SiFossiFoco
paréa mota... unn'era   (anonimo toscano)
Gente che gli è passata di qui:
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lunedì, 25 agosto 2008
Cominciata a suon di multe la stagione dei divieti per il decoro urbano, aspettiamo fiduciosi anche la stagione dei permessi. Sul corso, ad esempio, è già evidente che i cavalli che trainano le carrozzelle dei turisti hanno il permesso di concimare. Perché si sa, a Firenze, per quel che riguarda il turismo, è tutta robina santa. Uno speciale permesso deve averlo anche la casina di legno malamente racchiusa da brutte transenne che in piazza della Repubblica spiega al popolo come conservare un cubo di ghiaccio nell'afosa estate. La spiegazione è evidente, poiché accanto c'è un contenitore, di quelli che di solito contengono liquidi chimici, che conteneva un corrispondente cubo di ghiaccio che si è sciolto. E io che mi ero illuso di trovare, nel nuovo antidegrado, una città diversa. Ieri sera è bastata una passeggiata in centro e il sogno è svanito. Alle nove e mezzo in piazza della Signoria per il decoro della città i compattatori raccattano la spazzatura, e poco importa se chi, per prendere una boccata d'aria, siede a pagamento da Rivoire respiri invece il gasolio corrispondente. In compenso la (brutta musica) è gratis. Ha il permesso, forse, il tizio che sul Ponte Vecchio scarica decibel di mal eseguite canzoni dozzinali che ricordano Apicella, e sotto gli Uffizi il coverista sfigato di Simon & Garfunkel. Nonostante gli annunci di sequestri anti abusivismo commerciale, i venditori di borse contraffatte sono tutti al loro posto. Gli angeli neri in maglietta bianca, su via Calzaiuoli, preferiscono non vedere o prendere vie laterali. Due auto dei vigili, parcheggiate in piazza, non impediscono il volare dei cerchietti psichedelici e degli elicotteri mignon che sfiorano le teste. Fortuna che i dodici venditori di rose che affollano i caffè non insistono nella vendita, altrimenti sarebbe uno stress. E' domenica sera, che diamine, un po' di relax. Per evitare la ressa consueta di ambulanti e spettacolini torni a casa per le viuzze laterali: via dei Cerchi, ad esempio. Lì ci passa meno gente. Se non fosse per la montagna di scatoloni del Coin che aspetta d'esser portata via (ma i compattatori sono ancora in piazza a puzzare) e gli affollati tavolini d'un ristorante che ha sistemato i clienti là dove dovrebbero poter passeggiare anche tutti gli altri, si starebbe quasi bene. Svolti l'angolo e un puzzo di trippa atavico e stantio fuoriesce da un casottino chiuso. Davanti c'è un'edicola in vendita, ma solo per chi ha la sinusite.
venerdì, 08 agosto 2008
Sotto la loggia del Vasari i centimetri di pietra serena dov'è ancora possibile sedersi sono ridotti al minimo. Il resto è un tappeto di merde di piccione. Stamattina eravamo seduti in due: io e una mamma che allattava al seno un pargolo minuscolo. Era molto attrezzata, la signora. Aveva un marsupio a fasce chiuse dal velcro che le formava due grandi x sulle spalle, una camicetta sbottonatissima sul davanti e uno di quei reggiseni con le coppette smontabili per dare aria ai capezzoli. Era una donna italiana, ben vestita, che se ne stava seduta ad allattare in quel posto sudicissimo. A pochi metri da lei, una di quelle ruspe mignon scavava una buca sul marciapiede, forse per riparare una tubazione. Una donna senza indugi. E' stata seduta col bambino attaccato al seno per il tempo necessario. Poi si è ricomposta, ha armeggiato con le fasce del marsupio imbottito, vi ha sistemato il silenzioso bambino ormai sazio e si è rimessa in cammino, chissà per dove.
