lunedì, 26 maggio 2008
La parola "cultura" è diventata una di quelle più abusate dell'intero vocabolario. Versatile e opinabile nel significato, per cui può essere cultura anche il biglietto redatto dalla massaia con la lista della spesa, essa è di solito stiracchiata e adattata sempre di più alla parola evento. Quasi a significare che senza evento, senza spettacolarizzazione, non possa esserci cultura. Ce ne accorgiamo ogni volta che, pescando nei budget e nei finanziamenti pubblici destinati alla cultura, ci vengono proposti con questo nome solo degli eventi, oppure ancora meno: delle semplici occasioni per radunare la folla. Il difetto nasce dall'idea che tutto debba essere per forza spettacolarizzato (con gli stessi canoni dell'audience televisiva) in modo da richiamare il più alto numero possibile di "spettatori". Un fraintendimento ormai tipico di chi dovrebbe occuparsi o fare cultura. Così, tanto per fare un esempio, il chiosco provvisorio di un bar estivo in una piazza cittadina altrimenti deserta è sempre più spesso definito evento culturale. Tutti sanno che radunare un certo numero di persone che bevono una birretta al fresco non ha nulla a che vedere con la parola cultura, ma si fa quasi sempre finta di niente. Il problema è dovuto al fatto che il termine cultura è una definizione intangibile. La cultura non è un oggetto che si produce e si impacchetta, è piuttosto un'attitudine, uno scenario mentale. Chi vuole cose più tangibili, che richiamino pubblico attorno a una cosa concreta, dovrebbe più diligentemente utilizzare la parola festa. L'estate fiorentina, ad esempio, non è un fatto culturale, ma un insieme di festicciole che richiameranno in alcuni punti della città un certo numero di persone. Ho letto che nell'urbanisticamente terribile rettangolo di cemento che si affaccia sul mercato di Sant'Ambrogio sarà allestito un ristorante provvisorio di pesce, con erba sintetica e finti palmizi in plastica. E' probabile che uno scenario così sia una bella festa, ma di certo la parola cultura gli sta un po' strettina. Cultura è piuttosto il contrario: far sì che in quel rettangolo le persone possano allargare gli orizzonti dei propri pensieri, accrescere il proprio sapere, scoprire una nuova visione della città o del tempo libero. Non credo che per far questo bastino un paio di palme di plastica e un po' d'erba in metacrilato, né l'impepata di cozze.
mercoledì, 21 maggio 2008
Troverei eroica la lettura pubblica di Dante. Soprattutto se non vi si applicassero le indulgenze tipiche della manifestazione di regime, della stortura pubblicitaria e del peggiore reality show televisivo. La manifestazione di regime ha bisogno di bandiere e segnali, ed ecco allora comparire in gran sfarzo le pettorine e le canotte, persino gli shopping bag, rigorosamente personalizzati con marchi istituzionali e indicazioni della cantica blaterata. La stortura pubblicitaria è data dal mito del depliant ad alto spreco di carta (tondi, in modo che oltre il perimetro sia prodotta spazzatura) senza un preciso perché. Reality show televisivo perché ormai la televisione ha pericolosamente cancellato ogni personale pudore in nome di un entusiasmo di gruppo che solleciti il voyeurismo. Eccoti allora il rap in coppia dell'infernale cantica agli angoli delle strade, con sottofondo di auto che passano e di turisti scocciati, eccoti la barca sull'arno microfonata, eccoti l'esibizionismo becero del mediocre che tanto piace ai milioni di persone (ma ce n'erano assai meno) che magari non conoscono l'Alighieri, ma il Benigni lo hanno anche in dvd. Un Dante di nuovo esiliato (e mai reintegrato tra i residenti in città) rappato, roccheggiato, biascicato, bestemmiato. In nome della cultura nuovamente volgarizzato. Anche quest'anno lo hanno chiamato "il genio fiorentino", ma mi chiedo: al posto di un genio solo, non sarebbe meglio una molteplicità di piccole intelligenze diffuse?
