giovedì, 10 agosto 2006
Sì, lo so, a Firenze manca un color manager come si deve. La città
dovrà provvedere a istituzionalizzarne uno, prima che sia troppo
tardi. L'inquinamento cromatico è ovunque, altro che ozono e
micropolveri. Non c'è luogo in cui non si superi impunemente
l'equilibrio naturale tra colori primari e secondari che l'occhio
umano riesce a percepire. Insegne, pubblicità, automobili,
abbigliamento: non c'è un solo settore sotto controllo o che esprima
una misura. Certo di colore non si muore, ma chi può dirlo? Se esiste
una cromoterapia che può curare, perché non dovrebbe esistere un
cromatismo killer? L'autobus per turisti dai colori così accesi che
gira per la città, quanto danno fa? E quale impatto con l'ambiente i
negozi di murrine attorno a Palazzo Vecchio? Percorrendo via
Tornabuoni siamo sicuri che le griffe con le loro vetrine non
inquinino un po' anche il nostro modo di pensare? Oltre la cerchia dei
viali non va meglio: la fitta messe di maxiposter pubblicitari, in
sinergia con gli orribili stendardi attaccati ad ogni palo, crea
milioni di discromie con le insegne dei negozi tutte diverse e le auto
parcheggiate ovunque. Le facciate delle case non sono da meno e
persino i balconi, talvolta, al posto dei fiori di stagione espongono
solo bandiere ormai immemori, con sovrapposizioni di grigio su viola,
tricolori o arcobaleno. Ci fosse il color manager ciò non accadrebbe.
La città e la sua urbanistica riacquisterebbero il piacere, anche
estetico, di una gestione meno daltonica.