lunedì, 04 agosto 2008
L'odierna crisi dell'abitare la vedi meglio al supermercato. Anche uno piccolino, dove talvolta vado. Stamattina ci son stato a comprare il miele di castagno piemontese. Vivessi in Piemonte mi sarebbe più facile acquistare quello dei castagni di qui. Le api, del resto, ricordano l'alveare dell'abitare. Al pari delle signore anziane che alle otto e mezzo del mattino son già indaffaratissime tra gli scaffali, come api sui fiori. Ogni volta che vedo la vecchietta trascinare quegli orrendi trolley per la spesa ho l'immagine di quel tipo di rivoluzione che prende la mano, e sull'abbrivio dell'abbondanza produce il troppo che equivale al nulla. Al peggio di prima, per intenderci. La signora Giovanna, settanta chili di vestaglietta vìlia in un metro e mezzo di persona, marito alcolista, si aggira col capello cotonato fatto in casa tra gli scaffali iperspecialistici. Tocca tutto, forse sogna abbondanze e poi non compra nulla. Quasi come me, che al supermercato non so comprare, perché nulla mi convince e il necessario non c'è, non ne ha la forma. Cosa c'entra con l'abitare? C'entra eccome. Non qui tra i palazzi storici, ma nell'altrove, la logica non è diversa: si demolisce una casa che potrebbe essere solo aggiustata e ci si costruisce sopra, in appartamenti, l'equivalente di due o tre case. Nel palazzo storico no: va via una famiglia e viene ad abitarci una banca. Alle dieci di sera le luci accese dietro alle finestre illuminano il niente. Sullo scaffale è lo stesso: là dove un mese fa c'era il tonno ora c'è il foie gras. Non si perde solo la geografia o la testa a far così. Oggi ci sono quartieri dove si abita, altri dove si acquista, altri ancora dove si lavora, altri di rappresentanza, altri dove ci si deve solo divertire. E tra un quartiere e l'altro perdiamo tempo e chilometri. Ma il tonno del tessuto sociale è diventato foie gras. L'abitare contemporaneo ci sovrasta e ci impone il gusto, e il ritmo. La periferia avanza, inesorabile, e per ogni squallido quartiere dormitorio abbiamo, da un'altra parte, un quartiere che sembra dormire. Invece è svenuto.
domenica, 03 agosto 2008
Il giardinetto pubblico è un mondo. A dire il vero questo, su un lato della biblioteca di pedagogia, non si può nemmeno definire un giardinetto. E' un quadrato di venti per venti con un po' di ghiaia, qualche gioco per i bimbi, qualche panchina, qualche albero e un gabinetto pubblico. Da lì sta uscendo una giovane zingara dai capelli lunghissimi. Se li è appena lavati e li asciuga all'ombra, pettinandoli e stirandoli con le mani. Poco più in là, su un'altra panchina, una donna invalida legge la sua copia di repubblica. L'invalidità è nelle spalle, curve e una più bassa dell'altra. Veste una canottierina dozzinale e un paio di pantaloni con una triste fantasia floreale blu e bianca. Ha il seno quasi scoperto, ma forse è la postura. Anche io oggi ho comprato repubblica. L'ho acquistata al solo scopo di leggerla ai giardinetti. Da settimane non sfoglio un giornale di carta. Li leggo online, ma è una lettura diversa. Inutile spiegare. Una panchina su un angolo, dalla parte opposta, è abbastanza in ombra e promette fresco in una città già bollente alle nove del mattino. Vado a sedermi lì.
