da letto) per difendere la vita fin dall'innamoramento.
L'italiano di cui si parla - io per primo - perché lo vediamo ovunque: urlante, spietato, maleducato, stupido, persino potenzialmente pericoloso: l'italiano mediatico. Forse per ricordarci l'italiano che non siamo, o per dirci una volta di più come stiamo diventando, prima che non ci sia più nulla da fare.
mercoledì, 06 febbraio 2008
Dopo secoli di immobilismo, finalmente a Firenze si fa un piano per la mobilità dell'arte. Diciamoci la verità: eravamo stanchi di aver sempre le stesse cose negli stessi posti. Senza un po' di dinamismo la città muore. Per ora, in via sperimentale si sposterà il David di Michelangelo, poi, se funziona, sposteremo tutto. Vogliamo che il patrimonio artistico della città entri finalmente nel vivo delle sue dinamiche, intrecciandosi concretamente con le caratteristiche urbanistiche, sociologiche e commerciali. Solo così potremmo avere finalmente una città unica al mondo. Niente più code in futuro alla galleria dell'Accademia, e nemmeno sui viali. I grandi flussi turistici saranno il lunedì e il venerdì a Brozzi, il sabato e i prefestivi all'Osmannoro e la domenica a Novoli. Il centro, così come lo intendiamo oggi, servirà per manifestazioni aggregative più di rilievo: la maratona, il carnevale interraziale e il mercatino equo e solidale. Era l'ora. I nostri giovani, ad esempio, vanno poco nei musei, e allora via con il museo itinerante: il David in discoteca, il Tondo Doni in birreria, una joint venture per l'esposizione della primavera botticelliana nei negozi intimissimi. Finalmente l'arte diventa di tutti: in modo permanente o persino a progetto, per un occasione speciale. Metti i vantaggi dell'arteterapia al malato terminale con le tele di Guido Reni esposte all'ospedale. Io spero vivamente che altre città seguano l'esempio e che si possa arrivare anche a degli scambi: sogno di ammirare l'Arcimboldo dal verduraio sotto casa, e farei sino a due ore di coda (prenotando il biglietto on line) per visitare il Tiepolo al casello di Firenze Sud. Ci potrebbero essere dei temi, splendidi titoli per mostre di livello mondiale: "Firenze, dai barboni del 2008 ai Borboni del 2009". Pensa quanto girerebbe l'economia. Perché l'arte è da sempre un motore formidabile, fa immaginare tante cose. Potremmo spostare i Prigioni all'esterno di Sollicciano, gustarsi un affresco quando fa caldo, o favorire la grande distribuzione con il tre per due del parmigiano al Parmigianino, dopo dieci volte che ti portan via l'auto col carrattrezzi aver diritto a un Carracci. Mi sembra giusto che la politica di oggi, sublime forma d'arte in esposizione fissa nelle Istituzioni, cominci a pensare a certi capolavori. E' segno buono. Fino a ieri non distinguevano un tizio da un Tiziano.
lunedì, 04 febbraio 2008
che hai sentito d'i' poero marino? Gli ha rimesso ì mandato
la dev'èsse quest'infruenza, dice che ì centrodestra gli ha rigettato tutte l'istanze
madonnina santa, che schifìo, tu m'hai a dire come la un faceva a rimettere
nella cloaca della politica un si salva più nessuno
rimescola ieri, rimescola oggi, rimescola domani
gli ènno sempre tutti a vomita' sentenze di qui e di là
e io un le posso vedé certe cose, fossi lì rimetterei anch'io
ma che ci saranno de' rischi pe'i bambini?
tu ha' ragione va', noi ormai siamo avvézzi a tutto
ma que' poeri bambini, creature innocenti, sarà meglio si rifugino 'nchièsa
sabato, 02 febbraio 2008
Io credo nel bel gesto. E la Pralina ne ha fatto uno degno di monumento. Ha regalato alcuni suoi libri a un libraio fiorentino. Mica uno qualsiasi eh, uno in quel pieno centro da secolare squallore a vita nuova restituito. C'è tanta grandezza in questo, da rendere il libraio immensamente più piccolo di quel che già è di solito. Tanto da non chiamarlo più libraio. I librai oggi sono pochissimi, tanto che pochi possono permettersi di frequentarli e vederli, e agli altri è giusto che si cambi nome: piazzisti, rivenditori, agenti, commessi, concessionari, mercanti, spacciatori, trafficanti, propagandisti talvolta, ma non librai. Essi - ladri di nomi prima che di volumi - rappresentano ormai la viscida ventosina all'estremità del tentacolo di quel polipo che è l'editoria nazionale, pronto a spruzzare inchiostro solo per nascondersi meglio, e sopravvivere. Sì, certo, sopravvivere. Perché ormai questa gentaglia campa la famiglia facendo speculazione degli spazi, come nei supermercati: al metro lineare di scaffale deve corrispondere il ritorno dell'investimento e un po' (troppo, a dire il vero) di guadagno. Il libro, quello vero, non va a metro lineare, né a peso. Il libro, per quanto mi riguarda, va per altezza. Molti non superano il tacco delle scarpe, ma poco importa, vanno sempre per altezza. Invece, nel supermercatone globale, della dimensione verticale si conoscono solo certe bassezze. Tutto il resto è pura orizzontalità, per esser gentili con la piattezza. E' per questo che ho apprezzato la generosità della Pralina, perché ha restituito a un mondo diventato piatto la tridimensionalità che ormai nessuno più sembra osare di vedere. Perché, capisci, spesso il discorso sui libri si fa solo bidimensionale: bisogna promuovere il libro, leggere per non dimenticare, diffondere la cultura, sostenere l'editoria. Tutte cose giuste nella provinciale semplicità della "o" fatta col bicchiere. Poi vai a vedere in tridimensionale e ti accorgi che sotto le montagne dei brunivespa e degli harryteièra c'è il raccoglier dal fango la moneta perduta dall'ignara vecchietta per mettersela in tasca, con scaltrezza. C'è la faccia di chi, come quel signore, tanto preoccupato da chi gli vuol fregare i libri da rubarli lui per primo, se ne è visti regalare alcuni. Grande Pralina: nella tua dolce generosità hai fatto l'elemosina a un bottegaio non povero. E' poca cosa, d'accordo, ma sono sicuro che se avessi avuto di più avresti donato un paio di televisioni a Berlusconi, una ferrari a Montezemolo, una borsetta alla signora Prada. Ma come nei migliori regali ciò che conta è il pensiero, e sono convinto che il gesto in sé già ti rende oltremodo unica.
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