lunedì, 23 giugno 2008
Il caldo confonde le idee e spiluccando notizie di cronaca qui e là, per un attimo ho confuso il Marmugi (presidente di quartiere) e Armani (lo stilista). Il primo soddisfatto per la nottataccia in bianco avvenuta di recente oltrarno, il secondo scandalizzato dall'orrore in cui versano i centri storici, il nostro compreso. Il fraintendimento, in questo caso, ha qualcosa di freudiano. E se provassimo davvero a pensare (per gioco) a un amministratore locale che veda la città come uno stilista e uno stilista che la pensi invece come un'amministratore locale. Il primo rivoluzionerebbe immediatamente gli spazi del centro storico: via la marmaglia, che può andare a ubriacarsi e a orinare anche in aperta campagna (magari organizzandogli un rave direttamente in discarica con imbrocco assicurato tutte le sere); via il sudiciume di quei cassonetti il cui ultimo lavaggio risale al mesozoico; via lo squallore del disordine ovunque. Poi una bella operazione di make up: strade curate e pulite, spazi diffusi per sedersi e chiacchierare, e un'idea per trasformare le mille bellezze della città in altrettante occasioni per amare il marchio (in questo caso Firenze) valorizzandone l'aspetto estetico senza tralasciare quello emotivo. La gente potrebbe passeggiare a notte fonda senza farsi bagnare i piedi e appestare i polmoni dalle spazzatrici il cui unico motivo del servizio notturno è aggiungere caos al caos senza riuscire a partorire nessuna stella danzante. Allo stesso modo, lo stilista, se la pensasse come un amministratore pubblico, troverebbe trendy e soddisfacente la sfilata di tossicodipendenti in negozio, disseminando lattine di birra e bottiglie rotte sul pavimento in modo da attrarre i clienti più chic, offrendo tartine di kebab dal caratterisco odore, e intrattenendo chiunque con un festival di rutti e il chiosco (in subaffitto) per dispensare birra di terza categoria in meravigliosi contenitori in plastica, facendola pagare come al lounge del Savoy. Fantasociologia, ovviamente, perché non è mai successo che dalla scuola (scuola?) dove nascono gli amministratori pubblici sia nato uno stilista, né viceversa. Entrambi studiano materie diverse, che hanno a che fare con due aspetti diversi dell'estetica umana. Agli amministratori pubblici interessano le teste senza i corpi, agli stilisti i corpi senza le teste. Peccato, vero?
lunedì, 16 giugno 2008
E pensare che ci spaventava tanto il millenium bug. Invece è la doppia P la vera preoccupazione di questo terzo millennio. La P di petrolio e la P di pannocchia di mais. E se per il petrolio ormai sanno tutti che è la speculazione finanziaria e non il calo delle riserve a far volare i prezzi, per la pannocchia il problema è più complesso. Il mais non ci basta più. Non basta a sfamare i 6,7 miliardi di persone che abitano il pianeta. Alcuni ecologisti sempliciotti già penseranno: è colpa dei biocarburanti! Ma in effetti il biocarburante è solo l'ultima trovata in ordine cronologico. Noi tutti, a conti fatti, ci cibiamo solo di mais e ne consumiamo a tonnellate anche per non cibarci. E' mais trasformato la bistecca che portiamo in tavola, il pollo e la frittata, l'addensante delle mille salse, il lucidante per far più belle le mele e le zucchine, c'è mais (la molecola) in una quantità di bevande, utilizzato in abbondanza come correttore o insaporitore. C'è mais inoltre nelle vernici, nei tessuti, nei sacchetti per la spazzatura, nelle calzature, nelle cannucce delle penne biro, nella patinatura delle nostre riviste preferite e in mille altri prodotti. Una recente ricerca americana afferma che nei supermercati statunitensi quasi il 60 per cento degli articoli in vendita, alimentari e non, ha dentro il mais. Un bel salto avanti per una società consumistica, come quella italiana, cresciuta fino ai tempi recenti a mais e poco altro: chi non ha mai sentito raccontare dei tempi della fame e della famosa aringa appesa al centro del tavolo su cui si strofinava sopra la fin troppo quotidiana polenta? Un salto indietro spaventoso invece per quella gran parte del mondo che contava sul mais per mantenersi in vita. Per loro una nostra cotoletta di pollo o una bistecca sono una settimana di vita, un pieno al SUV equivale a circa un anno di sopravvivenza. Mentre la gente muore noi, anime belle, corriamo il rischio di asciugarci le lacrime in un elegante fazzolettino di mais, contenuto in una custodia di mais, nelle nostre tasche o in una borsetta di mais. Tutto questo perché non sappiamo più farne a meno: come tanti polli d'allevamento il mais, trasformato in migliaia di prodotti di largo consumo, ci viene gettato dall'alto, e noi - protestando magari contro le multinazionali del petrolio - ce lo becchiamo soddisfatti!