Ancora non ho aperto il giornale ed ecco arrivare la tossicodipendente che passa le giornate sotto casa mia. Ha poco di femminile: spalle da maschio, senza fianchi, capelli corti e un naso da pugile. Entra nel bagno pubblico e ne esce con una canottiera nera appena lavata. La stende sull'unico, deserto, tavolino da pic nic, mezza sopra e mezza che ciondola fuori grondante. La osservo: è sempre agitata. In fondo una delle tante sfumature del suo malessere è anche dovuta alla mancanza della comodità di una lavatrice e di un metro di filo su cui stendere la biancheria. Ci sono persone che non son riuscite a concedersi nemmeno questo. La parte deve siedo io è all'opposto del casottino del gabinetto. Dietro me, oltre la cancellata, c'è una moschea ricavata da un vecchio negozio. Le vecchie insegne sono state rese anonime con una fasciatura di cellophane nero. Han fatto più fatica che a smontarle. la saracinesca è aperta solo a metà. Arabi entrano ed escono indaffarati. Alcuni sostano sul marciapiede. E' straordinaria la somiglianza di uno di questi con il tabaccaio del bar qui all'angolo. Chissà che non abbiano lo stesso nonno, quei due. Poco prima delle dieci i giardini si popolano. Sono i bambini della comunità araba che frequenta la moschea. deve attenderli una specie di catechismo. Alcuni hanno in mano una cartellina da disegno piccola, di quelle semitrasparenti con la plastica lattiginosa che imita il cartone ondulato. Sono straordinariamente ordinati. Sembrano adulti. Si siedono su una panchina e si scambiano dei cd. Uno dice a un altro che non gli presterà mai più nulla, perché il cd è stato graffiato. L'altro si scusa con l'imbarazzo di un sentito silenzio, senza usar parole. Parlano un buon italiano, per questo li capisco. Un italiano puro, ben scandito, non come quello che parlano gli italici coetanei. C'è qualche mamma in giro. Nonostante il caldo sono tutte vestitissime e hanno un fazzoletto che copre i capelli. Non sembrano soffrir l'afa e nemmeno i canoni estetici dello spogliamento fashion. Sono vestite a modo loro, ma con eleganza. A guardar bene i tessuti c'è appena un filo di lurex dorato sulle bordure, ci sono i rossi predominanti, nella tonalità porpora, ma poi le fibre sembrano robetta da poco: cotone, se va bene, parecchio mescolato al poliestere. Una di queste donne è seduta sulla panchina accanto a quella dove sono seduto io. Tiene d'occhio un bambino di quattro o cinque anni. Il bambino ha calzoncini corti perfettamente puliti, scarpe nuove, e una magliettina verde spento magistralmente stirata. Ha i capelli tagliati di recente (forse da lei) e pettinati ed è pulitissimo, fresco di doccia. Immagino il rituale prima di uscire, lungo e accurato come da noi non usa più, non per i bambini... abbiam più pidocchi ora fin dal nido che nel dopoguerra. Il ragazzino canticchia e gioca compostamente. Sale sull'altalena, poi sulla scala di corde, dondola a lungo felice sul cavalluccio a molla. La madre l'osserva da lontano. Lontano dal ragazzino e lontana da quelle ansie di madri occidentali che stanno sempre addosso ai figli, con inutili raccomandazioni continue, e rumorose lamentele. Ce ne sono almeno una decina di questi ragazzini arabi. Alcuni che fanno gruppo, altri più solitari, eppure non c'è nemmeno un po' di confusione. Una signora poco distante che ha portato il cane a pisciare ne fa assai più di loro. Ama gli animali, con buona evidenza, e tempesta di chiacchiere inutili il bastardino, chiedendo ad alta voce: vuoi andare qui-i? Vuoi andare là-à? Manca solo che risponda al telefono dalla suoneria sciagurata e dica: è per te! Che i cani non abbàino parola è un dono del cielo.
Giocano senza giocattoli, invece i bambini, come se già l'infanzia gli bastasse. Io intanto leggo su repubblica uno di quegli articoli che dipingono gli arabi come un popolo incivile, con la solita retorica dei kamikaze e i fondamentalisti e le donne tenute schiave. Guardo ancora la schiava seduta sulla panchina accanto, ne incrocio lo sguardo e lei mi restituisce un sorriso che non scopre i denti e un lieve reclinare del capo, poi torna ai fatti suoi. Tiene il bambino in modo eccezionale, ma non è solo questo. Mi dà l'idea di una donna povera che però tiene il bilancio di casa come quel bambino. Avvezza a mettere in tavola tre volte al giorno, senza farsi mancare qualche prelibatezza. La immagino far due chiacchiere la sera, con il marito, e magari insistere per far coincidere certe scelte di futuro alle sue. Una scenetta domestica semplice e sicuramente immaginaria, ma più reale di quel che vorrebbe farmi credere l'ignorante articolista di repubblica. Per questo chiudo il giornale. Già pentito dell'acquisto, lo infilo nel cestino della spazzatura e vado incontro alla mia giornata. Un rigurgito di retorica anni settanta mi sussurra: siamo tutti arabi! Ma non è vero: noi non lo siamo. Nemmeno assomigliamo, tabaccaio a parte.