mercoledì, 21 giugno 2006
Camminavo per i fatti miei, dopo una dura giornata di lavoro, quando un buttafuori – 180-60-90 le misure – mi si para davanti:“Di qui un si passa, c'è la sfilata di Cavalli!”
Ho scoperto dunque che lo stilista calabrese s'è comprato il Ponte Vecchio, e mi chiedo con sorpresa chi gliel'ha venduto e se i fiorentini tutti non avessero avuto il diritto di prelazione.
Assieme ai buttafuori — dei veri muli, anche se sul badge avevano scritto cavalli — c'erano anche dei carabinieri in atteggiamento evidentissimo di servizio al cittadino.
Così ho fatto la proposta:
“O mi fate attraversare il ponte e andare a casa, o mi metto a urlare come un pazzo e vi canto un rap di moccoli a colonna sonora della vostra sfilata di brubbrù". (cafoni vestìti a festa, ndr)
M'hanno fatto passare. Anzi, m'hanno accompagnato. Un carabiniere di qua e uno di là. Molto gentili, peraltro, anche se regrediti da custodi della legge a stallieri.
Gli ho spiegato, tra una scenografia di botti da vino (barrique francesi, peraltro, che a Firenze ci son dall'altro ieri) di come in città, già nel '400 c'era gente più raffinata d'un sartino del superègo, e di come seicento anni orsono si facessero i primi calcoli astronomici invece che occuparsi di commerci di mutande e mussoline.
E, infine, di come un vero principe si sia fatto costruire il corridoio vasariano apposta per non incontrare i cafoncèlli. Lì sul Ponte Vecchio appena messo in saldo da una città che, non avendo testa, memoria e personalità le tiene strette in tasca.
Update del giovedì: oggi un post anche su Il Firenze, pag. 6
