SiFossiFoco
paréa mota... unn'era   (anonimo toscano)
Gente che gli è passata di qui:
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venerdì, 31 ottobre 2008
altro che terza etàIsole nella città. Quel che rimane (di molto riammodernato) d'una vecchia residenza di campagna. Signorile una volta, forse, ma certo ancor più signorile oggi, animata da mille signore, tutte semplici, tutte con una gran voglia di dire ancora qualcosa. E quel qualcosa, cari miei, riescono ancora a dirlo con un gesto. Così, all'improvviso, nell'allegra festicciola di combriccola, son spuntate le castagne bollite. Raccolte dall'Armando, bollite dalla Iole e racchiuse in trecento sacchettini bianchi e profumati dalle sorelle Gesolini. Roba da riempire il cuore, ancor prima del palato.
dalle biblioteche escono i massacratoriUh il povero Bertold. Ti ricordi? Quello che disse: dalle biblioteche escono i massacratori. Una frase che ci ha ancora un suo perché. Eppure, tolta la polvere e succedendosi i governi, mi sa che i massacratori di oggi le biblioteche unn'abbian neanche mai visto come son fatte. Le immaginano piene di que' libri da libreria, con i saviani, i vespa, i fede e le kinsella, e piene di quella luce de' supermercati, non troppo calda, non troppo fredda. Oppure le immaginano colorate come gli asili de' bambini, fatte di quelle architetture alla costruzione lego, dove gli intellettuali precari in attesa d'un fissoposto affermano diligenti in coro il loro non lo nego. All'antro scuro, col forte odore dell'antica carta, non rimane che l'abbassarsi delle palpebre, fino al limite. Eppure...
giovedì, 30 ottobre 2008
matrimonio a palazzo vecchioStamattina, nì mentre entravo come un fùrmine a palazzo vecchio, mi sono accorto d'esser romantico. Non romantico di quì romanticismo da sdolcinatura di libri, ma romantico vero. La sposa, una nera tinta bionda in pendant con lo sposo, l'era talmente bellina e felice e amorevole, che se un l'avesse già sposata lui ci potevo anco fare un penserino io.
mercoledì, 29 ottobre 2008
reality florence morningSi aggirano per la città. Son quelli alla ricerca d'un'emozione da obbiettivo. Non si tratta di poesia di strada (magari ce ne fosse) ma di gente alla ricerca d'una realizzazione del sé che passi attraverso un "oh bravo" anche mal recitato. Li vedi, fieri dell''attrezzatura ultimo grido regalo di stanche fidanzate o frutto delle rate, andare alla ricerca della misera pozzanghera in cui riflettendo il già noto, vedono se stessi in immaginario grandangolo.
martedì, 28 ottobre 2008
jet lag e zanzare col pianoforteNon solo soffro dì jet lag da fus'orario, ma stamani alle sei e mezzo una zanzara l'è venuta a suonàmmi ì pianoforte in un orecchio. Non che non fosse brava, accidenti.
venerdì, 24 ottobre 2008
crisi, recessione e nuove povertàCrisi, recessione, nuove povertà e marginalità. A leggere i segnali della natura credo che i prossimi anni saranno all'insegna di nuovi stili di vita. La provvidenza provvederà, ma può essere che il fungo sia velenoso. Allora, oh voi tutti che avete abbandonato il sapere per l'etere, è l'ora di riprendere le fatiche del sapere.
autoritrattoGovoni l'avea messo sotto forma d'autoritratto, ma più che nelle rarefazioni di parole - un titolo che siccome ì futurismo lo s'insegna facilmente alle medie, fa bréccia ancora oggi - ì problema gli è nì sovraffollamento di parole. In questo sovraffollamento l'unica misura che si sa usare unn'è la misurazione in quantità (e dovrebbero essere tempi di risparmio) ma in pesoforma. So che è per questo che stamani ci ho un brufolo sul lato sinistro dì naso.
