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paréa mota... unn'era   (anonimo toscano)
Gente che gli è passata di qui:
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martedì, 29 luglio 2008
Una volta c'era quello da cortile. Odioso ma vitale per chi lo praticava, caratterizzava la gente di basso e bassissimo cèto: il pettegolezzo. Per chi del cortile faceva tutto il suo mondo e la sua prigione, farsi gli affari degli altri era polifunzionale, come prendere un tranquillante, fare la rivoluzione, e andare a scuola. Il tranquillante era il riconoscersi migliori degli altri, o almeno meno criticabili; la rivoluzione in quella forma di livellamento sociale che rendeva la moglie dell'avvocato simile alla macellaia; e l'andare a scuola perché dal pettegolezzo si imparava in proprio, si insegnava ai figli e si creava cultura collettiva, pur sempre limitata al cortile. Vennero poi gli anni Settanta, e di quella rivoluzione del pettegolezzo si fece atto politico. Chi non ricorda, tra quelli della mia generazione, il sartriano "il personale è politico"? E ancora oggi, dopo il crollo dei regimi comunisti e l'obsolescenza delle brigate rosse, c'è chi ci crede ancora che farsi i fatti degli altri sia politico, leggi alla voce "delatori comunali volontari" nella cronaca assessorale della sicurezza fiorentina. Quel che stupisce è come il pettegolezzo abbia potuto sopravvivere all'innalzamento del livello culturale. Oggi che si va all'università fino a quarant'anni, e che si leggono libri e giornali, non siamo riusciti a debellare quel vizio da ignoranti di cortile. Anzi il pettegolezzo si è fatto globale. Ci piace sapere del Papa in partenza per le dolomiti, delle marchette ministeriali, su quali spiagge appoggiano le chiappe i vip. Il cortile prigione si è allargato a dismisura, e anche se non conosciamo più il nostro vicino di casa, sappiamo benissimo dell'imbolsita Flavia Vento, delle ciabatte nuziali di Briatore e dei mutandoni spacciati per alta moda del Lapo nazionale. Col progresso abbiamo innalzato l'età media, sconfitto l'analfabetismo, debellato la malaria e diversi tipi di cancro, eppure non c'è stato niente da fare per quei barbari istinti che ci spingono a spiare da dietro alle finestre, siano pure finestre con antenne e parabole che si aprono solo col telecomando. Bel progresso, non c'è che dire. Dal cortile prigione al mondo prigione. Con la differenza che nel cortile si conoscevano tutti e si chiamavano per nome, e i pettegoli tenevano almeno pulito il marciapiede. Si stava meglio quando si stava peggio.
mercoledì, 23 luglio 2008
Da sempre bisogno primario dell'uomo, e ormai anche veicolo culturale, il cibo è sempre più protagonista. Ancora prima che nutrire il corpo il cibo ingrassa giornali e televisioni, libri e conversazioni. Una nuova filosofia del contemporaneo le cui domande sono diventate: chi siamo, da dove veniamo, che cosa mangiamo? Come tanti affamati cronici non facciamo che informarci: i prezzi, le ricette, ciò che fa bene o fa male, il grasso, il magro, le calorie, il biologico, l'industriale, l'ogm, il ristorantino. Diversamente da quanti sul pianeta muoiono ancora di fame - e ce n'è uno ogni minuto - il cibo è diventata la nostra identità. Ci permette di colmare il divario culturale dell'integrazione extracomunitaria grazie alla multietnicità del menù della mensa scolastica, dove sempre più spesso affidiamo ad un tristissimo cous cous la speranza del miracolo. Tanto che è diventato famoso il caso del bambino che, interrogato sulla qualità del cous cous in mensa, ha candidamente risposto: lo fa meglio la mia mamma. E alla successiva domanda su come lei lo facesse, ha spiegato che la signora usa metterci in mezzo un ricco intermezzo di tortellini. Non c'è da stupirsi: l'intelligente madre ha aggiunto un ingrediente che a noi sembra mancare, l'arte di arrangiarsi con quel che c'è. Una piccola lezione per la schiera di giornalisti, gastronomi e gastronauti, sociologi e psicologi che pontificano e teorizzano su cibo, cultura e integrazione. Gli stessi che ogni giorno ci raffigurano un'Italia spasmodicamente alla ricerca di primizie, prodotti doc e dop, tutta bio e raffinatezze, fingendo di non vedere la realtà piuttosto amara della spesa sempre più massificata e insapore alla grande distribuzione, del surgelato pronto sempre in agguato, dell'alimentare senza identità da hard discount ormai fedele compagno di molte famiglie nella quarta settimana del mese. E a questo aggiungiamo il peggio che c'è: tutto il mondo dei dietetici ipocalorici costruiti in laboratorio, e il suo opposto di integratori vitaminici ed energizzanti oggi sempre più in voga. E' in questo scenario ricco di contraddizioni che sopravviviamo ogni giorno, perfettamente allineati ai desiderata dell'industria alimentare di massa, incapaci ormai del gesto rivoluzionario della semplice fetta di pane e olio e intimoriti all'assaggio di un'albicocca non perfettamente lavata.
