mercoledì, 26 marzo 2008
Altro che pullman e camper e gazebo, la campagna elettorale in corso parla il linguaggio della televisione. E siccome davanti alla tv dalla mattina alla sera ci sono rimasti secondo le statistiche soltanto i vecchi, ecco che la nuova parola d'ordine dello spettacolo preelettorale sono le pensioni. Pensioni in tutte le salse: aumentate, adeguate, slittate, allungate, stiracchiate, moltiplicate, miracolate. Paradossalmente, come accade per tutte le altre forme di pubblicità, non importa che l'anziano spettatore ci creda. Quale massaia non sorride di fronte al detersivo surreale che la proietta televisivamente tra le fibre ingigantite della tovaglia macchiata? L'importante è far girare la voce. Una volta arrivato agli occhi e alle orecchie del pensionato, il passaparola si autoalimenterà da sé, andando ad investire amici, vicini di casa e parenti, persino i nipotini. La dichiarazione fresca di televisione, si sposterà a tavola, ai giardinetti, sui pianerottoli del condominio, aumentandone le proporzioni dai pochi secondi inquadrati dalle telecamere, fino allo sfinimento dei potenziali ascoltatori del pensionato. E meno male che c'è ancora chi i vecchi non li ascolta mai. Si chiama marketing virale, e funziona proprio come un virus. Ogni anziano spettatore, soprattutto il più critico, finisce col diventarne portatore sano: quello ha detto che... l'altro ha detto che... alla fine nessuno ci capirà più niente, statene sicuri. Ed è proprio per questo che funziona.
giovedì, 20 marzo 2008
Mentre leggete queste righe, tredici milioni di persone si stanno muovendo, su e giù per lo Stivale, per raggiungere il luogo di lavoro o tornare a casa. Il numero non me lo sono inventato io. Lo ha diffuso il Censis, nel suo ultimo rapporto sul pendolarismo. I dati sono allarmanti, perché il fenomeno cresce rapidamente di anno in anno. Ogni giorno lavorativo questo esercito di persone percorre 320 milioni di chilometri, effettuati per la quasi totalità singolarmente e con la propria automobile. I motivi di questa crescita esponenziale sono diversi. Chi acquista casa preferisce farlo fuori città, dove i prezzi sono più abbordabili. Nello stesso tempo è difficile, per chi un lavoro ce l'ha, sostituirlo facilmente con uno più vicino a casa. I mezzi pubblici, poi, sono disastrosi: ormai li usano solo gli extracomunitari, gli anziani e i borseggiatori. Risultato: le strade sono così intasate di traffico che la velocità media (che comprende chi sta fermo per gli ingorghi e chi viaggia a 250 all'ora) è di 36km/h, perdendo 72 minuti al giorno per gli spostamenti, oltre ad almeno altri quindici minuti per trovare un parcheggio. Senza parlare dello stress, poiché in queste condizioni quando uno arriva a lavorare è già stanco. Tutto questo mentre qui in città si discute sull'istituzione di un trenino (tipo quelli del luna park) per entrare e uscire in notturna dalla ztl chiusa al traffico da mezzanotte alle quattro del mattino. E dalle quattro a mezzanotte? Attaccatevi al tram!