mercoledì, 22 ottobre 2008
una valigia di morbidezzaLa signora si avvicina con fare furtivo. A ogni passo temo che la vecchia valigia di cartone si apra lasciando cadere il cadavere. Ma al veloce tic-tac dei tacchi la distinguo anche meglio, aria da attrice consumata, abituata a calcare il palcoscenico così come quel mondo piccolo che da dietro le finestre con le tendine tirate tanto criticherà quel passo sicuro e quella gonna larga e l'acconciatura demodé, e coccodè e coccodè. Ebbene la valigia si apre. E' piena di carta da culo. Si fermi, signora, l'aiuto! E mentre tengo con un dito il coperchio consunto lei mi cinge il braccio e sussurra: sa è uno scherzo, l'ho preparata per il mi' marito.
we connectOrmai siamo diventati gli uni i riflessi degli altri. Non in termini di vicinanza, poiché permane l'estraneità pur nella specularità continua. Sulla faccia non più occhi, ma antenne perennemente collegate e dai segnali pigri. Sullo sfondo non una realtà su cui camminare, ma il riflesso di una chiusura senza spiragli. Per fare entrare l'aria, please, rompere il vetro.
pera volpina, museo marino marini, pomonaliaIeri sera, causa tortelli di patate ai porcini e un paio di generosi bicchieri d'un vino chiamato ventoso (che m'avanzavano ormai sin dalla colazione) ho mancato l'invito alla festa per il 20° del Museo Marino Marini. M'è dispiaciuto per Marini e per non aver potuto abbracciare un po' di gente. Ma ecco che il mio gift, che ormai davo per perduto, si appalésa sulla mattutina scrivania: un fagotto di pere volpine, le mie preferite. Grazie!
Oh gente delle relazioni pubbliche, al posto di stressare al telefono coi vèngavènga, imparate la bellezza e il piacere del giorno dopo. E' la vostra chance per il futuro. Anche in provincia.
martedì, 21 ottobre 2008
trucco e parruccoC'è una vecchia questione irrisolta, tra me e me, e tra me e ì mondo. Riguarda ì passare sempre più spesso la giornata che sembra di divertìssi, ma poi sei stanco anche di più che se tu avessi fatto un lavorino perbène come ce n'è tanti. La solita vecchia questione di quello che, vedendo le cose da ì difòri, ti dice: beato te! E te un tu puoi mica mandàccelo... insomma, soprattutto nì 2009, carmela è una bambola.
la mutazione genetica degli occhiali da soleLe temperature miti di questi giorni non sono l'unica cosa che la stagione invernale strappa a quella estiva. Gli occhiali da sole, ad esempio, che ormai sembrano diventati l'accessorio ideale anche nelle giornate di nebbia, e persino la sera, a buio. Io ho fatto la prova. Poche sere fa, a mezzanotte, ho inforcato un paio di griffatissimi occhiali da sole, e non vedevo nulla. Solo un breve bagliore dei fari delle auto. Eppure ho una vista normalissima, indebolita da vicino per via dell'età, ma sulle lunghe distanze tocca gli undici decimi. Che la tendenza agli occhiali da sole sia una sorta di difesa? Non saprei. Il mondo, la città, è piena di cose che sarebbe meglio non vedere: il degrado, la maleducazione, il dilagare della sporcizia e del disordine. Però ci sono anche tantissime cose belle da vedere senza il filtro delle lenti oscurate. In visita agli Uffizi c'era un'allegra famigliola - babbo, mamma e due bambini - che sostava davanti al Tondo Doni tenendo ben saldi sul naso gli occhialoni neri. Ieri sera, fermo a un semaforo per attraversare i viali, è passato un SUV dove non solo il guidatore aveva gli occhiali da sole, ma erano "brunati" persino i vetri della macchina. Che tutte queste persone vedano anche quando è buio? Che a forza di portarli sia in corso una mutazione genetica tipo occhi di gatto? Gli scenziati dovrebbero avvertirci anche di quella e non solo degli sconvolgimenti climatici del pianeta. Ma, tornando alla realtà, la cosa che proprio non mi va giù è che sempre di più siamo costretti a sostenere delle conversazioni con gente che indossa occhiali da sole anche quando il sole non c'è. Non per la semplice questione del bon ton, che imporrebbe di toglierseli, ma proprio perché uno si sente sotto interrogatorio anche nella conversazione più banale. Prova ad esempio a raccontare una barzelletta o a fare un battuta a uno o una cui non riesci a vedere gli occhi. La sensazione è orribile, come cercar di sussurrare qualcosa all'orecchio di un sordo. Infine c'è il problema del look. In realtà chiunque indossi occhiali da sole dopo il tramonto o in condizioni climatiche avverse lo fa perché vuole aggiungere al proprio fascino naturale l'ingrediente tutto estetico del mistero. Ma in questo credo, più che gli occhiali servirebbe un cappuccio. Halloween è vicino e i tempi del ku klux klan sembra che pure.