mercoledì, 16 luglio 2008
Sempre più cronisti di noi stessi, nella società dove l'immagine della realtà è accessibile a chiunque abbia un telefonino, è il falso a farla da padrone. Una recente e interessantissima ricerca, condotta sulle immagini inviate dagli immigrati a parenti e amici rimasti a casa, coglie l'aspetto singolare dei tanti che si fanno fotografare alla guida di automobili di lusso, o sullo sfondo di ville mozzafiato, o vestiti di tutto punto con griffe vere o taroccate. Lo scatto da inviare lontano diventa così il microracconto del successo sperato prima della disperata partenza, ricco di quei particolari cui sempre di più, in ogni latitudine, affidiamo la certificazione del benessere e del livello sociale di ognuno. In ogni latitudine, certo, perché lo stesso fenomeno accadeva ai nostri emigranti appena una manciata di anni fa, e avviene ancora oggi per quel particolare tipo di migrazione temporanea che è la vacanza. La Giulia o il Mirko nazionali che dall'esotismo da supermercato di Sharm si immortaleranno in scatti con sfondo di velieri, o seduti a tavolate di plurimiliardari per sentito dire. Tutti hanno diritto al sogno e al bisogno di essere chi non sono, almeno per il tempo di un discorso, uno scatto fotografico o il filmatino da "intubare" (non me ne vogliano la Crusca e YouTube). Il problema è quando l'ingenua recita si spinge ben oltre il far invidia ad altri disperati a dieci ore di aereo di distanza, fino alla serata in città o al fine settimana a Castiglioncello. L'altra sera in un bar del centro, nella calca alcolica e conviviale dell'aperitivo, in soli dieci minuti ho conosciuto tre possidenti terrieri, cinque industriali, uno speculatore sulle borse asiatiche, una stilista emergente, tre scrittrici di successo, due ex mannequin a Parigi (ma per taglie forti) un inventore in causa con il Canada per una questione di royalties, uno che si è appena comprato uno yacht da settanta metri ma lo tiene all'estero perché non sa dove ormeggiarlo. Erano tutti sfacciatamente ricchi e spudoratamente di successo, almeno per quella sera. Io ho scattato una foto di gruppo che conservo gelosamente nella memoria del mio telefonino. Non si sa mai: aver bisogno d'una fotografia diretta il giorno che la smetteranno di far ricerche sull'immigrato che vuol far credere a mammà di star bene, per occuparsi del cretino autoctono.
mercoledì, 09 luglio 2008
Padre di un figlio maturando, ieri mattina mi sono recato al liceo per conoscere i risultati dell'esame, convinto che anche con questa nuova legge sulla privacy, un genitore potesse comunque sapere il voto. Invece no. Una solerte impiegata, con aria rattristata, mi consegna un foglio sciattamente fotocopiato che serve da delega. Mio figlio dovrebbe firmarlo e darmi il permesso di farmi dire il voto. Da buon italiano ho pensato: ha falsificato così tanto lui la mia firma per marinare la scuola che gli renderò il favore. Per una volta falsificherò io la sua, accedendo al segreto di Stato.  Invece no. Con la firma è necessario allegare anche la fotocopia di un suo documento. Senza, non c'è niente da fare. Quasi a dimostrare che lo Stato è assai più scaltro del genitore medio.