mercoledì, 12 marzo 2008
La ricetta per il centro della città morente? Apriamo un ristorantino! Lo consiglia dalle pagine del corrierino fiorentino nientemeno che il primo cittadino. Certo, la formulazione è leggermente più complessa, ma il senso è quello. Non un altro ristorante o una trattoria, si badi bene, ma un ristorantino. Nella dimestichezza con il diminutivo traspare tutta una grande ideina: trasformare la storica città in cittadina! Trattare i grandi problemi come piccolini. Sarà un caso o un casino? Non si può sapere oggi, ci vorrebbe l'indovino. A farci un pensierino sarebbe però più facile viverci per il popolino. Il salone dei cinquecento rinominato saloncino del cinquino, là nella palazzina su piazza della signorina. Finalmente avremmo una Firenze più allineata alle grandi città del mondo: Berlino, così come Pechino. Una città più a misura di bambino, aprendo magari qualche cantierino per creare piste apposite per circolare con il passeggino, o per farci passare (e che sarà mai?) il trenino. Avere in ogni parcheggino un vigilino a fare un controllino, elevando al massimo un verbalino. Non avere più un centro, ma un centrino. Tutto commisurato, a modino: osservare la merce esposta quasi come al microscopio, dietro al vetrino. Avere il marciapiedino sporcato solo da qualche bisognino canino e l'asfalto viario punteggiato qua e là soltanto da qualche buchino. Tutto a misura di cittadino. Al posto dell'aeroporto farci un giardino e fare atterrar l'aereo in mezzo alla città, sul fiumicino. Magari spostando quel ponte un po' vecchino a Bobolino, dove i turisti possano comunque acquistarvi un gioiellino. E poi niente più troppe ubriachezze moleste in centro, con l'introduzione del bicchierino, ma soltanto dopo l'una del mattino. Ai minimi anche l'immigrazione, che si risolverà da sé per mancanza di spazio. A disturbare la pubblica quiete solo qualche rumorino e per innalzare i quartieri degradati basterà salire di un gradino. Niente più traffico pesante, solo qualche camioncino, elettrico magari, che fa più fino. Così minimizzando si accorciano anche le distanze: attraversare la ztl in un minutino, andare a vedersi un cinemino a mezz'ora di cammino, avere più spazio in centro per il mercatino, soprattutto per quello che si fa sul tappetino. Su una cosa sola non siamo preparati. Ridurre anche l'uomo ad un omìno. Per quello ho il timore che ci vorrà un attimino.
giovedì, 06 marzo 2008
Tre notizie riguardanti la grande distribuzione. La prima è che un'anziana pensionata di Bergamo è stata sorpresa a rubare merci per il valore di dieci euro in un supermercato. La seconda è che a Milano, in un altro supermercato, una cassiera è stata sorpresa a farsi la pipì addosso, costretta per mancanza di contratto a non poter abbandonare il frenetico ritmo di lavoro. Sono supermercati, quindi, ma in ogni caso è difficile mangiarci, per chi non vi fa la spesa. Adesso ci manca solo che ci scappi il morto - ma a Firenze era già successo anni fa, con l'anziano maltrattato e infartuato per aver rubato un salamino - e anche i supermercati entreranno nel novero dei produttori di morti bianche. Come se poi la morte non fosse unica, ma variegata nei colori, tuttigusti. In effetti anche il supermercato è un'impresa come le altre, è legislativamente protetta dal saccheggio, ed è altrettanto legislativamente protetta nel modo di trattare i lavoratori. La contraddizione si apre solo quando il supermercato cerca di farsi credere ciò che non è. Anzitutto nel profitto. Nessuna azienda quanto il supermercato tenta di nasconderlo inondandoci di quasigratis e treperdue, di mascherarlo d'umanità con i cuori che si sciolgono e i fagiolini del Burkina Faso, con il contributo alla ricerca di questo e quello, promozioni, regalìe. Poco importa se poi, tra le mille offerte depositate a tonnellate nelle cassette delle lettere (pratica non proibita nemmeno in tempi di emergenza rifiuti) non ce ne sia una dedicata ai poveri nostrani, o tesa a dimostrare una maggiore etica verso la piaga del precariato nel lavoro. Il supermercato, in quanto impresa economica, non regala niente. Nemmeno quel che butta via. Ed ecco la terza notizia: una recentissima ricerca inglese ha dimostrato quanto la grande distribuzione abbia un ruolo di primo piano nella produzione di cibo-rifiuto. Solo in Gran Bretagna i supermercati buttano nella spazzatura (perché scaduto o non più vendibile come freschissimo) il cibo equivalente a quattro volte il fabbisogno alimentare del Burundi, dove ancora si muore di fame. Non è difficile immaginare che anche in Italia si fa così. E che nemmeno in Italia ci sia una legge che lo proibisca. Una piccola, elementare regola civile che eviti ad una donna anziana di rubare il pane per sopravvivere, e ad un altra di scoppiare, pur di farle battere uno scontrino in più.
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