lotte impariCi avrai fatto caso senz'altro: in quasi tutti i casi della vita la lotta è impari. Credo che per questo la natura abbia fatto giustizia inserendo in ogni umana faccenda quel margine di casualità che ti permette di sconfiggere (alle volte, non sempre) anco i giganti.
lunedì, 20 ottobre 2008
tutto si può imbottigliareTutto si può contenere, dicevano i saggi e gli antichi filosofi. Poi vennero i contadini, che la trasformarono in un più blando: tutto si puole imbottigliare. La bottiglia, o meglio ì fiasco, gli era ì segno di quella generazione che trascorrendo alla zappa gran parte dì tempo anco quando avverso, ci aveva bisogno di riempire ì serbatoio co' un po' d'alcol e qualche liquida còccola. Poi dalla generazione de' contadini, siam passati a quelle d'oggi, figlie di queste e proprio per questo segretamente ispirate. E allora eccoti la figa in bottiglia. Bottiglia piccola, naturalmente, che si rispetti la dieta e un s'abbia a esagerare.
giuseppe prezzolini lo aveva capitoL'erudizione richiede buona volontà, ingegno mediocre, memoria forte, punta fantasia, molto metodo, remissione di volontà, animo passivo, una certa testardaggine per durare nell'opera e un'assoluta mancanza di passione per non deviarne.
Giuseppe Prezzolini, nel 1905, lo aveva capito.
vedute d'autoreE' autunno ma sembra primavera. Di fronte alla finestra del bagno pensi che ormai a Firenze, come nel resto d'Italia, esistono solo le mezze stagioni. La frase, a dire il vero, l'ho rubata, perché nonostante sia in piedi dalle sette sto ancora dormendo.
venerdì, 17 ottobre 2008
in front of the backstageQualsiasi backstage ti costringe, in un attimo, a fare il bilancio estetico del momento. Tra uno spruzzo di lacca e una forcina vecchia maniera, escono fuori le riviste che hai sfogliato negli ultimi dieci anni, i musei visti, le letture, le mostre d'arte, gli aperitivi, le mille passeggiate per la strada, le conversazioni. Il bello è che per qualche ora non sono solo chiacchiere, si materializzano. Così, all'interno di una stanza, vivi una sorta di zen collettivo, dove anche la grana del tessuto di una poltroncina può avere tutta la tua esagerata attenzione.
giovedì, 16 ottobre 2008
consumare le scarpeDa qualche giorno una gran parte del mio tempo è all'insegna del garibaldino "o si fa l'italia o si muore". E mi viene in mente: quante scarpe consumate in nome dell'ideale?
partire presto, tornare tardiLa città, al mattino, è piena di profumi. Poco importa se da ponte vecchio si impiegano cinquanta minuti per compiere i cinque chilometri che ti separano dall'autostrada. In ogni auto puoi vedere chiaramente che è in corso per ognuno una personale cerimonia mistica. Qualcuno sgrana proprio un rosario di mòccoli.
mercoledì, 15 ottobre 2008
autostrade per la nuova italiaTrovo che l'autostrada ci abbia un suo fascino. Per un lungo periodo, quando mi sentivo stanco dell'esser sempre troppo chino sulle mie carte, l'unico pensiero che mi sollevava era il pensare ai camionisti che percorrono l'italia in su e in giù anche per sedici ore di fila... la gente che lavora mi mette sempre di buon umore.