Naturalmente la privacy è una questione importante. Tanto che nell'androne del liceo io posso informarmi dei fatti di tutti gli altri, tranne che di quelli che mi riguardano. Posso sapere che la figlia della mia vicina di casa, quella che sembra tanto intelligente, ha quattro in latino, tre a matematica e persino cattiva condotta, eppure non posso conoscere ciò che riguarda la mia famiglia. La cosa ha dello straordinario in una nazione dove persino il Papa che non l'ha, vuol difendere la famiglia. Strozzato dalla rabbia di fronte all'umiliazione irragionevole della norma, leggo uno a uno i nomi e le date di nascita di tutti gli studenti del liceo. Sogghigno di fronte alla sequela di insufficienze accanto al nome e cognome di ognuno. Leggo persino i voti di ammissione all'esame di maturità, ma oltre quello non posso andare. Tutto ciò che di mio figlio ho il permesso di sapere è la scritta in burocratichese: esito positivo. Naturalmente violando la privacy di un suo coetaneo che, sfortunatamente ha avuto esito negativo. E poi, con tutte quelle date di nascita in evidenza, posso fare anche qualche riflessione su quante volte un tizio è stato ripetente, e magari - fossi astrologo - compilare la sua carta zodiacale. Comincio a pensare che è una fortuna che vada d'accordo con mio figlio. Sono convinto che lui, uno di questi giorni, mi dirà sulla fiducia il suo voto finale. Se avessi con lui un rapporto di minor fiducia non potrei mai controllare la veridicità della sua risposta. Un figlio avrà pure il diritto di nascondere il suo voto ai genitori, anche per tutta la vita se vuole. Immagino che all'interno della scuola ogni estraneo, a partire dai docenti che lo hanno esaminato, passando per i bidelli e i responsabili amministrativi delle macchinette delle bibite possano informarsi più di me sul voto di chicchessìa. Io no. Pur avendo acquistato insulsi libri di testo che mi sono stati imposti, e pagato regolarmente le tasse scolastiche, pur avendo tremato di fronte all'errore ignorante del titolo delle prove scritte, io non ho il diritto di conoscere il risultato scolastico di mio figlio. Posso però consolarmi leggendo la dichiarazione dei redditi dei suoi professori o le intercettazioni telefoniche osé del capo del governo e della puttanella di turno.
martedì, 08 luglio 2008
Nella politica un po' provinciale che governa la città, già si fa strada un nuovo slogan: città metropolitana. Niente paura, per ora il termine è del tutto vuoto. Pronunciato per abituare le orecchie, esso si riempirà tra un anno circa, con i probabili avanzi di una Provincia in demolizione e le solite poltrone in corso di prenotazione fino ad esaurimento posti. Immagino che il termine metropolitana derivi più da metropoli che dal più comune mezzo di locomozione sotterraneo e la cosa fa un po' sorridere. Metropoli, nelle nostre dimensioni così modeste, è parola enorme. Tanto più che a livello nazionale ormai tutti chiamano l'Italia paese. Ve l'immaginate voi una metropoli dentro un paese? Puzzerebbe di centro commerciale. Nella città che già fa fatica a dotarsi di un tram a rotaia, è arduo immaginare l'espansione metropolitana: andrà verso il mare o verso l'appennino? Comprenderà le alpi e anche le piramidi? Modificheremo un giorno le carte geografiche o combineremo solo un po' di pasticci con il navigatore dell'auto che, nella vastità dell'urbe, non accetterà l'indirizzo: Firenze, piazza del campo? E questa presunta metropoli sarà così fantascientifica da prevedere il prolungamento verso la Fortezza da Basso dell'ovovia dell'Abetone, e un ormeggio per gli yacht ai canottieri del Ponte Vecchio? La FI-PI-LI trasformata in un viale alberato per raggiungere la costa a piedi, visto la piega che ha preso la benzina? Domande senza risposta, per ora, o con una risposta tacita non difficile da prevedere: il massimo della metropoli sarà la Firenze che abbiamo sempre visto, con un sindaco che tuttalpiù arriva da Fucecchio (ma con mezzi propri, che i pubblici prevedono tagli e ritardi) e con un sacco di problemi in più rispetto ad oggi. Parlare della città metropolitana è un modo politico elegante (ma non troppo) per non parlare della città. La città che non riesce ad avere una ztl perché son tutti invalidi, la città dove non c'è un giorno senza ingorghi, la città che fa fatica a nascondere il proprio cattivo odore che arriva dagli orinatoi all'aperto, dal vento che trasporta l'orribile odore di case passerini in quel dell'Isolotto, da un cielo ricco di afa, ozono e pm10. Meglio sarebbe pensare più in piccolo: risolvere uno alla volta i problemi di quartiere, come se si riarredasse casa. Altro che metropoli, meglio un metro alla volta.