martedì, 13 maggio 2008
giovedì, 08 maggio 2008
venerdì, 02 maggio 2008
 C'era una volta l'anarchismo combaciante. Certo eran tempi dimolto giovanili, acritici quasi, forse confusionari, eppure gli era difficile allora tracciar la differenza netta tra l'individuo anarchico e il rosso proletario. Poi, credo per sopravvivenza dell'anarchismo, si presero strade diverse e ci si perse spontaneamente di vista. Iniziarono, dapprima, a cambiare certe piccole cose (ma nel piccolo ci è sempre stato il seme del grande) quegli atteggiamenti "morali" sempre di gran voga nel comunismo di classe e del tutto ignorati dall'anarchismo. Il primo maggio, a esempio, vi sembra intelligentemente una data in cui far festa? A me ha sempre messo la tristezza deprimente di quei modesti compleanni festeggiati in pizzeria col vestito nuovo, il conto alla romana e il regalino che basta il pensiero. Ma non è il primo maggio il punto, lo si sa, né la pizzeria. Il punto è un altro. Il punto è che a un anarchico può cambiare la vita, ma non l'ideale. Invece al cambiare della vita di un comunista corrisponde un cambiamento di prospettiva equivalente. Non si fa che parlare di tutti quei comunisti che recentemente son passati alla lega o a alemanno: essi non hanno tradito né si sono persi, hanno fatto outing, sono sbocciati. E non mi si venga a dire che quelli comunisti non lo erano, o non lo sono più (stiano tranquilli i marxistileninisti di vecchia o fresca data), essi sono rimasti comunisti. L'Italia è una nazione (e smettete di chiamarlo paese una buona volta) comunista, che pensa da comunista. Persino berlusconi è comunista. E' comunista perché, da sempre, c'è questo attaccamento al bisogno e al suo senso pratico, alle cose. Da sempre privilegia l'ottenere, dal pensare. C'è differenza tra il voler ottenere la villetta a schiera in periferia col mutuo ventennale e la villona in costa smeralda? No, per l'anarchismo no. Tra un destrorso che desidera cose oggettive per sé e per i suoi amichetti e un comunista che desidera (pur nell'illusione di un linguaggio differente nella metodologia) le stesse cose, c'è forse differenza? Quelli che manifestano in piazza perché desiderano un lavoro, non sono forse in nuce quelli che domani (se non è già successo) desidereranno anche uno yacht?
I puri di cuore (imberbi) che hanno letto sin qui saranno un po' arrabbiati, o forse se la ridono, eppure basterebbe non aver mai festeggiato un primo maggio e aver saltato l'appuntamento con diversi compleanni in pizzeria, per accorgersi comunque di quanto proprio un proletario (finanche un comunista) può diventare stronzo: fatevi un giro tra gli ex operai oggi imprenditori (o dirigenti, o kapo'), tra ex sindacalisti oggi banchieri, tra gli ex compagnucci oggi imboscatissimi dell'accredito funzionariale al ventisette del mese con parziale accredito sul mercato borsistico. Fatevi un giro nella politica di rappresentanza, la rossa, che al pari della bianca, della grigia e della nera, manovra l'incolore economia delle banche, delle assicurazioni, dei supermercati, dei posti di lavoro, dei favori, degli immobili, delle fiduciarie che nascondono i nomi e tralasciano i comportamenti. Compagni, nella nazione dei tutti compagni. Comunisti, nella nazione dei tutti comunisti che non ci sono più comunisti. Credetemi, i comunisti non ci sono mai stati. Qualcuno li chiamava così, perché non li conosceva per nome. Quel che è rimasto non è che una comunanza: il telefonino già alle elementari, la scheda premium per la televisione, la macchina, l'outlet, il cinema multiplex, le vacanze esotiche di massa, l'acquisto di manodopera sfruttata terzomondista attraverso la moltiplicazione e l'esagerazione di ogni tipo di squallido consumo, la testa piena solo di chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere, la memoria corta, il desiderio di sicurezza, la cultura di massa, le telecamere ovunque, la protesta a pagamento perché spettacolo, i cortei e gli slogan col camioncino davanti e la musica delle mayor che parla per te, le ronde di nascosto, la proprietà privata. La proprietà privata, che se non è più un furto, occorrerà imparare a rubarla, ma più spesso a chiederla, come un diritto. Come hanno fatto tutti, già come no. Buon due maggio dunque. A tutti quelli che non combaciano più.
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