martedì, 14 ottobre 2008
comunismo anticoOggi colazione a i' bettolino. Pici alla salsiccia in bianco, sbriciolona e tre bicchieri di trebbiano (che servivan tutti), Una cosa estemporanea, tra un impegno e l'altro. Ora improponibile, più operaia che da signori... e infatti. Eccotelo nel tavolo accanto al mio: camicia a scacchi azzurro e bianco sporco, pantaloni beige scuro di fustagno, fazzoletto rossissimo al collo. Mi saluta per vecchia educazione, ma non si fida della giacchetta di sartoria. Alzo il braccio e stringo il pugno (ah i fratèrni segnali) ed eccotelo lì. Apre il portafoglio per mostrarmi le foto delle nòve generazioni, e mi permette di fare una delle mie foto senza fuoco alla sua tessera: partito comunista italiano. Potrei raccontarvi cosa ne pensa di Veltroni, cosa di Bertinotti e cosa di Lussuria, ma non è giusto, sembrerebbero parole mie. Alle primarie a Firenze, lui vota Cioni. Oh bravo Benito.
sony card 2gbIeri per mancanza di tempo ho bucato l'invito a colazione per la presentazione di una ricerca interessante. La parola chiave è ormai da più di un anno "engagement", lo strano miscuglio tra fiducia, fidelizzazione e credibilità... tutto cibo per chi alleva con amore i neuroni specchio.
La sorpresa è che pochi minuti fa un corriere m'ha consegnato ciò che credevo perduto: ricerca e chiavetta usb da due giga. La chiavetta, inutile dirlo, non ho fatto in tempo a toccarla che si era già di nuovo regalata.
metti un lucchetto, dai tuoi segreti ti senti protettoSe - per assurdo - si dovesse individuare un oggetto simbolo per raccontare le cronache di questi giorni, questo sarebbe il lucchetto. Nato qualche migliaio di anni fa, si dice in Cina, per chiudere i forzieri, nessun oggetto al pari del lucchetto è entrato a far parte della psicologia delle persone. Ne subiamo il fascino poco più che bambini, quando l'infanzia ci illumina all'improvviso sui confini tra il nostro e l'altrui, e allora vorremmo metter lucchetti dappertutto: al babbo, alla mamma, al cane e al pesce rosso. Crescendo si comincia a fare un po' di selezione, ne vorremmo uno solo per le cose più preziose: salvadanaio e playstation. Si entra così nell'età dell'amore, e allora ecco che persino in consiglio comunale si vara il monumento a quella specie di lucchetto che (sic) dovrebbe conservarci l'eterno legame con l'anima gemella. Quasi una moderna e più incruenta cintura di castità, anch'essa chiusa da un lucchetto. Poi c'è la scuola, in tumulto per una riforma fin troppo piena di lucchetti, e la risposta è ancora un lucchetto. Un lucchetto per chiudere i cancelli fiorentini in ben diciotto tra occupazioni, assemblee permanenti e autogestioni. Un lucchetto, infine, anche per chiudere i cordoni delle borse: quelle internazionali, che bruciano miliardi tra speculazione e risparmi, e quelle più prosaiche della spesa, perché siamo in crisi e si vede proprio dal lucchetto. Ogni persona di buon senso (e sufficiente età) sa bene che i lucchetti non servono a nulla. Possono essere scardinati facilmente, non rappresentano affatto una difesa e capita talvolta persino di perderne le chiavi o scordarne la combinazione. Scardinando un semplice lucchetto svaniscono gli amori meno solidi, i ministri ci rubano la scuola (e non solo quella, peraltro) e i soliti ignoti persino la bicicletta. Il lucchetto è il simbolo di una porta blindata sul nulla. Tanto più pericoloso quanto aumenta il senso di appagamento che dà la sua finta sicurezza. Dopo aver messo un lucchetto ai confini, ai mercati, alle scuole, al dialogo, al futuro, alla protesta, alla non protesta, ai sogni, alle ambizioni personali e alle altre mille cose che crediamo nostre o quasi, ho l'impressione che ci troveremo chiusi in uno di quei gabinetti estranei, a sudar freddo. Non fosse altro per la brutta figura del non saper più aprire.