lunedì, 09 giugno 2008
Un giorno te ne stai in cima a una collinetta, credendo di respirare una boccata d'aria buona, e invece corri il rischio di respirarti un cadavere. Già perché il morto sottoterra ormai non è più chic, e c'è il boom di quelli che si fanno incenerire e poi disperdere al vento. L'ultimo in ordine cronologico è il regista Dino Risi, ma solo nella scorsa settimana ce ne sono stati tre o quattro di famosissimi, tipo il tizio che produceva le patatine nel tubo e che proprio dal tubo si è fatto sparpagliare al vento. Che tutto derivi dal celebre detto: polvere eri e polvere ritornerai? Non credo. Penso piuttosto alla solita isteria collettiva: nella società dove non si esiste se non si è sovraesposti (mediaticamente o con media più artigianali, quali l'urlo, la maleducazione, l'arroganza) diventa trendy l'invadenza anche da morti. Ritornerai polvere, sì, ma negli occhi della gente, o perlomeno nelle narici. Il tutto condito con del macabro: il rimescolamento delle ceneri dei coniugi, in modo da ricongiungerli post mortem, la fusione delle ceneri in colata di bronzo a mo' di monumento, e altri che mi risulta stomachevole citare. Se la moda prende piede ci sarà da aggiungere alle centraline della città un parametro in più oltre ai soliti ozono e polveri sottili, il limite della ventilazione delle ceneri funebri. Se non si alza un po' di più la soglia della decenza (limitando gli umani capricci del defunto) finirà che il regista estinto sarà disperso in un cinema multisala, il cantante lirico alla prima del Maggio, lo scrittore o il poeta inserito pazientemente un granello alla volta nei volumi della biblioteca o della libreria dove andava sempre. Rimarrà poi il dilemma delle ceneri dello chef di fama utilizzate come condimento dei piatti serviti al suo ristorante, e di quelle dello stilista sublime immesse nell'ordito dei "crêpes de chine" dei suoi abiti da sera. E che dire poi, visto che chimicamente certa roba è un perfetto sbiancante in lavatrice, di quei cinici che non esiterebbero a farne un business? Sarò forse fatto all'antica, ma questa idea dei morti inceneriti non mi va. Trovo che, soprattutto i grandi uomini, dovrebbero più degli altri dimostrarlo anche nella capacità di immedesimarsi nell'Esposito Gennaro netturbino della famosa "livella" di Totò, lasciando ai vivi il piacere della brezza.
lunedì, 02 giugno 2008
La solita lentezza burocratica ci ha messo poco più che settecento anni, ma ora Dante può tornare a Firenze. Se fosse ancora vivo (ma è difficile che in città ci si sbrighi così per i vivi) troverebbe pronto il comitato di accoglienza: una visita alle sede di Forza Italia che tanto si è data da fare per ridargli cittadinanza, e poi le consuete strette di mano: il sindaco, l'assessore, il comandante della polizia municipale. Un pranzo, un vernissage, una festa con le autorità. Una giornata speciale, ripresa in mondovisione e commentata in diretta. In tempi di fuga di cervelli finalmente un cervello che ritorna. Poi, di buon'ora, il vecchio Dante andrà a dormire in un albergo cinque stelle, allegro e frastornato. Al mattino dopo si presenterà il problema di come campare: al suo attivo ci sarebbero milioni e milioni di euro di diritti d'autore, ma è certo che nessuno glieli vorrà dare. Scegliendosi un buon avvocato potrà intentare causa, ma con la lentezza della giustizia ci vorranno altri settecento anni. Povero in canna, dovrà così cercarsi alloggio, scoprendo che nonostante i tanti affètti dichiarati egli non ha amici. All'ospizio non c'è posto, in ospedale men che meno, non è in graduatoria per gli alloggi popolari e nemmeno quelli dei centri sociali lo gradiscono troppo. Finirà forse in un cpt, ma il caso è da discutere perché lui un'identità l'avrebbe. Impegnandosi moltissimo a scrivere, potrebbe far la fortuna de "il binario", il foglio dei senza dimora, procurandogli però un crollo delle vendite. Si scoprirebbe finalmente quanto tutti siano abituati a declamarlo e nessuno a leggerlo. Del capirlo poi, non ne parliamo: la situazione è più o meno la stessa del 1300. In un angolo di via dei Calzaiuoli potremmo vederlo recitare gli immortali versi, in attesa dell'elemosina di qualche americano con le infradito e i calzoncini corti, colpito dall'abito tanto "photogenico-oh". Troppo vecchio per il fuggi-fuggi generale all'infinito passaggio delle forze dell'ordine, finirebbe con l'esser beccato subito e colpito da una di quelle ordinanze per togliere ogni disordine dal passaggio dei turisti. Nella Firenze cattiva del 1300 Dante riuscì a trascorrere 32 anni senza troppi fastidi, nella buona e democratica Firenze di oggi non resisterebbe più di una settimana. Nessuno, vedendolo andar via, si azzarderebbe a protestare contro la fuga di cervelli.
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