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paréa mota... unn'era   (anonimo toscano)
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mercoledì, 19 aprile 2006
diàccioDiàccio/1
piccolo horror fiorentino

Se n'era parlato un monte, lì nì laboratorio su' lungarni, della slavina là sugli appennini che aveva scoperchiato una specie di grotta indove ì ghiaccio gli era perenne da secoli o forse da millènni. Se n'era parlato tanto che Gino Fracassi, il su' figliolo Lapo e Marta Luporini, colonne  dì dipartimento d'archeologia, avevano avuto ì finanziamento che serviva. Unn'erano un monte di euro, come sarebbe stato bello, ma sufficienti a prelevare un carotone di ghiaccio, trasportallo a Firenze e lavorarci pe' un paio d'anni d'analisi.
Si sa, alla gente unn'interessa quasi nulla dì ghiaccio, a parte quello che si mescola alla vodka. Ma ì ghiaccio nasconde i su' bei segreti, soprattutto quello vecchio di millenni. Se tu riesci a pigliare, magari in una botta di fortuna, le particelle d'aria che rimangan dentro tu poi sapere se tre o quattromila anni fa l'aria gli era bòna, e poi, se magari tu hai proprio un culo sfacciato, nì carotone ti rimane qui microrganismo sconosciuto che, nì mondo marcio dell'università, ti puole anco accomodare la vita: articoli, conferenze all'estero, e altra roba così.
Quella sera si festeggiò parecchio, di quella festa fatta un po' d'incoscienza, un po' di sogno e parecchio di senso di rivalsa... un classico pe' ognuno di quelli che studia di mestiere e sa icché vuol dire. I' giorno dopo, Gino, Lapo e la Marta, partirono, armati d'una attrezzatura che avevan visto altro che sulle riviste e che adesso gli era lì, americaneggiante, tra le loro mani.
Occorsero poco meno di sei ore di cammino a raggiungere ì posto, un'ora e mezzo pe' ì carotaggio, e poi dopo un elicottero della protezione civile passò a prelevarli, novelli indiana jones dì fiorentino, pe' riportalli alla base alla temperatura che serve a un sciupare ì prezioso campione.
Du' vecchi, poco più a valle, osservarono di lontano Gino tirato sull'elicottero da ì verricello d'acciaio, poi una valigia di metallo che luccicava come uno specchio, nì violetto della montagna a ì primo sole, e infine Lapo e la Marta, infagottati perbenino. I vecchi scossero ì capo a modo loro, la gente di montagna si sa che parla poco, e in contemporaneo silenzio pensarono che quella scopertura di ghiaccio, di cui anco ì giornale aveva parlato, un significava nulla di bòno. Uno dei due s'aricordava della bisnonna, levatrice di malocchio e donna misteriosa, che da bambino gli aveva detto certe cose dell'òmo dì ghiaccio. Cose che un l'avevano fatto dormire pe' diverse notti e che poi s'era dimenticato nì crescere, come tante altre cose inutili in un ambiente indove la fantasia un porta pane.
L'elicottero, intanto, gli era già atterrato a Peretola, su ì lato di traverso alla pista che s'affaccia sull'autostrada, indove l'aspettava ì furgone frigorifero speciale che quattr'ore prima gli era partito da Milano a dugènto euro all'ora di noleggio. I nostri tre sistemarono la valigia nì retro, schermato a blocchi di ghiaccio, poi si sedettero assieme ai due incaricati a ì furgone e aspettarono che le du' macchine della polizia di scorta li facessero arrivare su' lungarni in quì tempo che ci si metterebbe sempre, se un ci fossero quelle diecine di ingorghi che senza sirena accesa ti ci vòle un malox e venticinque minuti di moccoli.
<<Ganzo.>> disse Lapo alla Marta, guardando pélla prima volta sfrecciare i piloni di ponte all'Indiano in pieno giorno a 120 all'ora in un turbinìo di sirene. Marta gli garbava un bel po' e così, di corsa e nì furgone gli sembrava anco più bella.
<<Un vedo l'ora d'arrivare.>> esclamò Gino, anche lui guardando la Marta, ma con occhi più esperti.
La Marta, un profilino delicato incorniciato da un caschetto di capelli fini e biondi su un corpo senza pretese di sensualità, un disse nulla. Fece un sorrisino sghembo a uno degli autisti milanesi, che s'informava su indove potevano mangiare una fiorentina vera, visto che gli erano in trasferta e soprattutto che era già passato mezzodì.
Dopo mezz'ora, assicurato ì carotone a un frigorifero dì laboratorio, i nostri cinque gli eran tutti attorno a ì tavolo, armati di forchetta e di coltello, e d'una fame senza né babbo e né mamma, ma 'mprovvisamente spossati. Ognuno ombroso di pensieri e con la strana sensazione che dopo ì prelievo dì carotone, qualcosa era cambiato e definitivamente nella loro vita, lì in quì punto, tra l'interiora e ì cuore, indove a volte nasce l'orgoglio e altre la paura.
Gino, che l'era ì più esperto, guardò le facce di tutti e fece la battuta sdrammatizzante, quella risolutiva.
<<Ora ci vòle un nome pe' distinguello da ì ghiaccio più volgare.>> disse grattandosi la barba in un ghigno simpatico.  <<Chiamiamolo diàccio!>>
E continuarono a mangiare, ragionando dì Magnifico e delle belle donne toscane, più che altro pe' intrattenere i milanesi, che avevan ormai tentato troppi argomenti di conversazione senza capire che la loro presenza tecnica gli era, in quì giorno, solo un di più. Perché quello che contava, ora e subito, unn'era nient'altro che ì diàccio.
Se n'andarono i due, su quel loro furgone ormai inutile. Gino lo seppe per primo che all'altezza di Roncobilaccio ì furgone s'era 'mprovvisamente intraversato sull'autosole, finendo stritolato tra du' tir in corsa. Uno sfucinìo come ne succede troppi da quelle parti. Degli autisti di Milano, uno lasciava orfani du figlioli e l'altro uno. Gino, preso da ì diàccio, un si ricordava nemmeno i nomi di que' due, ma gli dispiaceva, e un bel po'. Un fosse altro perché quella vocina stronza, che sempre approfitta dell'improvviso sapere che lascia scoperta la fortezza della personalità, già gli urlava dentro: bella fàva, e questo gli è solo l'inizio.
(continua)

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