lunedì, 13 ottobre 2008
il valore di un librol'occasione di rileggere Arpino d'occasione e uno sguardo anni cinquanta americano al senso del cattolicesimo. Non un grande investimento: sessanta centesimi tutti e due. Entrambi, peraltro, sono attualissimi. L'idea americana di pulizia morale (un po' ingenua) è l'ultimo trend per i lettori di repubblica, l'altro potrebbe essere una piacevole scoperta per gli italioti vecchi e nuovi.
colazione da tiffanyTrovo cafonissimo il concetto di "guida". Eppure in questi giorni non si fa che parlare dei tre cappellini a quello e a quell'altro, di gamberi arrossàti, di guide per gli pneumatici, di bicchierini e chicchi di caffè col significato di stelle... l'hit parade perenne è diventata l'unica modalità. Soprattutto ad uso di quegli altri cafoni che hanno talmente poca fantasia (e ancor meno cultura) da accontentarsi dell'etichetta. Non capiranno mai il piacere di una pannocchia condita solo con la consapevolezza del mais.
alla cacciatoraAlla cacciatora. Tèrmine che riporta ì pensiero agli stomaci parecchio giovanili, sconosciuti al malox, e alle tante gite fòriporta. All'allegria sempre un po' forzata della vecchia autobianchi giardinetta arancione, ricolma di giovanili ardori, rampicante su' tornanti di montagna. Frase annaffiata d'un cabernet dai solfìti per niente indicati. E pacche sulle spalle e discorsi, in un tempo che, a differenza dì contemporaneo fatto a librétto d'istruzioni, s'èra scordato di metterci le didascalìe in favore d'un più robusto colophon.
venerdì, 10 ottobre 2008
palle rosse e gialle, ci vogliono le palle per l'universitàpoverini. Alla fine c'è sempre chi ne fa una questione di palle. E allora, dopo i bucatini al cacio e pepe, i sottoli con due fettine di prosciutto, il bicchiere di vino chissà che è e la grappa che dura ventiquattr'ore, niente di meglio di du' colpi di stecca. Le palle, pe' unn'entrare in conflitto d'interessi, son del secolo scorso, quando gli elefanti abbondavano.
yacht very hotNon sono mai stato un marinarétto, né ho mai vestito alla marinara. Ma a questo giro ho dovuto - mio malgrado - affezionarmi. Non tanto all'idea dell'oggetto (figuriamoci) quanto all'emozione di una cosa che ti tiene occupato per anni, nella cui riuscita sono state coinvolte centinaia di persone, i loro discorsi e le mille fatiche, le loro famiglie e le chiacchiere del tempo libero. Una cosa più grande di quelle che faccio di solito, che quasi sempre sono tanto piccole da dipendere solo da me. E ci pensi proprio nel momento in cui tutto può accadere e quella vocina dentro ti dice: forse affonderà. E invece no. Yeah.
giovedì, 09 ottobre 2008
università in piazzaun aperitivo di lavoro. L'ultimo impegno di una giornata lunga e faticosa, mentre l'Italia tenta la fortuna al superenalotto. Cammino velocemente verso piazza della passera dove mi aspetta un calice di Lucente Frescobaldi e una lunga chiacchierata sul se e sul ma. In piazza repubblica, sotto la scritta "da secolare squallore a vita nuova restituita" ci sono gli studenti universitari fiorentini. Stanno seduti in terra e fanno lezione. Ognuno col suo bel cartello sulla schiena. Una sorta di direttore di orchestra li alza e li fa sedere, scandisce gli slogan che loro ripetono (a pappagallo). Mentre passo oltre penso a questi ragazzi. Non ho nulla contro la protesta, che trovo sacrosanta proprio in quanto protesta, è l'obbedire alla "messa", alle consumate parole d'ordine. Insomma, qualcosa si deve fare, ma più che il quanto è il come. Trent'anni fa si sarebbe detto: farla meglio.
torpedoneuna delle fortune di invecchiare è quella di ricordare perfettamente cose inusuali, come il torpedone. La prima volta che ne ho preso uno era il 1975, era la mitica macchina 101, passava alle 6,45 del mattino e trasportava Annalisa. Io andavo verso la libertà, lei semplicemente a scuola.